scuola 2.0

Mancava la proposta del neo ministro della pubblica istruzione: tablet per tutti, e così sia. Basta zaini procura scoliosi, basta ponderosi volumi da portarsi in groppa, basta penne e matite. Già qualche hanno fa, tra le tante balzane iniziative atte a distruggere quel poco di buono che ancora c'è nell'istruzione pubblica, comparivano trittici improbabili quali le tre "i": inglese (mi piacerebbe sapere le percentuali di chi ha imparato effettivamente l'inglese a scuola), internet (vediamo chi ha un laboratorio decente e soprattutto utilizzato) e imprenditoria (e qui stendiamo un velo pietoso e ridiamoci su). Ora la trovata: tablet per tutti. A spese di chi non si sa, ma pazienza. Mancano carta igienica, gessi, i soffitti cadono a pezzi, gli intonaci stanno attaccati per la muffa, i riscaldamenti viaggiano al minimo, ma le grandi menti sono sempre avanti, al di là di queste piccolezze prosaiche: progettano, spaziano, ipotizzano un futuro 2.0. Forse dovrei stare zitto, io che a scuola non ho mai imparato nulla. Forse le illuminate idee dei professori veleggiano a latitudini che non mi posso permettere, ma mettiamola così: che ce ne facciamo di un tablet se non sappiamo mettere insieme una frase in italiano, se ci sono docenti inetti, scuole che cadono a pezzi per di più brutte e squallide, degli orrendi prefabbricati usciti diretti da un incubo? Se la scuola non impara ad offrire gli strumenti intellettuali per crescere, che ce ne facciamo di un tablet? Al limite potremo infarcirlo di dati, di nozioni, di tabelle, di quei tremendi appuntini dettati dal professore (per cui alla fine si studiano i deliri di un signor nessun su Kant, anziché Kant), ma non di sapere autentico e irrelato. Un tablet è una banale massa si archiviazione con un'interfaccia particolarmente sofisticata: se non siamo in grado di produrre dei contenuti di cui la tecnologia si faccia strumento avremo in mano un pezzo di plastica, e basta. E se avevamo bisogno di un tecnico per sbandierare questa drammatica prospettiva, allora era meglio rivolgersi ad un improvvisato. Posto che si faccia qualcosa e non sia la solita manovra pubblicitaria, beninteso.

natale a casa

Non so se il flop dell'ennesimo cinepanettone sia il segno dei tempi che cambiano o qualche altra frase storica subito evocata dalla nostra stampa. Magari, che so, potrebbe anche essere che la gente si è bell'e stufata di andare a vedere sempre lo stesso film per quasi trent'anni, e quando dico lo stesso, dico proprio lo stesso identico: stessa trama, stesse battutacce, stessa volgarità. Per completare il quadretto, l'allegra compagnia è pure tornata sul luogo del delitto, quella Cortina d'Ampezzo simbolo di ricchezze passate e di una plutocrazia sepolta da almeno un quarto di secolo, quella così bene delineata dal fu Guido Nicheli, con la sua superba (quella sì) caratterizzazione del milanese bauscia. Si arriva sempre al punto di rottura, ad un livello di saturazione in cui la bella figliola annoia, la battuta non diverte, la gag è nota.
La ragione tutto sommato non è nemmeno difficile da trovare: la cronaca italiana affoga letteralmente nel pecoreccio. I programmi televisivi del pomeriggio traboccano di tresche, gossip, corna, personaggi equivoci, feste, festini, e dunque? Perché andare a pagare il biglietto? Se per "segno dei tempi che cambiano" si intende l'assuefazione delle persone ad un ritornello trito e ritrito, allora può essere. Anzi, il canovaccio natalizio è addirittura deludente rispetto a certe trame di palazzo a base di ragazzine, precipitose fughe in Sudamerica, faccendieri e fanfaroni.
E' solo un'ipotesi però. Il dato certo è che repetita iuvant, sed etiam taedent, annoiano. Se poi un film all'ennesimo capitolo della saga non trova niente di meglio che fare il verso a se stesso, allora siamo al cospetto di qualcosa che non c'entra più nulla con la deprecabile volgarità, ma con una forma di arroganza un po' supponente. Che difatti è stata punita.

sacrifici

Le avvisaglie c'erano. C'erano in Marx, c'erano in Marcuse, in Camus, in Baudrillard. C'erano persino in Stirner. Il pasticcio è avviato da tempo, il dardo è stato sparato nel vuoto dell'aria da un secolo e mezzo, forse di più. Ma tocca ai viventi di oggi offrire il petto: dopo la democrazia, la democrazia economica. Un po' meno democratica, un po' più autoritaria.
Sono i numeri a governarci, perché noi siamo numeri, siamo l'anagrafe, siamo il conto in banca, siamo la nostra collocazione sociale. Sembrano banalità, in realtà è solo la più grossa capitolazione a cui il progresso abbia mai dovuto assistere; non più un dispotismo identificabile, ma un surrogato in giacca e cravatta, armato di tabelle, di dati, di cifre. (Detto tra parentesi, niente è meno oggettivo di una cifra, di questi tempi, ognuno ha le sue statistiche in tasca e la sua verità inconfutabile a portata di mano).
Non c'è un vero colpevole, anzi c'è, la Necessità. L'Ananke dei Greci, suprema entità che tutto governa. Si fa così perché non si può fare altrimenti: è la nuova parola d'ordine, insieme ad un altro concetto, anche qui ripetuto allo sfinimento, come tutti i diktat: sacrifici. Niente come un discorso detto in malafede sa produrre slogan. La democrazia è anche alternativa, ma Ananke la cancella, rendendo la via d'uscita una strada obbligata, dotata dell'unicità che è prerogativa delle dittature.
Quella dell'economia odierna è una forma di violenza, una sorta di barbarie di ritorno che solo un linguaggio corrotto e in malafede come il nostro poteva digerire e metabolizzare sotto forma di questi slogan ipocriti. Come diceva Marcuse, appunto, la produttività che dovrebbe migliorare la vita dell'individuo viene rivolta contro l'individuo per diventare "strumento di controllo universale".
Non siamo forse a questo punto? Ossia ad una realtà deformata a tal punto da autoproclamarsi Ananke, unica possibilità?
Ma a ben vedere, il mondo non sta in quelle cifre e in quelle oscenità anglofone che ci sono state vomitate addosso (spread e compagnia). Il male oscuro che grava sulle nostre teste e che nessun tecnicismo è in grado di occultare, è la realtà reale: il razzismo, la precarietà dell'esistenza, l'impossibilità di avere figli per ragioni economiche, l'istupidimento di massa, la morte che si approssima mentre un uomo non è più padrone né di sé né del proprio tempo.
E così il tecnichese, la perversione della tecnica che da strumento diventa autorità, non ha più limite, non ha più referente, non ha più l'uomo come termine ultimo. Forse è questa l'estrema conseguenza dell'aver abbandonato il pensiero come forma suprema di morale (la morale non è solo questione di patta), ma questo è decisamente un altro discorso. Per ora assistiamo a quella che Galimberti chiama l'emancipazione della tecnica: dal significato morale, dalla politica, perfino dall'utilità in senso stretto.
Quelli che straparlano di "bene comune" mi piacerebbe sapere che cosa intendono esattamente, specie nel momento in cui appoggiano, più o meno dichiaratamente, la deriva dell'uomo da se stesso.

speciale di Reader's Bench sul viaggio

Leggete lo speciale di Reader's, con un mio articolo.

nascita di un lettore

NUOVO POST PER READER'S BENCH, PAGINA BIOGRAFICA

Midnight in Paris

In una Parigi onirica e soffusa, uno scrittore americano, insoddisfatto della propria vita e alle prese con una fidanzata odiosa, si lascia avvolgere dall'atmosfera parigina, tanto da rimanere imbrigliato in una sorta di spirale temporale, a cavallo tra presente e passato.
E' proprio un bel film questo Midnight in Paris; una cavalcata surreale, garbata, ironica, alla ricerca dei propri miti, ma senza retorica. E' un Woody Allen in buona forma quello in trasferta francese, uno che non ha tempo né voglia di autocelebrarsi, che preferisce continuare una ricerca di stile e di forma, insomma: uno che predilige il lavoro alle rendite dei passati successi.
C'è molta grazia in ogni inquadratura, dagli scorci trafficati della capitale di oggi, alle atmosfere vellutate degli anni venti, in compagnia di Hemingway, Picasso, Fitzgerald e tutti gli altri allegri compari di quel mondo perduto; la colonna sonora funziona, trasmette quell'impalpabile velo di malinconia che alla fine permea tutta la storia, e con essa il carattere sempre meno americano del cinema di Allen. Un carattere che ha scelto la strada dell'intelligenza. Al diavolo il buon senso, al diavolo l'ultradestra borghese, qui stiamo parlando di arte, di significato dell'esistenza, e se prendere atto di sé significa voltare le spalle alla vita comoda e garantita ben venga; se dire di no significa salvarsi dalla castrazione vuol dire che accetteremo anche qualche contrattempo.
Il registro di Allen gioca molto sulla chiave accettazione/negazione: vendersi al presente o asserragliarsi nel passato? Nessuna delle due. Non c'è altro tempo che questo, tanto vale dirlo senza reticenze, ma possiamo provare ad essere noi stessi comunque.
E' un film d'artista più ancora che d'autore. Di certo un film che solamente un regista affermato come Allen avrebbe potuto realizzare: immaginiamoci per un momento un cineasta alle prime esperienze alle prese con un soggetto così personale e fuori mercato. Ma va bene lo stesso. E pazienza se i molti riferimenti sfuggiranno ai più.

scalata

Il Teatro alla Scala, nel suo momento di gloria, la sera della prima, è ridotto ormai a questo: l'Italia di serie A in passerella, e tutti gli altri, fuori. Gli ottimati in smoking e palandrana e il popolo davanti a un maxischermo. Meglio che niente, dirà qualcuno. E' sempre stato così, dirà qualcun altro. Solo che siamo a un passo dal 2012, e questo terribile steccato eretto in nome del potere e del denaro, mi fa rabbrividire. Mai come in occasioni simili si tocca con mano come il nostro sia un paese profondamente classista, diviso per gerarchie, per agiatezza, per possibilità di muovere i fili. Li vedi lì, tutti fotografati. I garantiti, e gli altri. L'espressione di un potere spesso ingiustificato o di una capacità economica a volte inspiegabile sono tutti coagulati in un unico punto, e ne sono lieti. E' un'umanità alla Bosch quella che appare in queste rappresentazioni collettive, una mistura confusa e allo stesso tempo rivelatrice della realtà di oggi, dove politica, economia, star system, ruffianeria e opportunismo si miscelano in allegria. Dispiace che a farne le spese sia la Scala, con le sue fantastiche maestranze e il suo buon nome. Del resto, il mondo gaglioffo che frequenta le passerelle, si sa, odia la cultura, eppure non si lascia sfuggire l'occasione di mettersi in mostra, di rilasciare una dichiarazione, di salutare con il palmo aperto della mano: odiano la cultura, ma la sfruttano, così come parlando di equità e di sacrifici comuni, recitano. Si parlava di rappresentazione: è il termine chiave per capire le cause prime di questa celebrazione classista. Come nelle parate militari, o come le incoronazioni dei re, oggi ci misuriamo con l'ostentazione di chi può contrapposta al contentino dato a chi non può. Il fatto culturale è, come dire, incidentale, un semplice pretesto che però dà il giusto gradi di prestigio e un una spolverata di intellettualismo che non fa mai male. Certo, a patto che la cultura non diventi il volano per qualche alzata di testa.

Tutti al mare, di Michele Serra

NUOVO POST PER READER'S BENCH

capire Volo

Mi piacerebbe davvero sapere come mai la gente compra i romanzi di Fabio Volo. Per quale ragione li legge, che cosa ci trova. E' veramente difficile trovare qualcosa di più sconfortante dell'ovvio qualunquista sparso a piene mani da questo non scrittore (si è definito lui così, in un momento di lucidità, o di estrema paraculaggine, vedete voi). Tutto va come te l'aspettavi, un po' di aforismi da Baci Perugina, due o tre trombate, pensieri che non si discostano molto dalle meditazioni sul water in cui tutti prima o poi incappiamo. Le sue storie sono quello sono: un medio campionario di mediocrità, una disinvolta carrellata di scemenze che chiunque potrebbe meditare, e che infatti chiunque medita. Solo che il Volo ci fa romanzi, ci fa film, si arricchisce, con straordinaria mancanza di talento, con scoppiettante assenza di idee, e con una povertà grammaticale così ostentata da rischiare di diventare stile: lo stile Volo, un marchio di fabbrica. Ecco, come mai? Le cose scadenti hanno sempre venduto più che le cose di qualità, non è un mistero, ma anche la prosa più abietta, in genere, deve poter contare su un appiglio: il sesso sfrenato, lo splatter, la violenza estrema, il giovanilismo accattone. No, Volo non cerca gli estremi, anzi, li evita con cura. Il suo è un mondo dove regna il generico buon senso, il rimedio della nonna, la birra con gli amici, la sociologia alla Alberoni, la psicologia alla Erich Fromm. Non cerca contrasti Volo: vuole rassicuravi. E ci riesce, perché non vuole deludere nessuno, ma ci riesce ancora di più perché, in fondo, Volo non vuole dire niente. Prende un po' di pensierini sfusi, un po' di politicamente corretto, una manciata di ovvio, una spruzzata di qualunque e il gioco è fatto. Non darà mai da pensare a nessuno, e questa, forse, è la sua vera arma in più, il campo d'azione in cui è veramente imbattibile. Capire se lo faccia apposta per sedurre di più il pubblico o se gli venga spontaneo è una fatica inutile, certo mi risulta difficile credere che tanta furbizia nasca dal caso, o sia frutto della più ingenua spontaneità. Curzio Maltese ha parlato della "multiforme mancanza di talento" di Fabio Volo. Diciamo che già tirare una presa in giro tanto in lungo se non è proprio un talento perlomeno ci assomiglia.

pilastri di gomma

Ed è così, forse, che si consumano i sogni. Dal granito alla plastica, dal marmo al linoleum. Il Novecento aveva prospettato sconvolgenti ipotesi di immensità, catalizzato l'attenzione di milioni di persone sulle favole all'acciaio e alla fiamma ossidrica. Le grandi pazzie del secolo scorso - fascismo, nazismo e comunismo - sono sguazzate nel mito della grandezza, delle vastità oceaniche, delle opere titaniche, dei sommovimenti epocali. Stadi, quartieri, macchine belliche, qualcosa anche di apprezzabile (non so, mi viene in mente l'Eur a Roma, che un suo fascino ce l'ha) il tutto nel segno della superiorità e dell'imponenza. Imponenza che ha una sua vaticinante assonanza con impotenza: sappiamo come è andata a finire. Oggi è diverso. Se davvero il berlusconismo è stato l'ultimo bastione del populismo, specie di parodia sgangherata di un regime, ultima propaggine intessuta di ridicolo di ciò che in precedenza fu drammatico e criminale, all'alba del 2012 scopriamo, almeno qui in Italia, che le cose sono messe in modo diverso. Dopo i balocchi, la doccia fredda. Basta italico ingegno e destini di gloria, è l'ora della ben più modesta flessibilità sociale, condita da previsioni grigie circa il futuro e nessuna garanzia circa il presente; il teorema per cui i figli stanno sempre un po' meglio dei genitori andato a pallino, anni di lotte e contrattazioni sfumate in nome della contingenza che, si sa, è sempre più dura con qualcuno e più generosa con qualcun altro. E' una parabola estetica che sa di disastroso: dalla durezza compatta dell'acciaio alla ricurva blandizia della gomma, flessa per definizione. Tutto è un po' più molle: le certezze ok, ma anche la musica, i saggi, la terminologia applicata. Si parla di "partiti liquidi", tanto per dirne una. Il pensiero non è più nemmeno debole: non è più, è collassato, passato di mano insieme agli impicci di una burocrazia alla quale addossare ora le colpe dei malanni. L'aver affidato la patata bollente a un gruppo di tecnici, poi, non è molto diverso dal dare le chiavi di casa al solito uomo della provvidenza. E come un popolo penitente, quello italiano si prepara ramingo alla bastonata, sperando in una carota che chissà come e quando verrà. Dalle manie di grandezza, alla rassegnazione della piccolezza, senza gradi intermedi: quanto durerà è ancora da chiarire.

scrivere di libri

NUOVO POST PER READER'S BENCH

crisis

Quando ho sentito l'ex premier evocare ancora i comunisti - dopo la mesta conclusione del suo quasi ventennale papato e dopo che il Pd ha fatto e sta facendo di tutto per sconfessare anche quel poco di sinistra che albergava nel suo cuore - mi sono messo a ridere. Una risata isterica, d'accordo, ma pur sempre una risata. Di quelle che si riservano agli assurdi della vita, alle prese in giro quotidiane, agli escrementi del piccione sulla giacca nuova. Rincarava, l'anziano ex premier: parlava di famiglia e di valori. Siamo al teatro dell'assurdo. Diversi giornalisti si sono divertiti a ribattere al comico involontario con l'ovvio, parlando di campagna elettorale anticipata. Mettiamo che abbiano ragione: siamo alla prova del nove. Se questi infimi argomenti hanno ancora presa sull'elettorato, allora l'Italia è messa peggio di quanto credessimo. Perché estrarre dal cassetto ancora le solfe sul comunismo e la famiglia, dopo 17 anni anni, al netto del fallimento politico del berlusconismo e al netto dello sbaraglio morale in cui questa tremenda stagione è alla fine affogata, significa prendere in giro le persone. Vedremo se gli elettori avranno voglia di cascarci ancora. Ho letto in questi giorni una bella definizione di Illuminismo, non a caso di Immanuel Kant: Illuminismo è avere il coraggio di servirsi del proprio intelletto. Chiara, netta, senza compromessi. E scandalosa se posso aggiungere, perché niente di questi tempi appare tanto rischioso e impopolare quanto provare a ragionare con la propria testa. Alle tante crisi di cui siamo vittime, forse andrebbe anche aggiunta quella definitiva: la crisi delle idee, per la quale non c'è spread che conti, specie se il rimedio consiste nelle promesse a vanvera di un anziano signore.

dissesti tecnici

L'Italia che si sbriciola sotto i colpi della natura indifferente è un po' la fotografia, spietata e senza sconti, di un paese a metà tra i sogni di rilancio e la miseria del contingente. Non c'è possibilità di scampo dai filmati amatoriali che ci mostrano i fiumi di fango, i cassonetti che prendono il largo, le urla della gente, le lamiere semisommerse delle auto alla deriva. La verità di queste immagini senza commento, accompagnate solo dallo sciabordio irreale di quella massa di acqua fangosa, è molto più potente di qualsiasi tentativo di analisi. Credo che per ripartire a ragionare sui perché e i percome dei destini italiani si debba ricominciare da qui, dalla povera realtà umana impotente di fronte alla tragedia, oggi come ieri, ieri come sempre. E non tanto o non solo dai resoconti numerici di una finanza ormai del tutto sganciata dai bisogni e dalle aspettative dei popoli. Si parla di concretezza, di fare, di riforme, di quaresima, ma io mi chiedo: che cosa c'è di più concreto di un territorio che muore? Della vita che si riscopre fragile di fronte all'incombenza della natura? Della paura atavica di avere a che fare con qualcosa di più grande di noi? Accettiamo pure questo governo tecnico se serve a tranquillizzare gli amici europei. Accettiamo di mettere per un momento da parte la sovranità popolare in nome della necessità. Ma sarebbe bello magari sentir spendere ogni tanto qualche parola su questa porzione di mondo che occupiamo: sul "paese" inteso non solo come forza lavoro da sfruttare o come entità astratta o come vacca elettorale da mungere; ma sull'Italia come realtà territoriale, geografica, storica, paesaggistica culturale da difendere e da vivere, perché è qui che viviamo, respiriamo e mangiamo, non in un grafico o nei traffici di una banca. Credo anche che però sia troppo aspettarsi questa cura, questo amore, questa attenzione da parte di un governo tecnico. Che in fondo non rappresenta nessuno, che in fondo non è espressione del sangue di un territorio, di una città, di una comunità. Magari verrò smentito dai fatti. Lo spero.

leggi alla voce responsabilità

Un altro aspetto che mi ha lasciato sgomento, tra i vari strascichi di questa piccola e sconcia caduta degli dei, è l'assoluta mancanza di autocritica della classe dirigente italiana. Non un: "Forse abbiamo sbagliato", non un dubbio passeggero, non un'incertezza. O meglio, incertezze tante, errori a pioggia, ma nessuna analisi. Un po' come sbattere la polvere sotto al tappeto e fare finta che sia tutto in ordine, quando invece in ordine non c'è più niente. Le giravolte della politica italiana, ormai è chiaro, non conoscono quel bene prezioso e inestimabile che è la capacità di riconoscere i propri errori. Altro che responsabilità, di cui tutti si riempiono la bocca. Quando un padrone del vapore continua imperterrito a dire che è bravo, bello, forte, che ha fatto tutto per il meglio, che la colpa di tutto è di una non meglio precisata associazione internazionale demoplutogiudocratica, ci troviamo di fronte al solito doppio salto carpiato della logica, al solito, irragionevole giro di parole con cui si nega una realtà ricostruendone un'altra. Verbale e irreale, forzosa e priva di contraddittorio. Ma siamo in Italia: la colpa è sempre di qualcun altro. Dei mercati, dei governi stranieri, dei giovani. Soprattutto dei giovani, sì, perché sono la parte più scoperta, più facile da accusare, la parte che non ha soldi né avvocati. La parte che non conta un cazzo insomma. Quei giovani che non erano nemmeno nati mentre lorsignori sbranavano le fondamenta del loro futuro allargando il debito pubblico fino ai limiti intollerabili di oggi. Basterebbe così poco per sporcare con un po' di dignità il manto lurido di anni di iniquità e bugie: basterebbe ammettere i propri errori, chiedere scusa, promettere di togliersi dalle palle e di non fare più danni. Togliamoci subito dall'equivoco: non accadrà mai. In conclusione, ieri sera, in un telegiornale, ho sentito un vecchio e malridotto saggista pronunciare con sprezzo la seguente frase: "Abbiamo il dovere di essere crudeli con i giovani." E alla domanda: "Non crede di essere anche lei in parte responsabile per come è messa l'Italia di oggi?" Risposta: "Assolutamente no." Direi che in queste due, semplici frasi c'è il senso di un intero cataclisma.

parlando di donne

Le previsioni sulle nostre sorti politico economiche sono quantomai azzardate e nebulose. Governo di salute nazionale, governo tecnico, rimpastone di tutto e tutti, chi lo sa. C'è un aspetto in questa faccenda che mi ha lasciato perplesso, un dettaglio defilato, a quanto leggo e sento preso in considerazione da pochi: non ci sono donne. Le donne, in questo cambio di rotta, non fanno parte del progetto. Ci sono prostitute che vanno e vengono dai palazzi, vallette che saltano giù dalla barca che affonda, rovinose pasionarie crocifisse dal lifting, ma nient'altro. Non ci sono donne in posizione di potere che possano entrare in lizza per formare un nuovo governo, né donne che rivestano ruoli tali da consentire loro una funzione di controllo e garanzia; in finanza la compagine femminile è assente, nelle alte sfere del governo, pure. Alle poche presenti, e spesso inadeguate (perché non sono uno di quelli che crede che essere donna o uomo sia meglio o peggio a prescindere), è di solito demandato il compito di arrampicarsi sui vetri e fare figuracce. Vista l'aria che tira, non c'è molto margine di cambiamento, e lo stesso si può dire per il resto d'Europa, dove anche lì le facce sono sempre più o meno quelle, e gli stereotipi che incarnano il potere corrispondono in tutto e per tutto ai canoni che hanno dominato in lungo e in largo fino ad adesso. Gli stessi canoni, per intenderci, che hanno determinato uno dei più spaventosi crack finanziari della storia. Non è detto che una classe dirigente con una percentuale appena più decente di donne sarebbe riuscita a fare meglio, ma se tanto mi dà tanto, difficilmente sarebbe riuscita a fare peggio, e se la retorica dell'alternanza avesse un valore e venisse presa sul serio forse sarebbe il caso di metterla in pratica una volta tanto. Ma sì, una bel pensionamento di massa per gli anziani uomini di potere. In fondo le donne sono la maggioranza di questo pianeta, eppure hanno una rappresentativa che dire risicata è dire poco: se ne ricordino magari, i signori padroni, quando straparlano di democrazia, spread e crescita.

generazione di fenomeni


Ho ascoltato l'intervista ad Antonio Scurati nel bel programma di Costanza Melani La banda del book. Mi ha fatto pensare. Diffido ormai degli scrittori che troppo spesso si appellano al termine "generazione" quando parlano di sé. Come si fa a parlare di generazione? Chi o che cosa è? Uno scrittore non è detto debba per forza parlare a nome degli altri, e nemmeno è detto che gli "altri", la generazione in questo caso, debba parlare per lui. Sì, va bene, le mode, la televisione, il vestiario, la musica, sono elementi distintivi con i quali bene o male chiunque nato più o meno nello stesso periodo ha a che fare. Ma forse non è vero nemmeno questo. Voglio dire: pretendere di spiegare gli altri con frasi ultimative tipo: "La nostra generazione ha vissuto attraverso la televisione e non ha fatto esperienze proprie" mi pare abbastanza riduttivo. Ci saranno molti scrittori che si sono formati attraverso l'esperienza diretta, che hanno vissuto, che hanno usato armi e hanno vissuto i campi di battaglia. (Uso l'esempio bellico non a caso, visto che Scurati si definisce esperto in materia pur non avendo alcuna confidenza con l'ambito militare, e adducendo come spiegazione, per l'appunto, che la sua generazione è fatta così, non ha vissuto esperienze dirette). Hemingway diceva che bisogna parlare di ciò che si conosce. E' una buona regola di vita, ma non è una verità assoluta. Ci sono grandi scrittori di fantascienza che hanno gettato uno sguardo sulla realtà umana senza mai essere stati in orbita attorno ad un pianeta, senza aver mai sperimentato l'assenza di gravità, senza aver mai conosciuto esseri intelligenti provenienti da altri mondi. Ma non solo: Orwell non ha sperimentato sulla propria pelle le insidie del 1984, eppure il suo romanzo ha preconizzato molti aspetti dei decenni che sarebbero seguiti. In altre parole: non credo ci siano regole fisse, non ci sono consegne una volta per tutte, come molti autori vorrebbero far credere. La generazione è una definizione da anagrafe, ma niente di più, a meno che la fenomenologia generazionale non serva a nascondere un vuoto di idee, ma questo è un altro discorso. Di certo quando Scurati ha detto: "Il Vietnam della mia generazione è stata la Guerra del Golfo vista in poltrona" ho sentito un brivido lungo la schiena. Diciamo piuttosto che di guerre intese in senso proprio, con sangue, amputazioni, paura, luridume, cadaveri e malattie, né la sua né la mia generazione ne hanno vissute: non crogioliamoci nell'illusione di poter emettere un giudizio solo perché ne abbiamo sentito parlare alla tv. Del resto è Scurati stesso a contraddirsi: qualcuno la Guerra del Golfo l'ha combattuta davvero, qualcuno è morto. Anche della sua generazione.

un grande e un piccolo uomo


In fondo la verità stava in questo video, e in molti altri spezzoni di triste orrore quotidiano. Il sorriso finto, le pose da venditore, le scemenze a ripetizione. Era tutto sul piatto. Le bugie, gli slogan vuoti, d'accordo, ma c'era, fin dagli anni Ottanta, qualcosa che andava oltre alla superficie patinata e ingannevole di quest'uomo e del suo impero di plastica. C'era un marchio indelebile, una verità ultima che non poteva essere dissimulata sotto la coltre di cerone e di inserzioni pubblicitari: c'era il vuoto. L'inconsistenza assoluta. La mancanza di sostanza. Al suo posto un'illusione, esile come una barzelletta ma grande come una casa: presumere che il mondo fosse un luogo di caccia, e che bastasse avere un po' di faccia tosta, un po' di galanteria cialtrona e tanti soldi per poter fare qualunque cosa. Ad osservare in prospettiva tutto quello che è accaduto negli ultimi lustri, ogni cosa appare evidente: era scritto che finisse così, non poteva andare altrimenti. Eppure il sogno, per un po', ha saputo attrarre tanta gente, in modo tanto massivo quanto anomalo, spiegabile solo tarandosi su parametri di scelta bassissimi, su aspettative a breve termine, sull'illusione di una ricchezza prepotente e sgangherata che era l'opposto della fatica democratica e della civile convivenza. Ora il castello di carte sta franando, va bene, ma il meccanismo che ha consentito lo scempio è ancora vivo, e purtroppo sopravvivrà anche a Berlusconi. Come ha detto qualcuno: il berlusconismo non è morto, tutt'altro. Quel misto di disprezzo per la cultura, di arroganza, di prevaricazione, di depredazione sistematica di ogni bene pubblico è un peso che ancora grava sulle nostre teste, pronto a schiacciare la Repubblica un'altra volta. Ma torniamo al video. Abbiamo a confronto un grande e un piccolo uomo. Fellini, che aveva lo sguardo avanti, il tormento della problematicità e il talento dell'artista, aveva già capito tutto; l'altro, un impresario imbellettato, non aveva capito niente, e gongolava, grottesco, lui sì, come la sua brutta televisione; grottesco come solo la realtà sa essere.

dove soffia il vento?

Casomai non fosse stato ancora chiaro, i sommovimenti della politica intorno alla caduta/strenua resistenza del nostro piccolissimo Cesare ci hanno insegnato quanto poco sia affidabile l'uomo di potere. Cade? Non Cade? Resta? Scappa? E chi lo sa? Intanto ci organizziamo: passo indietro, passo avanti, passo in obliquo; non ci sono alternative di governo, governo di salute nazionale (che chissà che cacchio vuol dire), ma anche discontinuità, continuità e via dicendo. Il politichese si è sbizzarrito nel tentare di trovare sinonimi all'indecoroso andirivieni dei parlamentari da una parte all'altra. E vai con le fazioni, le correnti, gli spifferi, mancano solo i badogliani, i garibaldini e i giolittiani e quasi ci siamo: il quadro sarebbe completo, un quadro alla Bosch magari, tra il grottesco e il vorace. Ma ho ancora la forza (o la debolezza) di indignarmi, e si badi, per una cosa in fondo molto piccola: quei soloni che ora ci insegnano la democrazia e la discontinuità, la costituzionalità e il decoro istituzionale, sono in larga parte quelli che hanno sostenuto il berlusconismo fino all'altro ieri o fino a poche ore fa, sono quelli che hanno accompagnato l'ascesa di questo signore, che si sono fatti garanti della sua buona fede, della sua capacità, del suo fiuto politico. Come dire che fino a ieri non sapevano, non credevano. O forse non vedevano e basta. Non vedevano i pericoli spaventosi inscritti nella disinvoltura berlusconiana: il pressappochismo, lo sfascio democratico, l'uso privato della cosa pubblica, la concezione padronale dello Stato, l'uso sistematico della menzogna, il disprezzo per la cultura, l'odio per il diverso, la politica ridotta a spot permanente. Quasi mi vergogno a scrivere queste cose ora che anche i fedelissimi del nostro gli stanno sputando in faccia, ora che la barca affonda, ora che il bluff è palese, e che anche i più incalliti pasdaràn di regime stanno vagliando le nuove casacche da indossare in futuro. E proprio in ragione di questo pudore ho smesso di aspettare che il crollo arrivi, e ho cominciato a prendere in considerazione l'ipotesi che potrebbe verificarsi domani mattina come tra dieci anni. Visto a chi siamo in mano, mi sembra la precauzione minima.

soddisfatti e rimborsati

E' notizia di oggi (qui il link) che il governo Cameron ha indetto una specie di sondaggio su vasta scala atto a sviscerare una questione: cittadini, siete felici? Pare che l'iniziativa nasca dal suggerimento di due premi Nobel per l'economia (Stiglitz e Sen), sulla scia di quella nobile intuizione kennedyana (di Bob) per cui non può essere solo il Pil a testimoniare il benessere o il malessere di un popolo. E' vero, l'iniziativa suona bene. Domande come: sei soddisfatto del tuo lavoro? Sei soddisfatto di tua moglie/marito? Sei soddisfatto dell'istruzione che hai ricevuto? Possono anche sembrare amichevoli, partecipi, segnale di una rinnovata alleanza Stato/cittadino. Ma forse il tentativo non è poi così convincente. Ci sono dei punti oscuri, che elenco.

1) Odore di operazione simpatia del governo, che nell'impossibilità di dare risposte concrete al disagio ormai endemico della popolazione, tenta una manovra di facciata per ingraziarsi l'elettorato, magari giovane e di sinistra.
2) Che cos'è la felicità? Come si misura? Quale è il parametro con cui si valuta la soddisfazione? In particolare: che cosa significa avere ricevuto o meno un'istruzione soddisfacente?
3) Insomma, sono domande generiche, che tra l'altro non prevedono risposte e usano una parola alla moda e benevola come "felicità" per accattivarsi le simpatie.
4) Suona strano che sia proprio lo Stato - con le sue disastrose scelte economiche e sociali principale responsabile della situazione di crisi odierna - a lisciare il pelo al suo elettorato con un'iniziativa che sa tanto di contentino.
5) A che serve questo sondaggio? E' possibile fidarsi di governi che in materia economica hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare?

Una trovata del genere, incentrata sulla pericolosa astrazione della felicità, poteva nascere forse solo dalla compagina anglosassone, storicamente legata a concetti quali felicità appunto, soddisfazione, realizzazione di sé. Fin qui niente di male. E' un problema, come dire, di confezione, specie se la sensazione è che la scatola sia vuota.

realtà 2.0

Dopo la mezza sommossa popolare avvenuta a Roma all'inaugurazione di un centro commerciale e le consuete code fuori dagli Apple Store ogniqualvolta un nuovo prodotto appaia sul mercato, è lecito chiedersi a quale livello sia giunto il nostro consumismo, e fino a che punto la società in cui viviamo sia incanalata in modo irrimediabile nell'immateriale. Così come la realtà dello studio non è più affidata allo studio stesso ma al libretto che rappresenta numericamente lo studio, allo stesso modo l'immagine del mondo che abitiamo non è più il mondo stesso, ma la sua ricollocazione digitale, possibile attraverso l'ampia gamma di strumenti tecnologici attraverso cui interpretiamo il nostro presente. Un filtro, una sofisticazione tecnica, modaiola, che varia dall'ultimo iPad fino al frullatore a prezzo speciale. Io non riesco ad essere troppo entusiasta di questo progressivo (e in progressione già da parecchi decenni a dire il vero) spostamento delle scelte umane da un ambito, diciamo così, politico/esistenziale, dove la vita era vera e le scelte erano motivate dai bisogni, ad un recinto di plastica, dove i bisogni sono creati e il referente ultimo di tutto ciò non è più l'uomo stesso, o l'ambiente con cui l'uomo deve fare i conti, ma il mercato di consumo. Nell'ira belluina della folla che si accapiglia per un telefonino, o nell'accampamento notturno di un pugno di ragazzi per una tavoletta di plastica c'è, credo, questo segnale: quello di uno scollamento sempre più marcato tra la realtà e quella specie di iper-realtà ricreata dal consumo in cui ci dibattiamo disperati convinti che sia quella e solo quella la dimensione in cui dobbiamo muoverci e realizzarci. Heidegger parlava di un'umanità impreparata di fronte alle conseguenze della tecnica, ma forse qui siamo un passo oltre, o per meglio dire in una diramazione secondaria del problema posto da Heidegger: la commercializzazione della tecnica. Noi non siamo più noi, ma l'oggetto che possediamo: l'uomo non è più il fine, ma il mezzo, e l'oggetto, cioè il mezzo che prima serviva a soddisfare bisogni, diventa lo scopo finale. E' un'inversione di portata drammatica, già anticipata da Marx in riferimento al denaro, che da mezzo per fare delle cose, diventa il fine per il quale, se necessario, si sacrifica anche la produzione stessa dei beni. Fino al sommo paradosso: il superfluo che si sostituisce all'essenziale. E se non si riesce nemmeno più a capire che cosa sia l'essenziale - cioè il nostro fine - allora significa che siamo nei guai. Di brutto.

i veri eroi


Sembra passato un secolo da quando il Colonnello Gheddafi veniva in Italia da padrone, riverito e onorato come un alto dignitario. C'è una spaventosa e stridente incongruenza tra le immagini di quel trionfo di cartapesta e il pugno allo stomaco delle ultime istantanee, quelle della caduta e del barbaro linciaggio. Sembra passato un secolo, ma in mezzo c'è appena un pugno di mesi: poco più di un anno per passare da ago della bilancia della politica internazionale a povero diavolo sbranato dalla furia del suo stesso popolo. Non voglio entrare nel merito del diritto internazionale, né tantomeno provare a sbrogliare le poco nobili ragioni che hanno portato le democrazie occidentali (Italia in testa) prima a blandire e poi a contribuire ad uccidere l'ex amico. C'è un dato, in tutta questa opaca e terribile vicenda, che mi ha colpito in modo particolare. Ricordo che a Roma, ai tempi della prima visita, Gheddafi era stato accolto come un eroe non solo dal mondo della politica, ma anche da quello accademico, che gli aveva riservato l'onore di una lectio magistralis (o come diamine usano dire loro), giustificandola con una delle solite formule pompose di stampo universitario. Non ricordo esattamente quale fosse la frase. Ho in mente in modo distinto però come fosse stato il Rettore in persona a spendersi per aprire le porte al dittatore. La mia domanda è: dove sono ora tutti questi professori? Dove sono ora questi campioni del libero pensiero? Sapevamo tutti chi fosse Gheddafi ai tempi della sua visita. Non c'erano dubbi sul fatto che fosse un tiranno, eppure era considerato degno di tanti riguardi, mentre una settimana fa è stato lasciato in balia della folla, con qualche frase di circostanza e una forte dose di codardia mascherata da realpolitik. Con qualche sforzo si può comprendere (anche se non giustificare) un atteggiamento del genere da parte del mondo politico, da sempre alle prese con le ipocrisie istituzionali e i cerimoniali stantii, ma il mondo universitario? Questa mistica patria della libertà e del confronto democratico a che gioco giocava un anno e mezzo fa? E ora?

pagine gialle

piccolo spazio pubblicità

Anche il noto giornalista Aldo Cazzullo ha scritto ma soprattutto pubblicato un romanzo. Nell'ambito di una delle molte trasmissioni televisive cui partecipa in qualità di opinionista, presenta la sua fatica letteraria, complice un'indulgente collega. Non è il primo giornalista che scrive un romanzo - quasi che il passaggio dall'opinione politica alla narrativa fosse normale - e temo non sarà l'ultimo. Ma non è tutto. Cazzullo ci informa che scrivere un romanzo non è difficile, che tutto sommato è più complicato scrivere un saggio (alludendo forse alla vasta pubblicistica di giornata con cui ha contribuito ad intasare il mercato editoriale). In un colpo il cronista, opinionista o come si dice ha sgombrato il campo da ogni rovello tecnico e ogni dubbio intellettuale: con la praticità mutuata forse dalla lunga militanza televisiva ha non solo avuto la grave immodestia di ritenersi uno scrittore (immodestia dovuta al fatto che per lui, con ogni evidenza, la scrittura in senso stretto è un di più di cui potrebbe fare a meno) ma anche di impartirci una lezione di alta critica letteraria. E tutto con la leggerezza, con la vaporosa superficialità di una televendita. Ma la vita insegna anche questo: quando si pensa di aver raschiato il fondo, di aver ormai visto da vicino la necrosi del mercato editoriale italiano, spunta sempre un Cazzullo da qualche parte a ricordarti che al peggio non c'è mai fine, e che in fondo la letteratura è solo uno dei tanti settori di mercato a cui un personaggio abbastanza noto può accedere per fare strage di ogni senso del limite e della decenza, arricchendo le proprie tasche e al contempo la già estenuata confusione che regna nella cultura italiana. E' presto per fare previsioni (o forse è già troppo tardi e i cocci ci stanno per piovere in testa) ma tutto indica che nell'ignobile categoria degli istant book, in cui di solito compare la saggistica di risulta, si debba ormai includere anche il romanzo, inteso come oggetto usa e getta. Se non fosse per l'irrisoria quota di mercato (ci siamo tanto imbestialiti da ragionare con la calcolatrice anche in questo ambito) ci sarebbe da temere anche per la poesia. Attendiamo le mosse dei vari cazzulli d'Italia, certi che l'editoria vigente non farà che assecondarli, così come asseconda, di norma, tutto il peggio che le capita a tiro.

spieghiamo bene

Mi sono appassionato alle vicende mediatiche di Federica Pellegrini. Hanno qualcosa di paradigmatico e di sconcertante al tempo stesso. La campionessa di nuoto non vuole portare la bandiera alle Olimpiadi. In termini tecnici mezza giornata in piedi nuocerebbe alla preparazione atletica. Alla luce della pressione cui è sottoposta e delle aspettative nei suoi riguardi, ha il diritto di dirlo, anche se forse una presa di posizione del genere, qualche anno fa, non sarebbe stata tollerata. Amen, c'è di peggio. La preparazione dovrà rovinarsela qualcun altro. La nuotatrice avanza anche qualche candidatura, bontà sua. Ma il bello deve ancora venire. Non c'è bisogno di ricapitolare le puntate precedenti della soap: amori, disamori, feste, calendari, tatuaggi, ripicche, gelosie, tradimenti. Ora andiamo un po' più a fondo nella vicenda: "Ma se restassi incinta, rinunceresti alle Olimipiadi?" E qui il capolavoro. "Beh, spieghiamo bene" l'esordio "allora, prendo tutte le precauzioni del caso, ma anche con la pillola c'è quello zero virgola uno percento di possibilità. Dovesse capitare, sarebbe destino. E sicuramente non abortirei per un'Olimpiade." Era in effetti il caso di spiegarla bene questa cosa, casomai ci fosse sorto un dubbio. Dunque: sappiamo con chi si accoppia, quanto si accoppia, con chi si accoppiava e anche a quali metodi contraccettivi si affida. Il tutto con spigliatezza e allegra disinvoltura. E' una dote da invidiare. Avevo il sospetto che questo accanimento nei confronti della vita privata di una ragazza fosse una delle tante e subdole manovre di accerchiamento dei media gossippari. Un modo per sfruttare la vita di una persona, mettendola in piazza. Adesso mi rendo conto che le cose non stanno esattamente così; i media cattivi, d'accordo. Ma anche l'ambizione smodata e un po' cialtrona di una provinciale di successo, che nel volgere di qualche anno ha capito come rivoltare la situazione a proprio vantaggio, usufruendo di giornali e clamori mondani per promuoversi, per pubblicizzarsi come uno dei tanti prodotti disponibili nel mercato dell'immateriale. Non c'è niente di male, dirà qualcuno. Anche scendere nel dettaglio ginecologico (dopo quel memorabile exordium: "Spieghiamo bene") non è peggio di un pomeriggio televisivo sulle reti nazionali. E il pubblico si adegua. In balia dello sconfortante e sempre più macroscopico equivoco secondo cui alle doti mediatico/sportive debba in qualche modo corrispondere anche una dote intellettiva superiore alla norma. Attendiamo con impazienza esami del sangue, eventuali ecografie, bollette, biglietti del tram, marche di assorbenti etc.

nobile Nobel


Premio Nobel ad un signore svedese chiamato Tomas Transtromer. Non ho mai letto niente di suo, come la maggior parte dei lettori del globo. Questo non mi fa onore, tutt'altro. Sono già spuntati i sapienti a gettone, quelli che emergono dalle spelonche universitarie per dire "Io lo conoscevo, meritava il Nobel e voi siete degli ignoranti". Ignorante, lo sono di certo. Il poeta Transtromer è sicuramente bravissimo. Ma sconosciuto. Cosa che di per sé non è una colpa, tutt'altro, ma che sta a testimoniare che la sua opera è stata poco condivisa dall'umanità (ed è di umanità che si deve parlare quando ci si riferisce ad un Nobel), e che di conseguenza è entrata poco in circolo nel sistema vascolare delle lettere mondiali, e quindi delle nostre vite. Un Nobel la cui esperienza sia di nicchia, è un Nobel che non ci rappresenta. Chi lo dice che ci debba rappresentare? Potrebbe tuonare un professore. Ma nessuno, naturalmente. Solo che in una patria letteraria sempre più confusa e caotica non sarebbe male vedere premiata l'opera di un autore il cui senso ultimo sia lo sforzo collettivo di una generazione: sarebbe un bello scambio simbolico. Così come ad esempio Hemingway e Montale hanno rappresentato qualcosa nella società del loro tempo, e hanno incarnato, con il loro messaggio, non i pruriti di qualche studioso, ma il sangue di un'intera epoca. Ma i premi Nobel vanno presi per quello che sono. Se scorriamo banalmente la lista degli insigniti, accanto a qualche grande nome, incontriamo una caterva di sconosciuti. Sì, di sconosciuti. Ossia di scrittori magari degnissimi ma che per un motivo o per l'altro non hanno bucato le pagine da loro scritte, fermandosi nella polla stagnante di una risonanza modesta. Con questo non voglio dire che sia il successo a decretare il vincitore, ma che l'affetto della gente è un elemento importante per giudicare in una prospettiva storica la qualità di un'opera. Un'opera di alta qualità tecnica incapace di penetrare gli strati a lei più distanti è un'opera sostanzialmente sterile. La lista di Nobel è piena di questi nomi, oggi come ieri. Anzi, direi che i nomi di ieri sono ancora più importanti: sono quelli che non sono stati in grado di superare la barriera di qualche anno. Il Nobel per la letteratura ha sempre premiato se stesso più che l'autore: è una realtà che va accettata serenamente, insieme alle molte altre storture che accompagnano da sempre la fissità di molte istituzioni ritenute non si sa a che titolo intoccabili.

farewell Steve


Non starò qui a stendere uno dei tardivi e sperticati necrologi per la dipartita di Steve Jobs. E' inutile stare qui a riepilogare i suoi grandi meriti, la sua preveggenza, la sua capacità imprenditoriale. Mi piace ricordare Jobs come un mago dell'immateriale, come un uomo che è stato in grado prima e meglio degli altri di interpretare le possibilità dell'informatica prima e di internet poi, facendolo con creatività e coraggio. Era la faccia buona dell'establishment americano, la mente generosa che ci permetteva di lavorare e di svagarci meglio, che metteva a disposizione la sua sapienza tecnica per consentirci di vivere con un po' più di colore e bellezza nelle pieghe spesso grigie e catatoniche del digitale. La sua arte era costruttiva, positiva, propositiva, laddove l'impresa americana, specialmente negli ultimi tempi, si è contraddistinta più per pastrocchi finanziari e castelli per aria che non per idee e sperimentazioni. Lascia un'eredità complessa il guru della Apple. Un'eredità ancora tutta da capire e da decifrare. Un tesoro fatto di passione ma anche di concretezza, ed è tutto da vedere se chi lo sostituirà sarà capace di farlo con altrettanto successo e altrettanta lungimiranza. Perché fino ad ora è stata la Apple a dettare le tappe e a scandire gli appuntamenti mentre la concorrenza si è sempre trovata, talvolta in modo quasi comico, a dover inseguire, a pasticciare con le applicazioni, a plagiare spudoratamente. Non sono un fanatico Apple, ma un utente, e come tale mi piace riprendere la bella espressione usata anche da Vittorio Zucconi su Repubblica: non ho conosciuto di persona Steve Jobs, ma è come se avessimo lavorato insieme. E, posso aggiungere, ci ho lavorato anche bene.

talk!

La ciarla televisiva, in Italia, non manca. Il così detto talk, il dibattito, il confronto, è un format in netta ascesa. Due o più contendenti di opposta idea politica che si contrappongono: bianco, nero, addizione, sottrazione, più, meno. E' una gara di contrari. Uno dice una cosa, l'altro risponde con il suo opposto. Il conduttore non fa troppe domande, lascia spazio agli slogan. Che cosa sia vero e che cosa sia falso è un dettaglio di cui sembra non importare niente a nessuno. Nel dibattito tra politici e tra giornalisti che appoggiano l'uno o l'altro schieramento, l'argomentazione è stata eliminata, sostituita da un giochino a base di autocitazioni, luoghi comuni, baggianate, ovvietà. Parole cardine attorno a cui ruotano le odierne supercazzole: crescita, crisi, globale, paese (onnipresente), spread & default (new entry di cui sono abbastanza convinto la gran parte dell'attuale classe diriggente ignori il significato) ma anche responsabile & irresponsabile, o concetti altisonanti quali legittimità e conti pubblici, o per contro formulazioni ipocrite e cialtrone come cene eleganti e escort. Ognuno può aggiungere quello che meglio crede, il risultato non cambia. Ore e ore di trasmissioni, dirette, telegiornali per arrivare ad una brodaglia indistinta, dove il senso delle parole è andato annacquato e perduto, disperso nei mille rivoli di una retorica da strapazzo creata ad arte per confondere, mischiare le carte e infine suonare vuota. Perché il centrosinistra non riesce, una buona volta, a svoltare nei confronti di una compagine di governo da tempo alla deriva? Anche per questa ragione: per la mancanza di argomenti forti, per l'assenza di un pensiero determinante, chiaro, capace di coinvolgere le persone. Non si spiega in altro modo l'aver perduto e il continuare a perdere contro una forma di potere così sgangherata, misera, debole, idiota, laida come il berlusconismo. Con il suo repertorio di frasi fatte, promesse da televendita e conformismo. Il non riuscire a dimostrarsi migliori di questo sbaraglio, mi dispiace dirlo, è una grossa colpa. Non solo perché prova provata di sconcertante incapacità, ma anche perché germe di un sospetto ancora più grande e indicibile: che sia una forma larvata di complicità? Una forma di tacito accordo in nome della conservazione dell'establishment? Ricordiamoci della grande dimostrazione di democrazia, capacità organizzativa e coesione data pochi mesi fa con le elezioni amministrative e i referendum: quel patrimonio è già stato dilapidato.

il testo del testo

Ha senso raccontare un autore? Ha senso viverlo attraverso la spiegazione della sua opera, la ricognizione talvolta capziosa e arbitraria del suo percorso artistico, magari cercando di spiegare determinate scelte artistiche a partire dai riscontri biografici? Tutto questo va capito. Per andare avanti o per tornare indietro. Per ridiscutere il ruolo del lettore, per capire a che punto si trova. Se guardiamo le proposte saggistiche degli ultimi anni notiamo la sovrabbondanza delle pubblicazioni a sfondo critico/biografico, dove l'autore, in una sorta di spoliazione della propria autorità, viene decostruito, re-interpretato. Alla luce di che cosa? Psicologia, sociologia, biografismo puro e semplice. La verità del testo, come lo chiamava Hrabal, passa di fatto in secondo piano; l'indiscutibilità oggettiva di quel viluppo organico che prende il nome di testo perde di consistenza, fino a diventare materia opinabile nella sua propria sostanza. Alcuni spunti per così dire professorali (il noto scrittore odierno che parla di un autore del passato) possono anche essere interessanti, ma è la velleità dell'intera operazione che lascia perplessi: finiamo per sapere tutto di Alessandro Manzoni senza aver mai letto un rigo scritto da lui, se non nelle squallide e inesatte sintesi scolastiche, nei bigini un po' accattoni che la scuola stessa promuove e istiga ad utilizzare. Stessa sorte per altri autori, da Carducci a Pascoli passando per i grandi stranieri, uno su tutti Shakespeare: chi non sa almeno un po' di aneddotica da bancarella del bardo? L'opera, in altre parole, decade, non è più. Al suo posto l'opera sull'opera: un'operazione quasi postmoderna. A parlare non è più l'autore, ma un professore, o comunque una figura terza che media, normalizza, logorando il sottile diaframma che separa l'interpretazione personale dalla realtà, dal fatto nudo e crudo che ognuno avrebbe il diritto, una volta appresi gli strumenti necessari, di di elaborare da sé. Forse è fin troppo facile dire che la scuola, di ogni ordine e grado come si usava dire, è la principale responsabile di questo spaventoso fraintendimento. Forse dirlo è un'ovvietà vicina in modo sospetto al luogo comune. Eppure. Una riflessione in merito andrebbe fatta. Una riflessione in astratto, visto che è e sarà impossibile mettere in discussione la desolante didattica italiana, la dittatura professorale e tutto quel retaggio burocratico passatista che appesantisce, soffoca, elimina il dibattito.

l'Occidente tramontato

Il Tramonto dell'Occidente è una chimera, un'opzione politico/filosofica che grava sulle malandate coscienze d'Europa da almeno un secolo. Ne hanno parlato filosofi e giuristi, prefigurando in ogni caso una specie di caduta, di destino irrimediabile inscritto nel codice genetico stesso dell'Occidente. Heidegger parlava di Terra dell'Occaso (Abendland), ossia la patria, il territorio per eccellenza in cui l'essere si oblia. Oswald Spengler ha dedicato un torrenziale e complesso trattato a questo tema: Il tramonto dell'Occidente, appunto, dove si individua la Storia in un processo di progressivo e inesorabile disgregamento, passando da uno stadio di civiltà ad uno di civilizzazione, dove il caos e il materialismo inquinano senza rimedio la sostanza vitale dell'uomo.

Questo per sommi capi. Se Spengler è stato il grande aedo di questo sentimento (che come tutti i sentimenti radicati è una costante umorale di un intero popolo che uno studioso teorizza, e non viceversa), elementi sparsi a sostegno di questa concezione si trovano in altri pensatori, sia precedenti che posteriori a Untergang des Abendlandes: in Nietzsche e Schopenhauer, ma anche in Cioran e Jaspers: è l'uomo stesso ad aver perso fiducia nelle istituzioni che celebrano il potere e la stabilità etico politica dell'Occidente. Il mito nietzschiano dell'Eterno ritorno, secondo una data interpretazione, potrebbe non essere altro che un tentativo di sottrarsi alla trascendenza del tempo e quindi al rapporto fiducia/sfiducia nell'avvenire. Troppo complesso per parlarne qui. Mi limito a dire che i filosofi e gli scrittori europei (Dostoevskij non ha forse preconizzato tutti gli elementi nichilistici e disumani che avrebbero portato alla progressiva svalutazione dell'uomo a favore del suo connotato mercificabile?) vagheggiavano un crollo morale, etico, metafisico. In questi ultimi anni possiamo anche dire che ciò è avvenuto.

La scorza, o perlomeno quel residuo di cultura classica e celtica che da sempre è stata la colonna vertebrale d'Europa si è sfarinata. Le conseguenze le abbiamo sotto agli occhi. Oltre all'istupidimento di massa e al potere assimilato ad un'orgia, c'è però una variabile che nemmeno le menti più illuminate su cui ci basiamo avevano previsto, non in questa smisurata proporzione almeno: l'elemento economico. Se da un lato la rivoltante ipocrisia dei governi era in qualche modo contemplata, la dipendenza di questi da una fitta rete di interscambi a scopo monetario non era stata ancora scorta all'orizzonte. Il binomio produzione consumo, già ampiamente intuito da Marx, ha trovato negli ultimi anni la sua collocazione definitiva, e, potremmo dire, tombale. A questo proposito cito testualmente un interessante articolo scritto da Benjamin Barber, già consigliere politico di Bill Clinton, all'indomani del crollo del World Trade Center: "A questo punto non dovremmo forse chiederci come mai quando vediamo che la religione colonizza qualunque altro campo della vita umana la chiamiamo teocrazia e sentiamo puzza di tirannia, e quando vediamo che la politica colonizza ogni altro campo della vita umana la chiamiamo assolutismo e tremiamo alla prospettiva del totalitarismo, mentre se vediamo che le relazioni di mercato e il consumismo commerciale tentano di colonizzare ogni altro campo della vita umana li chiamiamo LIBERTA' e ne celebriamo il trionfo?".

La domanda aleggia, senza risposta. O forse sì: basta a aprire un quotidiano, dare una scorsa ai siti di informazione per capire fino a che punto l'umanità sia rimasta intrappolata nei meandri di un meccanismo che ha creato essa stessa e che serviva, al principio, per ridistribuire le risorse mentre oggi si ritrova ad essere il volano delle ingiustizie sociali, la causa principe degli squilibri, e non ultima la miccia che ha dato il là al dissesto economico, e morale, di quella stessa terra che per secoli è stata depositaria dei germi della democrazia e del progresso sociale. Quando vedo che, in estrema analisi, dipendiamo da fattori economici, dipendiamo dalla negoziazione sindacale, dal bilanciamento (sempre più precario) tra diritto del padrone e resistenza del lavoratore, capisco che tutto o quasi è perduto. Che Marx, in questa precisa fase, sta avendo la meglio su Nietzsche, e che in fin dei conti, per evitare di essere schiacciato e inghiottito dagli eventi, un intellettuale farebbe meglio a frequentare finalmente una cultura della crisi, rinunciando ai grandi preconcetti che ci hanno guidato fino a questo punto morto. Miti come la crescita illimitata, la libertà di mercato, la sacralità della moneta vanno rivisti; la libertà personale non può essere ridotta a libertà prestazionale, opprimendo l'uomo, come dice Marcuse, sul fondo di un'unica dimensione.

E con Marcuse concludo. Con una domanda, contenuta nella prefazione politica a quella pietra miliare che è Eros e Civiltà: "La correlazione antagonistica di libertà e repressione, produttività e distruzione, dominio e progresso, costituisce realmente il principio della civiltà?"

serate eleganti

Un tempo le corti italiane erano il ricettacolo di scienziati, artisti, intellettuali, di cui il principe amava circondarsi. i Medici, i Gonzaga, gli Este, i Della Scala, persino la corte papale. Personaggi di rilievo, cui era demandato il compito di offrire al sovrano una nuova chiave di lettura sul mondo: non era la loro una semplice funzione ornamentale. Poi si passa ai giorni nostri, alle cronache di questi ultimi anni, in cui l'uomo più ricco e potente d'Italia si degrada in compagnia di uno stuolo di donne a pagamento; adotta un linguaggio da scaricatore di porto; si rende ricattabile; ammette candidamente di fare "il premier a tempo perso" di "un paese di merda". Con i suoi soldi e il suo potere potrebbe circondarsi del meglio esistente al mondo: premi Nobel, economisti, giuristi, artisti, uomini di scienza. Potrebbe farsi spiegare, nella cornice di sfarzo delle sue proprietà, come funziona il mondo, come aiutare il nostro paese ad affrontare l'orizzonte plumbeo che (da sempre) ci attende. E invece no. Ecco, io credo che il vero scandalo, che la vera aberrazione non sia solo nel pagare delle donne disposte a tutto (da che mondo è mondo dove c'è potere ci sono puttane), ma proprio nell'incapacità di usare i soldi per qualcosa che vada oltre il pagamento di una prestazione. La modestia intellettuale di quest'uomo emerge prepotentemente nel disprezzo per la cultura, che, come si evince nello sconfortante sfacelo telefonico, non compare mai nel suo orizzonte: in questo vorticoso giro di sesso facile e squallore morale il denaro è il carburante che permette di tenere in piedi il baraccone, nulla più. Non è il valore aggiunto con cui un ricco e anziano signore cerca di migliorare la condizione sua e del proprio paese per capire, per indagare, per trovare prima degli altri nuove vie. No, niente di tutto questo. Se pensiamo che B. è, tra le varie, anche il formale proprietario della principale industria culturale italiana, la Mondadori, direi che il quadro è completo.

t'amo pia Miss

Altra notizia stupida, di cui forse farei bene a non parlare. Ma mi urta, e quindi ne scrivo. Siamo ancora a Miss Italia. Concorso di bellezza. Ragazzine in sfilata. I tempi si aggiornano: ora devono dimostrare cultura, interessi, più il mantra dei mantra: cantare, ballare, recitare. Come prendere un cadavere e imbellettarlo sotto chilometri di cerone per renderlo presentabile alla folta e ingenua platea ancora disposta a bersi queste sciocchezze. L'obbrobrio non sta tanto nel concorso di bellezza in sé, che è una delle tante idiozie che ci trasciniamo dietro dalla notte dei tempi, ma in questo tentativo insieme patetico e rivelatore di aggiornare il copione, pasticciando i termini, confondendo le acque con una spolverata di alfabetizzazione e una patina di moralismo.

A questo proposito cito testualmente dal sito di Repubblica la dichiarazione della patron dell'iniziativa (che poi chissà che caspita è un patròn con l'accento sulla "o"): "Le concorrenti di quest'anno sono molto legate ai valori della tradizione, parlano spesso dei padri e da questo traspare un bisogno di avere come punto di riferimento una figura forte." Tre rapide considerazioni, che prescindono dalla povertà grammaticale dell'assunto. Non so a quale tradizione si faccia riferimento. Parlare spesso dei padri può anche essere segno di prematuro rincoglionimento. Avere bisogno di una figura forte (per di più maschile, perché mamma, si sa, è debole) non è detto sia questo granché.

Ma veramente l'alfabetizzazione di massa ha prodotto questi mostri? Ma sai che rimpianto per un sano analfabetismo dichiarato, che non ha bisogno della maschera pacchiana di una laurea o di un gerundio per mostrarsi al mondo, e che invece accetta di rivelarsi per ciò che è: una cosa anacronistica e un po' turpe: un concorso di bellezza. Ma quella frase dice anche di più: nell'invito a rifugiarsi tra le gambe di papà, nel recuperare questa non meglio specificata tradizione, si solletica quanto di più grettamente paternalistico e conservatore alberghi nei cuori del pubblico. Per questa gente, per questi patroni, per la Rai e sicuramente per una buona fetta di Italia, siamo fermi agli anni '50: è questo il dato allarmante. Niente '68 (che può piacere o no ma che c'è stato), niente referendum su divorzio, aborto, niente crisi delle vocazioni, niente emancipazione femminile.

Niente di preoccupante, tutto pacificato, tutto normalizzato. La volgarità cambia nome e indirizzo, ma resta la stessa di un programma della domenica pomeriggio. L'emancipazione femminile, tutt'al più, passa attraverso la laurea triennale in scienze bancarie, con la benedizione di papà (e di mamma se proprio vogliamo mettercela), e tutti sono contenti. E per non dire che queste cose non servono a niente, eccoti pronto un posto di lavoro: Miss cinema avrà diritto di partecipare al nuovo film di Vincenzo Salemme. Mica di finire nelle mani di qualche scalmanato alla Kubrick.

accoppiamenti giudiziosi

Discutevo giusto ieri, con un amico, del rapporto tra arte e arte concettuale; del legame (o del divario) che serve a spiegare la connessione tra un'arte del saper fare e un'arte da interpretare in chiave estetico formale. Poi, oggi, osservo la riproduzione di cui il presente link. Lana sutra. Manichini di lana in posa porno a significare, stando alla didascalia, il solito amore universale. Abilità nel manipolare la materia (a parte gli scherzi non dev'essere per niente facile scolpire dei gomitoli di lana) al servizio della più banale delle chiavi di lettura amorose: quella specie di Bibbia inguinale che risponde al nome di Kamasutra, che dalla pur nobile origine mistico sacrale è giunta, sulle tavole di noi occidentali, sotto forma di breviario porno a uso voyeuristico. E' arte tutto questo? Possiamo parlare di arte o ci troviamo di fronte ad una manovra commerciale ordita da Benetton e agghindata di tutte le cialtronate finto tecnologiche ("vetrine digitali Live Windows e streaming sul web", ma per vedere che? I gomitoli che si accoppiano?) di cui disponiamo al momento? La domanda pende, un po' sconcia, come le lenzuola da un letto sfatto. Nel logoro riciclo di luoghi comuni, la pubblicità, ancora una volta, occupa un posto d'onore. La pubblicità che si ammanta della patina oleosa dell'arte concettuale per vendersi meglio. Ma paga uno scotto, evidente come un marchio di fabbrica (o di Caino): l'assoluta incapacità di dire qualcosa di nuovo, o qualcosa di spiazzante. Il nascondersi dietro il finto scandalo poi (forse una campagna del genere poteva dare fastidio negli anni 50) è un altro dei processi comunicativi collaudati di cui la pubblicità abusa: un po' come le dive in disarmo che ostentano il pancione su una copertina patinata. Solo una società immatura e alquanto patetica può trovare qualche prurito nella sessualità o in un fatto normale come la gravidanza. Un'arte che si accoda a tutto questo, forse, non merita di essere definita arte. Un'arte del passo indietro, del lavoro commissionato, dello scadimento a pettegolezzo, non è più libera espressione, ma prestazione professionale.

parolaccia a tarda sera

Il lessico ha radici profonde. Dice chi siamo, che cosa pensiamo, che cosa non pensiamo, come dissimuliamo la nostra personalità o al contrario come la manifestiamo. Quando il Presidente del Consiglio dice che il nostro è "un paese di merda" e che lui "scopa e basta" e che del resto chi se ne fotte, non compie solo un oltraggio nei confronti del suo e soprattutto nostro paese, ma fa qualcosa di più: rivela una debolezza sconcertante. Una debolezza che ha radici lontane. Debolezza di idee, di cultura, di risorse umane. Ma è tutta la storia del rapporto Berlusconi - linguaggio che meriterebbe di essere analizzata in uno studio di alto livello: da quella specie di mannaja tritura cervello che è stata ed è Mediaset (con tutta la sua violenza depaupera lessico, la sua bonomia dispensatrice dell'ovvio) al vocabolario da piazzista in trasferta (il "mi consenta", il "dottore" di qui "dottore" di là, fino agli indimenticabili "uso criminoso" e "utilizzatore finale") fino al continuo sentore di frase fatta, di luogo comune, di concetto logoro che è la vera cifra distintiva, a livello linguistico ma non solo, della comunicativa berlusconiana. Oggi siamo alla parolaccia, al trivio. E all'insulto. Quelle parole messe in bocca a qualsiasi altro uomo di Stato suonerebbero come un alto tradimento. Pensiamo a Obama che dice una cosa del genere, pensiamo alla Merkel, pensiamo a chiunque altro. Siamo di fronte a quella che è la prova provata di un menefreghismo facilone, di un opportunismo intollerabile che non ha mai smesso di essere il vero motore propulsivo di questi ultimi 18 lunghissimi anni. Spettacolare anche la scusa: "Era tarda sera". Già un'altra volta alluse ad una non meglio identificata e quasi poetica "Sfera onirica". Perché l'uomo è così, finché può nega, e poi, colto in castagna, ti prende per il culo. Ops.

Due di Due, di Andrea De Carlo

NUOVO ARTICOLO PER READER'S BENCH

make up art

Di tutti i filoni strampalati e i sottogeneri d'occasione, la novità più prepotente e al tempo stesso più tremenda che si approssima con la ripartenza delle attività editoriali è la manualistica da cosmesi. Trucchi e parrucchi alla ribalta. A farne l'elogio, volti pescati dal web, giovani guru dell'impiastro. Le parole, nella loro macchinazione più deviata e perversa, sono giunte in aiuto ancora una volta, con un'infornata di suoni privi di semantica da appiccicare al fenomeno: make up art, glamour, femminilità, cura di sé. Nell'intasamento generale del mercato editoriale, nella confusione ormai programmatica dei contenuti, il filone make up occupa uno spazio paradigmatico, eccezionalmente esemplare del momento che stiamo attraversando, con una vasta gamma di luoghi comuni da servire al pubblico dei lettori: il ritorno al vuoto pneumatico, la pericolosa e cialtronesca sovrapposizione femminilità/trucco, il sistematico ricorso alla cazzata (nell'accezione tecnica di non sense) come grande mezzo di depistaggio e dimenticanza. Ci sarebbero cose più gravi e ponderose da affrontare, ma questa incontrollata, piccola deriva di senso, mi è sembrata un segnale: è proprio così, e non c'è niente da fare, siamo condannati. Perché se case editrici di grosso lignaggio decidono di spendere soldi in questo campo significa che già prevedono degli utili, e gli utili sono rappresentati dai lettori. Che comprano, e presumibilmente approvano. E quindi ogni battaglia è persa: hanno vinto loro. Loro chi? Ma loro, no? I produttori di niente, il frivolo, il di più, l'inessenziale. Una delle grandi trovate pubblicitarie degli ultimi cinquant'anni è stata proprio questa: rendere necessario l'inutile, o, come si sarebbe detto qualche anno fa, creare il bisogno. Inutile che c'è sempre stato, ma che ora, soprattutto a partire dagli anni zero, si è mimetizzato a tal punto da essere invisibile, da essere in noi.

viale Ceccarini

In questo agosto caldo e frastornato è andato a Riccione, dopo sei anni in cui è accaduto praticamente di tutto. E lui è ancora lì. Stavolta dalla parte opposta della città, non più nelle retrovie delle pensioni di poche pretese ma nell'avanguardia frontemare, nella compagine prelibata e zuccherina di questa specie di perenne festa mobile, fatta di cordialità e chiasso, famiglie in trasferta e gioventù ingorda di rumore e vita. E' rimasto lì, tra la sabbia e il verde dell'Adriatico. Ha parcheggiato la macchina sotto i pini marittimi e ha ripensato a quando, anni prima, aveva invece preso il treno. E' tornato sui suoi passi, nel mitico viale Ceccarini, dove niente sembra cambiato, ma è solo un'impressione: sotto le luci tonanti delle insegne pubblicitarie e lo sfavillio delle vetrine, la vita ha mosso i suoi passi. Il lento fiume ha trascinato a valle un po' di detriti, un po' di umanità. Ha cercato invano la stupenda libreria dove sei anni prima aveva acquistato l'Ulisse di Joyce, ma non l'ha trovata. Scomparsa, come sabbia dalla clessidra. Non l'ha presa bene. In compenso i vecchi pini marittimi sono ancora al loro posto, testimoni di quattro o cinque decenni di mutamenti psicologici, sociologici e anche economici. La riviera continua la sua esistenza, in una partita a carte truccate che può lasciare indifferente il turista, ma non il viaggiatore di passaggio. I tandem, i risciò, le biciclette sgomitano per trovare una fessura attraverso cui passare; i locali traboccano; ragazzini trascinano i genitori in una delle numerose sale giochi; la zingara legge la mano; la donna di colore intreccia i capelli di una ragazza bionda. Lui si è seduto su un muretto e ha aspettato. C'era il tipico odore di umanità satura, di sangue, di vitalità prepotente. Si è sentito allo stesso tempo distante e invischiato in quello spaventoso brodo emotivo. Fuori dalla cerchia cittadina si apre l'oceano di discoteche, giostre, e ancora discoteche. Le vie di raccordo sono lingue polverose ricoperte da un leggero velo sabbioso, terre di nessuno dove sfrecciano le auto notturne, in cerca di altre luci. Luci. Luci.

Herzog contro Herzog

Circola una massima nel linguaggio comune: meglio non conoscere di persona i propri miti. Si potrebbe allargare il concetto: meglio non leggere le loro interviste. E' l'idea che mi è balenata addentrandomi in Incontri alla fine del mondo, fluviale libro intervista in cui Werner Herzog parla di sé e del proprio lavoro. Da un punto di vista strettamente personale non ho potuto fare a meno di avvertire un solco profondo tra l'idea che mi ero fatto di lui - tramite film e diari di viaggio - e le sue parole in presa diretta. Sono due persone complementari, ma distanti. Uno è un conoscitore della vita nelle sue pieghe più estreme, l'altro, quello che emerge dal libro, un signore un po' ossessionato e candidamente digiuno di cinema. Da una parte il regista di Aguirre, Fitzcarraldo e Kaspar Hauser, dall'altro un suo alter ego tendente all'ottusità, imbrigliato nella difesa a oltranza di una propria ideologia. Si avverte quasi un brivido leggendo questi Incontri: non c'è vita nelle parole di Herzog, ma una sua rivisitazione parodica. Troppe esagerazioni, troppe sbruffonate, troppa, improbabile paccottiglia. Il racconto che Herzog fa di sé è una sequela di avvenimenti estremi e compiaciuti, vissuti tutti con eccezionale superficialità, come se l'importante fosse andare più che capire, e il movimento stesso costituisse una ragione esistenziale sufficiente, a scapito di ogni riflessione. Un gigantesco ma poco socratico "non so" aleggia inquietante su ogni episodio, che il regista tedesco rievoca con sprezzante superbia, ma, soprattutto, con un tasso di miopia davvero sorprendente: così come mi fido poco di uno scrittore che non legge, diffido anche di un regista che non vede film. Anzi, di più: che non riconosce film a parte i suoi, che non riconosce altri metodi validi a parte il suo. Cattivo anche il montaggio verbale delle risposte: ridondanti e abnormi, saggi nel saggio, dove viene accorpato di tutto di più, alla faccia di ogni sintesi. Peccato perché nelle altre proposte di questa collana (targata Minimum Fax Cinema) come quelle dedicate a Woody Allen e a Orson Welles, si respira un'altra aria. Il gioco, insomma, riesce. Qui, no. Non so se la colpa sia l'infelice confezione editoriale o se piuttosto non si tratti di un limite tutto herzoghiano a capire gli altri e a farsi capire.

quel giocatore di Dostoevskij

Inutile tentare di definire questo Giocatore di Dostoevskij, inutile davvero. De - finire equivale a de - limitare e quindi ad attenuare, impunemente, la carica ambigua di questo racconto lungo. Non tento nemmeno di spiegarne la trama: sta tutta nel titolo. Il giocatore è un impasto di temi autobiografici e di spunti di riflessione, più le note e mai banali considerazioni dell'autore sui temi tanto amati: colpa, punizione, fato, vizio, impossibilità di andare oltre se stessi. Il giocatore gioca, e basta. Non ci sono filtri dialettici tra la febbre dell'azzardo e la sua razionalizzazione, per il semplice motivo che nella mente di chi punta tutto su un colore qualsiasi barriera culturale, morale, razionale è crollata, è passata in secondo piano, assorbita da una febbre che divora qualsiasi volontà. C'è molto di personale in questo racconto. Ci sono ossessioni, coazioni a ripetere, turbe mentali, abbandoni. C'è tutto Dostoevskij condensato in un numero di pagine per lui stranamente esiguo. Almeno a questa economia di parole c'è una spiegazione: l'autore era rimasto vittima di una condizione editoriale particolare, per cui si era visto costretto a confezionare un romanzo breve entro una certa data. Ce la fece, ricorrendo ad una giovane stenografa (che poi sposerà, ma tu guarda) e senza interrompere la stesura del lavoro che davvero gli stava a cuore: Delitto e castigo. Non so se lo scrisse tanto per fare, non credo, ma sta di fatto che una certa fretta il povero Fëdor doveva pure avercela, come si evince da un impianto narrativo un po' sparpagliato, dove la necessità di dire tutto porta la penna a improvvise variazioni temporali e a economie descrittive insolite per un romanziere russo. Ciò che ci resta è un grande capolavoro. Distante da noi, sia per scrittura che per umore, ma ancora vicino per certe ossessioni che, fatte le dovute proporzioni, ancora albergano nella nostra società. Prima di Freud, prima della psicologia da pomeriggio televisivo. A monte delle nostre paure.

un bersaglio chiamato Ernest Hemingway

Nel cinquantenario della scomparsa, vicescrittori e critici d'agosto si divertono a tirare al piccione contro Ernest Hemingway. Gli concedono poco: un paio di buoni romanzi, qualche aneddoto e così sia. Negli articoli che ho letto in questi giorni stanno cercando un po' tutti di denigrarlo. "Non era poi così grande, era un cacciapalle, non ha inventato niente, era un vecchio ubriacone paranoico". E' una gara a ridimensionarlo, come dire che ci sia qualcuno, tra i critici di oggi, che abbia i mezzi per poterlo fare. Io non mi stupisco più di tanto. O per meglio dire, non ho voglia di farlo. D'altra parte sono stati e sono innumerevoli i parassiti che si sono aggrappati alla carcassa di Hemingway: una pletora di gente senz'arte né parte che ha provato a vivere di rendita sulle sue spalle. Critici, mogli, amanti vere e presunte, falsi amici, scrittori della domenica: un esercito di comprimari che ha salassato il mito, in parte inventandolo di sana pianta, in parte spremendolo come un limone. E in questo gioco al massacro l'unica vera, grande vittima è stata proprio lui, Ernest. Non è nemmeno una vergogna, è semplicemente una cosa losca, di infimo cabotaggio, una bega tra invidiosi rinfocolata dai pennaioli parcheggiati nelle redazioni dei giornali e da un pubblico - soprattutto letterario in questo caso - che non si stanca mai dei finti scandali. D'altra parte, questa tecnica è stata usata, con le dovute differenze, anche con Alberto Moravia. Ma forse possiamo provare ad allargare il concetto, affermando con una certa sicurezza che tutti i grandi artisti hanno subito un trattamento simile, in una sorta di accanimento post mortem che lascia sconcertati, e atterriti. Si può anzi individuare nella gogna postuma, nello scandaglio impietoso e ipocrita, un qualche titolo di merito. Se un mediocre è archiviabile come mediocre sub specie aeternitatis, un grande è continuamente oggetto di critica e revisione. Quello di Hem è un destino. Ingrato, forse, ma di certo in linea con il personaggio. Scoccia, ma niente di più, vederlo messo sotto processo da giudici tanto piccoli, ma anche questo rientra nella materia scomoda e un po' sconcia di cui sopra. Sarebbe più semplice dire che è stato un grande scrittore - uno dei più grandi di sempre - e che vivere secondo un concetto di sé non è una colpa, ma un tentativo, uno dei tanti che noi tutti intraprendiamo, uno dei pochi che talvolta vengano concessi, di esistere con coerenza. A dirlo si passa quasi per complici. Ben venga.