ho visto Videocracy

Dopo alcune peripezie sono riuscito a vedere Videocracy, il docufilm del regista svedese Erik Gandini censurato in ogni modo possibile in Italia. L'opera parla, come noto, del connubio perverso tra immagine e potere, ovverosia tra sfruttamento della credulità popolare a mezzo televisivo e il controllo delle masse. L'assunto del docufilm è chiaro: l'80% degli italiani forma la propria idea di politica e di mondo a partire dalle informazioni televisive, dunque chi detiene il potere mediatico automaticamente agguanta anche quello politico. L'operazione di Gandini ha una tesi: esiste una sottile linea rossa che lega il mondo del gossip a quello politico, il sesso alla pratica del potere. In mezzo una serie di personaggi squallidi, di approfittatori e mezzani. Un mondo di culi e tette spacciati a mezzo televisivo, una bolla di promesse non mantenute e cartapesta che distrae sistematicamente gli italiani da tutto ciò che li riguarda sul serio: politiche sociali, integrazione, lavoro, cultura e via dicendo. Per chi è italiano non c'è niente di nuovo: l'effetto devastante che il berlusconismo ha avuto e continua ad avere sulla massa italiana è noto, ma lo stesso fa un certo effetto. In poco più di un'ora abbiamo spiattellata di fronte agli occhi l'essenza stessa di ciò che non funziona in questa nazione, del cancro che si sta espandendo inarrestabile verso tutti gli organi vitali. E' una pellicola a uso estero, principalmente, ma non si può dire che non tocchi apprezzabili vette di verità cronachistica. Se Videocracy ha un difetto è quello di aver accennato appena alla punta dell'iceberg, perché il discorso potrebbe essere ancora più tremendo e umiliante per tutti quelli che, come me come noi, questa penisola la amano ancora e stanno male nel vederla ridotta ad un carnaio di ragazzine disposte a tutto in fila ai provini. Ecco, quei provini sono la sequenza che mi è rimasta più impressa. Queste poveracce truccate in qualche modo che ballano tutte nella stessa maniera, con mamma e papà che fanno il tifo con le labbra unte di patatine. Ma sono impressioni personali: la pena è un'impressione personale, ma è anche un sentimento che potrebbe e dovrebbe diventare universale. Specie se poi chi ha permesso questo strazio sventola la croce appellandosi ai valori. Il film di Gandini serve come grido d'allarme, ed è un lavoro ben fatto checché ne dica qualche maggiordomo: il dramma sta tutto nel non scandalizzarsi più, nel dire che sono cose che si sanno, perché ciò significherebbe assuefazione, e significherebbe essere ad uno stadio molto avanzato della malattia. A molti questa logica dell'apparire piace. Molti fanno vanto della propria felice ignoranza, del ritenere lecito calpestare (o modificare o creare ex novo) le leggi; molti ritengono sacrosanto calpestare il prossimo, spregiare la cultura, sfruttare il corpo femminile come una discarica ormonale. Ma non è per tutti così. Sarebbe bello se questa minoranza si facesse sentire, si opponesse, dicesse "io non sono così, e non voglio esserlo".

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