ai miei tempi si sprecava, figliolo

In uno dei tanti e tutti uguali telegiornali generalisti, colgo come d'incanto la frase: "Per effetto della crisi purtroppo anche gli sprechi diminuiscono." Ed è così che in un sonnolento pomeriggio natalizio finisce per materializzarsi, nell'ingenua forma di un servizio riempitivo, la prodigiosa inversione di senso: il vero peccato (religioso e laico) non è sprecare, ma non sprecare, privarsi della gioia di sbattere nel cesso il di più che non ci garba. Ecco il segno dei tempi. E la televisione, per istinto, per fiuto dello sciatto, annota meticolosa, con quella sua vocina querula. Ma come spesso accade, la voce degli stolti sa essere più puntuale di altre a verbalizzare senza pudore la realtà dei fatti: il rimpianto per lo spreco che fu fotografa le circostanze del presente senza tanti giri di parole, senza alcuna ipocrisia, e riesce a farlo proprio perché mette da parte ogni forma di ragionamento. E versando sugli avanzi del cappone questa frase becera, illumina il vero senso dell'economia su cui la nostra società si è fondata in tanti anni, un'economia fatta di sprechi e di eccedenze, dove la sovrapproduzione di beni trovava sfogo nel consumo a vanvera. Delle tante e spesso drammatiche letture che si possono fare di questi anni di crisi, la televisione ha scelto la più vicina al suo modo di essere: quella più banale e innocua, e forse per questo motivo anche la più feroce. Tanto en passant nell'intrufolarsi tra il panettone e il caffè, quanto vera come solo un calcio nello stomaco sa essere: e se per un attimo riusciamo ad andare oltre al contesto mediatico stupido e incolore, forse possiamo capire come una frase del genere in realtà abbia a che vedere con ciascuno di noi, con quel meraviglioso diritto acquisito di non aver bisogno

cercasi destra


Tra i tanti fallimenti della politica italiana ce n'è uno che ha richiesto un prezzo particolarmente alto: è la sconfitta culturale e morale della destra. Una catastrofe che prende le mosse dall'aver abdicato a qualsiasi forma di valutazione critica di sé e del mondo, alla ricerca della scorciatoia, del colpo elettorale, del populismo a oltranza. L'aver accettato il berlusconismo come parametro politico ed esistenziale ha ridotto la destra italiana a non esistere più a livello di idee, ma solo a livello di opportunità e consumo. La progettualità, l'impegno, l'onestà che la buona politica di ogni colore richiede sono stati dileggiati in questi ultimi vent'anni: lo smantellamento sistematico delle regole a cui la destra si è accodata ha portato al nulla di oggi, un nulla dove non esiste leadership, non esistono programmi, non esiste un retroterra culturale al quale attingere, proprio perché l'impostazione ideologica (non trovo altre parole per definirla) che ha caratterizzato l'area dei conservatori dal 1994 ad oggi ha fatto di tutto per negare l'importanza della cultura e dell'impegno sociale come dati fondanti dell'azione politica. Dov'erano gli intellettuali di destra? Dove sono? Ci sono ancora? Io non ho visto alzate di scudi e vesti stracciate quando i sondaggi davano il quaranta percento e l'illusione cialtrona del benessere facile faceva vincere le elezioni con maggioranze bulgare. Non ho visto ribellioni quando in parlamento si votavano le peggio leggi a colpi di maggioranza e tutti i giornali del padrone celebravano "il governo del fare" e altri slogan da Minculpop. Lo zero di oggi rappresenta il risultato di una serie di sottrazioni che nel tempo hanno spolpato il linguaggio e i contenuti di una parte politica intera, che per comodità, pavidità, accidia o che altro si è abbarbicata acriticamente sulle esigenze di un proprietario. Non è lecito lamentarsi ora, e non è lecito nemmeno stupirsi se la destra italiana è rappresentata in questo modo, un modo che non consente nemmeno di organizzare delle primarie decenti in proprio. Ulteriore fallimento. 

di nuovo?

Dov'eravamo rimasti? Processi interrotti, poltrone delle province intatte, amazzoni, spartizione del potere, stallieri, conflitto di interessi, televisione pattume, preoccupazioni dell'Europa... La lista è lunga, ognuno può completarla come vuole. Un anno per tornare allo stesso identico punto. Che poi è lo stesso punto di vent'anni fa. Un anno per scoprire che non è cambiato niente, anche se è cambiato tutto, in una curiosa inversione della massima di Tomasi di Lampedusa. Un anno per ritrovare lo stesso baraccone irrancidito di sempre, con tanto di mostri, fissazioni falliche, parole d'ordine; uno spot che non conosce sosta da un ventennio, e che puntuale ritorna, come una malattia cronica o una condanna. La verità è che la plastica non conosce scadenza: è la materia riciclabile per antonomasia. La plastica torna sempre: miseramente vuota, povera, ingannevole, ma capace di durare e di riproporsi sempre nella stessa identica forma. Le grandi ideologie invecchiano, smettono di essere al passo con i tempi: il comunismo è fallito perché aveva smesso di interpretare il mondo che cambiava, le generazioni che si susseguivano con nuovi linguaggi e nuovi problemi. Ma il vuoto non passa mai di moda: puoi riproporlo sempre. Il Pdl o Forza Italia o come diamine si chiamerà ha bisogno di un padrone per esistere, perché tolto il suo "conducator" (come l'amabile nonnino si è autodefinito) con i suoi appetiti personali, la sua volgarità e le sue faccende da sbrigare, stava sparendo, e per una ragione molto semplice: non aveva niente da dire.  Il vuoto non ha cultura né conosce qualche cosa che vada oltre gli interessi immediati e pronta cassa. Il vuoto si ricicla, ma non parla, non ha significati da trasmettere. Anche se è un vuoto che ci è costato lacrime e fallimenti, derisione e disperazione. Niente da fare, il prodotto piace e si vende, eccome se si vende, la vedremo alle elezioni. Monti e i tecnici rappresentavano perlomeno un'opzione di destra con cui era possibile intavolare una discussione nell'interesse di tutti, ma ora siamo precipitati indietro alla vergogna degli anni passati, anni persi dietro le beghe personali di uno solo, il capo di un partito che in due decenni non è stato in grado di produrre nemmeno l'ombra di una classe dirigente, ma solo scandali e imbarazzi. Tralasciando gli aspetti legali, che sono materia per la magistratura. C'è di buono che il copione che ci attende è ormai a tal punto bollito che non ci saranno sorprese. Solo plastica e televisione, chiacchiere e fumo. 

il tecnico e il povero

Se devo scegliere una caratteristica, tra le tante che un presidente del consiglio dovrebbe possedere, ne scelgo una che è di ordine politico e morale al tempo stesso: il saper dare dignità alla povertà. Povertà che non è  miseria o peggio ancora accattonaggio, ma la dimensione dell'uomo che lotta per vivere in modo dignitoso, privato del superfluo ma desideroso di potersi mantenere al di fuori della carità di Stato. Perché ho paura sarà la povertà il grande tema dei prossimi anni, il tema non detto, inconfessabile, il fantasma che inquieta i sonni di tanta classe media che ora si vede corrodere diritti e privilegi, potere d'acquisto e gusto del di più. Gestire la povertà è una questione politica, e per una ragione molto semplice: la tecnica non prevede povertà, o al massimo la intende come una forma di inefficienza, una voce al passivo frutto di errori e incompetenza. Non ne può percepire il valore umano, la carica simbolica. Il governo Monti non è strutturalmente adeguato a prendersene cura, nonostante il sovradosaggio cattolico (o calvinista?) con cui ha irrobustito la sua legittimità e sdoganato gli aspetti più crudi e oltranzisti del suo operato: la presunzione di governare secondo criteri puramente oggettivi (in primis la necessità) diventa il paraocchi che impedisce di cogliere quanto di disarmante e inquietante serpeggi nella società che sta fuori dai dipartimenti universitari e dalle aule parlamentari. La rinuncia al welfare coincide in modo fin troppo programmatico con la decisione ideologica di annettere la solidarietà sociale alle fluttuazioni del mercato: se la scommessa di puntare tutto sul consolidamento del presente sistema economico andrà bene, bene, altrimenti ancora non si sa. L'ipotesi di ripensare l'economia in chiave di sostenibilità e giustizia sociale non appartiene agli orizzonti della tecnica, che in quanto pratica autoriferita non vede soluzioni al di fuori delle modalità che conosce. Ed è un peccato che potrebbe diventare un grave errore strategico. 

rivoluzione silenziosa

La tecnica in sé non è ideologica, è tecnica: uno strumento, un'applicazione che non è in grado di dare dei giudizi morali o di porsi dei fini che superino i suoi parametri di efficienza. Il governo tecnico che ha in mano l'Italia ha superato questo limite, e lo ha fatto nella forma più volgare: ha distrutto quel che rimaneva dello stato sociale. L'ultima picconata oggi, con l'aggressione alla sanità pubblica, che tra non molto non sarà più pubblica, o per meglio dire, sarà sostenuta dai sistemi assicurativi. I risultati saranno quelli che Barack Obama in questi anni sta tentando di combattere negli Usa: sanità per i ricchi e sanità per i poveri. I bambini che nasceranno in famiglie povere avranno ottime possibilità di rimanere poveri e curati peggio dei bambini nati in famiglie ricche: questa è l'essenza dell'ingiustizia sociale, e questo governo, con l'ideologia inumana che di fatto lo anima, non fa che ricordarcelo ogni giorno. La tecnica applicata alla politica produce dei sofisticati controsensi: la tecnica, che come si diceva è neutra, cambia di segno, assume forme e modalità che sottendono invece ad un obiettivo molto preciso: spaccare la società in due, con pochi ricchi e tanti schiavi. Perché il governo tecnico non vede altra strada per far crescere l'economia che togliere diritti e rendere i cittadini degli automi: non si tratta di una forma perversa di ideologia? Ci sono i dogmi, ci sono le miopie, c'è la volontà totalitaria. E i cittadini comprano, spinti dalla necessità, ma forse anche smantellati a livello di coscienza civile da vent'anni di pura idiozia berlusconiana. E il bello è che non c'è speranza: dove non ha potuto la violenza, dove non hanno potuto i regimi dichiarati, può la tecnologia politica mossa dagli interessi economici, la vera, definitiva forma di controllo delle masse che sta radendo al suolo anni di battaglie sociali e ogni forma di opposizione senza la necessità di sparare un colpo o di marciare al passo dell'oca. 

per una cultura depurata (e minerale)


Polemica in Germania per Kulturinfarkt, saggio contro la statalizzazione della cultura: idee avverse ai numerosi premi letterari, alle sovvenzioni a pioggia, agli ingressi gratuiti ai musei, al numero spropositato di compagnie musicali e via discorrendo. I risultati? Mica tanto buoni. Aumentano gli scrittori e diminuiscono i lettori, per esempio; aumenta la proposta musicale e decrementa la gente che la ascolta. Sono cifre impietose quelle che emergono dal rapporto. Lo Stato è dappertutto, e con esiti penosi, perché i finanziamenti, in quanto espressione muta e cieca, vanno a chiunque nello stesso modo, producendo un sottobosco di "artisti di Stato", mediocri mantenuti. La testi del saggio non è poi così originale, si dice e si ripete spesso che l'arte viene dalla fame, e che le regole di mercato siano chiare: vive chi se lo può permettere, chi fa e riesce a vendere. Anch'io ho avuto la tentazione di dare ragione al rapporto: chi non lo farebbe? Ed è vero che Rimbaud e Modigliani sono stati in cattive acque per tutta la vita, e che forse sono stati dei grandi proprio perché stimolati dall'indigenza. Ma a rifletterci un poco si capisce che non è così semplice la questione. Dividere, setacciare, provare a capire sono operazioni complicate, molto più difficili da fare che non un bel taglio lineare in conformità con i pruriti dei tecnici, che di arte e cultura ne sanno un tubo. Per esempio: i musei gratis per gli under 26 ben vengano, anche se poi gli stessi giovani sono disposti a spendere per il concertone di qualche popstar. Ma ben vengano comunque: l'approccio culturale è qualcosa che richiede tempo e un minimo di sforzo. L'interesse dello Stato per tutte quelle attività che altrimenti il mercato dimenticherebbe è sacrosanto, giusto, e mi dispiace che Francesco Merlo di Repubblica non la pensi così: perché un conto è la degenerazione che porta ad avere più fotografi che agricoltori, e un conto è permettere che sia la legge di mercato a far sopravvivere il cantante alla moda e faccia morire il musicista colto che ha poco pubblico e poco appeal sulle adolescenti. Del resto anche Van Gogh è stato mantenuto tutta la vita dal fratello Theo. Andiamoci piano con i colpi di falce, specie in questo paese, dove il patrimonio culturale è svilito, disprezzato, buttato al macero, e i finanziamenti di Stato seguono la logica della clientela e della compravendita elettorale. In sintesi: se vogliamo azzerare tutto, che sia davvero tutto, e non solo i soliti noti. Azzeriamo anche i finanziamenti alla stampa, tanto per cominciare, così vediamo se la vis guerresca dei giornalisti in pancia e babbucce resta uguale; togliamo ossigeno alle varie sagre e fiere del fico secco patrocinate dalle alte istituzioni; depuriamo la Rai dal mignottume e dalla fuffa che la ammorbano. Assumiamo per concorso, una volta tanto, e con un concorso serio, per piacere, non con la raccomandazione del papà. Una volta creato lo Stato modello, allora potremo anche pensare di togliere qualsiasi paracadute alla cultura di nicchia, potremo far pagare i musei ai giovani (cosa che in Italia comunque accade, è in Francia e Germania che i biglietti sono gratis!). E già che ci siamo, facciamo il contropelo ai dotti sapienti professori detentori di cattedra che non si sa mai dove spariscano quando c'è bisogno di loro, che si fanno corteggiare più di una rockstar quando c'è da lavorare, che delegano ad assistenti, protonotari e ancelle quando non hanno voglia di farsi vedere. Depuriamo la cultura? Ci sto!

manipolazione e silenzio



La strategia della gradualità.Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. È in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.Noam Chomsky, 10 strategie della manipolazione.

Forse dobbiamo prendere atto che l'epoca dei diritti è terminata. Non esistono più. Sono stati un lusso che la storia occidentale ha concesso, con qualche remora, per un cinquantennio, dal dopoguerra alla metà anni novanta più o meno. Prima niente, e dopo, cioè ora, niente. E' stata il ministro Fornero a ricordarcelo, con una delle sue celebri uscite, il lavoro non è un diritto: una frase precisa, che indica la precisa volontà del potere di smantellare lo stato sociale, erodendo vita e prospettive delle persone, e assimilandole in un unico movimento collettivo, il più vicino possibile allo schiavismo (il modello è la Cina, tanto per intenderci). Le uscite del ministro Fornero non sono gaffes, ma segnali molto chiari: lei dice ciò che pensa, e ciò che pensa in fondo è molto semplice: una società fondata sul principio di prestazione, "Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico" come ebbe modo di dire Marcuse in L'uomo a una dimensione. Tutto ciò che va al di fuori della catena di montaggio, non può avere diritto ad esistere: persino la vita, nella sua accezione creativa, fuori dagli schemi, che richiede spazio e possibilità di realizzazione, non può essere accettata dal sistema di potere che l'epoca della tecnica, e i suoi degni rappresentanti, stanno impalcando. Non a caso le prime vittime di questo forzatura sono coloro che hanno il massimo potenziale biologico, sia intellettuale che sessuale: i giovani, la cui emarginazione sul piano sociale ed economico è un passo essenziale per l'affermazione del pensiero unico, un pensiero che si sta diffondendo con strenua pervicacia e in modo silente, distillato, come giustamente nota Chomsky, nell'osservazione di cui sopra. E il bello è che questo è solo l'inizio: l'argomento della necessità non conosce confini, potenzialmente può arrivare fino agli estremi della logica, che so: lavorare gratis o pagare per lavorare (non funzionano così già molti stages?). Chi vivrà vedrà, ammesso che ne avrà il diritto (di vivere). 

four years more


Per ricadute politiche e per significato, la rielezione di Barack Obama vuol dire molto, anche a livello internazionale, come è logico che sia il secondo mandato di un presidente Usa. E' vero, ha perso voti per strada, ma stavolta non c'era l'effetto sorpresa, il presidente uscente non interpretava più l'uomo dei sogni con le tasche piene di magia, ma era semplicemente un uomo politico reduce da tutti i logorii e i compromessi che la politica richiede: una figura meno strabiliante, ma più concreta. Sceglierlo, da parte del popolo americano, ha significato prima di tutto un gesto di maturità e coraggio. Maturità nel capire che Barack Obama ha fatto il massimo e anche laddove ha negoziato lo ha fatto per il meglio, tenendo sempre presente l'interesse generale; coraggio nel continuare a sostenere un progetto progressista e aperto al mondo, senza cedere alla tentazione di rifugiarsi nel calderone medievale dei repubblicani, capaci di agitare cappi e fucili, ma incapaci di ammettere le responsabilità della disastrosa era Bush nel dissesto economico che ha investito il mondo intero. Un partito molto arrogante quello repubblicano, ma questo è un altro discorso. Barack Obama rappresenta una scelta politica in linea con il mondo che cambia, e in linea con l'aspetto migliore di tale cambiamento: solidarietà sociale, garanzie per i più deboli, politiche economiche di buon senso. Ho letto e ascoltato i suoi discorsi, non c'è mai traccia di revanche nelle sue parole: non è un uomo contro, ma un uomo per, a differenza dei suoi detrattori e dei suoi antagonisti elettorali. La ragione è semplice: fa proposte, ha idee, come ogni persona che ha in mente un progetto e non si limita a dire di no e a minacciare alzate di scudi quando le cose gli dicono male. Si può sempre fare di meglio, ma la prima regola è non fare peggio, e gestire le macerie del dopo Bush conferendo credibilità e affidabilità alla propria politica non è stata cosa da poco. Il meglio deve ancora venire? Forse. Il secondo mandato, per un presidente Usa, è sempre quello in cui può permettersi di osare di più e di andare fino in fondo nel proprio programma. Nel caso dei repubblicani si è quasi sempre trattato di un andare a fondo nel peggio, nel caso di Barack Obama c'è qualche ragionevole speranza che una nuova stagione prenda corpo. 

voto astensione


Sai che vantaggio non andare a votare. Tanto qualcuno viene eletto comunque, e ha buon diritto di governare. Se l'astensione, il disinteresse vogliono essere le armi di protesta contro il malaffare e la corruzione, l'esito che si rischia di ottenere è diametralmente opposto al risanamento: un governo ci deve essere lo stesso, anche senza quorum. D'altra parte chi non vota che cosa spera di ottenere esattamente? L'instaurazione dell'anarchia? Non credo proprio. Forse è anzi nei momenti difficili come questo che la partecipazione alla vita civile di un paese ha valore doppio: per determinare chi governa e creare le basi per una nuova stagione politica. La disillusione e la nausea per quanto accaduto negli ultimi anni sono sentimenti più che comprensibili, sentimenti che rischiano di essere acuiti dai ritorni di fiamma in stile B., che blatera a ruota libera il suo solito numero di varietà, senza che nessuno abbia il coraggio di dirgli che per amor dei mercati sarebbe meglio stesse zitto. Ma il punto è proprio questo: non votare significa lasciare vuoto uno spazio di potere (l'ho già scritto altrove, ma lo riscrivo), sul quale poi non si può più esercitare alcun controllo. Fino al paradosso della Sicilia, dove meno della metà degli aventi diritto al voto ha stabilito chi governerà anche tutti gli altri, segnando a prescindere un passo indietro nella gestione consapevole del proprio territorio. L'astensione è da sempre una delle vie che la democrazia garantisce ai suoi cittadini, ma la facoltà di continuare a decidere è esclusivo appannaggio di chi questa democrazia la compone: e un bene tanto prezioso, tanto faticoso come quello del voto non merita di essere gettato via insieme alla compagine politica che quel voto lo ha svilito e umiliato. In un certo senso bisogna essere più forti del mostro, quel mostro di corruzione e lassismo che ha sfregiato l'Italia per tanto tempo e che se si rinuncia a combattere potrebbe tornare alla ribalta, con un nuovo belletto e una nuova parrucca, per divorare il poco che resta. 

la collezionista

Bamboccioni, sfigati, fannulloni, e ora tocca anche il perfido e sottilmente ipocrita choosy. La lista di allusioni, richiami, insulti veri e propri sparati a sangue freddo dal potere nei confronti di chi non ha potere è sempre più sorprendente. L'esercizio della forza nei confronti dei deboli è un classico della politica più impudente. L'omertà nei confronti dei forti è un marchio altrettanto distintivo di un certo modo di amministrare la cosa pubblica. E' tutta una questione di abilità in fondo: si tratta di sviare l'attenzione della massa dalla sostanza dei problemi (corruzione dilagante, criminalità, gestione folle dello Stato e tutte le altre belle cose che sappiamo) per trovare un capro espiatorio comodo e a portata di mano, un capro espiatorio che non può difendersi, che non ha voce, che in quanto economicamente debole non ha neanche il diritto di esistere. In un paese in cui anche le puttane hanno un sindacato, i giovani precari, disoccupati, fuori corso e chi più ne ha più ne metta sono il bersaglio più facile che si possa trovare. Crisi economica? Colpa dei giovani troppo selettivi. Il salto logico, lo scarto tra la realtà e la sua  banalizzazione tendenziosa è talmente grosso, talmente paradossale da rischiare di passare inosservato nel paese in cui tutto è possibile, anche che un ministro della Repubblica collezioni un'altra figura non molto brillante, dopo quella altrettanto sconvolgente del lavoro "che deve andare a chi se lo merita". Ma evidentemente il nostro ministro ama ragionare per paradosso. Il problema è che qui non siamo in un'aula universitaria, non siamo a scuola, ed è tutto più complicato: qui non c'è il ricatto del voto sul libretto. Non è più come quando eravamo a scuola, quando dovevamo ridere per forza delle battute foolish del professore. Possiamo fischiare, e anche fare un democratico pernacchio. 

strategie democratiche


Mi dà un po' di dispiacere e qualche pensiero sentire che il rinnovamento del progressismo italiano (leggi Renzi) stia percorrendo la strada dello slogan e dell'anafora politica. Ripetere a oltranza verbi, sostantivi, concetti che se ne restano lì, appesi al filo dell'oratoria senza spiegare nulla di ciò che siamo e di ciò che faremo mi sembra davvero una povera cosa. E dico questo  dando per scontato il bisogno di rinnovamento della società italiana. E do per scontata anche una certa dose di urto, necessario per scansare dalla poltrona chi ci era abbarbicato con la ventosa. Ma ricorrere a parole d'ordine, copertine patinate in posa con papà e soprattutto giustificare il cinismo politico come un'arma inevitabile non mi pare un grosso passo avanti: ne abbiamo già avuto uno di rottamatore, che campava di slogan, di concetti essenziali, di nemici proverbiali e di liberismo d'accatto, e direi che è stato abbastanza. Ma forse sono io che chiedo troppo, forse le campagne elettorali sono solo questo bombardamento di suoni vuoti, di parole ripetute a oltranza per inculcare bene nel cittadino i cardini elementari dei nuovi processi di potere, ma da un partito che si fa chiamare Democratico e che ambisce a diventare depositario della grande lezione democratica mondiale, da quella americana alle esperienze socialiste europee, sarebbe lecito aspettarsi uno scatto in più, un valore aggiunto che non è certo il giovanilismo facile di un aspirante leader con poco carisma e tanta presunzione. Ciò detto, l'auspicio è che lo sconfitto di turno faccia il bravo, e si metta disposizione del partito alimentando la dialettica interna e fornendo un contraltare costruttivo alla linea direttiva. Le dichiarazioni d'intenti vanno in questo senso, ma si sa i buoni propositi che fine fanno. I passi che portano dalla voce "dialettica interna" a "correntone interno" a "bastoni tra le ruote" a "litigio perenne" a "scissione con nascita di un altro partitino" sono pochi, e tutti facili da percorrere. 

quello che resta


Basta guardarsi intorno: la politica di cui dibattiamo, semplicemente, non ha senso. Il ghirigoro doroteo, il "non mi dimetto", l'attaccamento patetico al potere, la massa di scandali che ormai ci lascia indifferenti sono il segno di una decomposizione avvenuta, e forse irrimediabile. La politica ha cessato di esistere. Quando questa morte sia avvenuta non lo so, è materia da storici o da giornalisti in poltrona (meglio i primi che i secondi), ma certo è che il peso specifico delle scelte prettamente politiche è sceso a livelli inediti, e ancora di difficile interpretazione. Se la politica smette di stabilire un canone, fatalmente questo potere passa di mano, e da politica, ovverosia interesse per la polis, per la comunità, si passa a qualcos'altro. La strada, in questo senso, è già segnata: il posto di potere è stato occupato dalla tecnocrazia, con qualche vantaggio immediato e, temo, incalcolabili scompensi sul medio periodo (visto che sul lungo, come va di moda dire, saremo tutti morti). Tecnocrazia significa dominio dei mercati, degli appetiti economici, della produzione sganciata dal fabbisogno e via dicendo, ed è un crescendo talmente sproporzionato che non dà la possibilità di fare previsioni, se non nella forma infantile dei sondaggi o delle proiezioni matematiche, che tengono conto di tutti i parametri possibili ad eccezione dell'uomo. Lo scampolo di politica che ci rimane è degenerato nel pettegolezzo delle dame di corte, nel "mi dimetto non mi dimetto" di qualche consigliere da strapazzo, nei crimini della peggio Italia che ha arraffato una poltrona. Possiamo fare a pugni e disperderci nel raccontare queste frattaglie, che danno fastidio, che sono un'indecenza, ma che non sono la sostanza del problema, o meglio, sono solo il sintomo di una necrosi arrivata allo stadio terminale. La formula del potere tecnocratico, la vera e propria tecnologia del potere che ha ricadute sulla biologia dei corpi e sulle forme sociali, sta già lavorando nell'ombra, ha già di fatto occupato il vuoto lasciato dal cadavere della politica, intenta solo a litigarsi scampoli sempre più assurdi nei dibattiti televisivi e nella retorica del giornalismo di giornata. Bisogna pensare a nuove forme di vita in comune, siamo tutti d'accordo, ma quali saranno queste forme? Come scrivevo tempo fa, io non credo all'ubbidienza cieca alla necessità, che altro non è che lo strumento di controllo ricattatorio su cui la tecnocrazia fonda il suo dominio. E intanto la vita reale - sanità, istruzione, lavoro come possibilità di dignità e indipendenza - scivola sullo sfondo, si riduce ad argomento opzionale, al pari dell'uomo, che ha scelto di mettersi da parte, in attesa di istruzioni. 

questione di merito

Sì, va bene il merito, sì, va bene la meritocrazia, che è un concetto un po' nebuloso ma va bene lo stesso. Svecchiamo, rompiamo i vecchi clientelismi, ci sto. Il fatto è che quando una parola subisce l'ormai collaudato trattamento da tritacarne, subito, in automatico, i miei recettori si attivano, e comincio a sospettare. Vuoi vedere che questo fastidioso neologismo - meritocrazia - è un altro slogan? Forse la politica, compreso il nuovo che avanza Matteo Renzi, confida nella proprietà magica delle parole; loro le parole le evocano, e poi si vedrà: magari qualcosa succede, o forse non succede niente, tanto è lo stesso, l'importante è che se ne parli e si crei confusione, tanto la differenza tra uno slogan e la sua ricaduta in campo pratico difficilmente qualcuno andrà a verificarla. E poi se proprio devo dirla tutta questa meritocrazia mi suona male: chi giudica chi è meritevole? Politici, imprenditori, chi? I padroni di ieri che hanno portato al collasso l'Italia? I nuovi tecnocrati che vogliono farla diventare una catena di montaggio con tanti addetti schiavi e felici? A me non piace questa parola. E' insincera, è voluta dai padroni, è imposta dall'alto; non viene da una storia, non ha delle radici. Il concetto di merito può essere manipolato, travisato fino a farlo coincidere con la capacità dell'individuo di aderire ad un modello autoritario: se accetti qualsiasi cosa e non fiati sei meritevole, se dici di no, se accampi diritti, se pretendi di rimanere una testa pensante, allora non lo sei più. E che fine fa l'immeritevole nella società meritocratica? Se il parallelo funziona, dovrebbe essere la stessa del regicida nella monarchia, una fine da Bresci, da Passannante. Naturalmente non ho la verità in tasca. Il mio è solo un sospetto. Ma il sospetto che questa meritocrazia sia un'altra gabbia da sommare a tutte le altre gabbie che il sistema economico impone sull'individuo, diciamo, è molto forte. 

la periferia d'Europa



L'affaire Regione Lazio ci fa precipitare di nuovo con i piedi per terra; dal loft tecnocrate con vista Berlino alla cucina in zona Suburra, le due facce della medaglia Italia che si prendono a sberle e non riescono a convivere. I sogni di gloria europea e il pantano di casa nostra, dal salotto buono della finanza che conta alla sgangherata politica delle nostre parti, tutta feste, mignotte e abbuffate. Un'Italia a nostra insaputa potremmo dire, riprendendo l'adagio che è ormai una frase fatta; un paese che pretende di svoltare (ma da quanti anni ci diciamo di volerlo fare?) e che poi affonda nelle sabbie mobili di un potere avido e fuori controllo, un potere arrogante e autoriferito che riesce a sopravvivere solo alzando sempre di più la posta e puntando così, a casaccio, soldi e onore, fiducia e tempo. Quanti casi Lazio ci sono in Italia? Domanda retorica a cui nessuno si degna di dare una risposta. Non un governo preso dalle alte mire internazionali che si è scordato chi siamo e in quale palude viviamo, non un'opinione pubblica molto ma molto distratta, che si è fatta sfilare sotto il naso il proprio paese, la propria città. E allora un'altra domanda oziosa: la classe dirigente che ci ritroviamo è la classe dirigente che ci meritiamo? Un tempo si diceva di no, che la gggente è sempre meglio di chi la guida; oggi scommetto che siamo in molti a porci seriamente la questione, come se i campanelli d'allarme fossero diventate le sirene del transatlantico che affonda, e ci accorgessimo che loro sono come noi: tengono famiglia, pensano alla pensione, ai figli, al mutuo, alle feste, all'aperitivo, alle vacanze. E allora tutto si spiega. Perché accade solo qui in Italia? Perché anche la classe dirigente è fatta da italiani spesso della specie più nefasta: quella del diritto confuso con il favore, del dovere con il piacere, della piaggeria con la cortesia, della solidarietà con la pubblicità. E poi la venerazione innata del piccolo borghese per il potere, qualunque esso sia: il Professore, il Dottore, l'Avvocato, l'Onorevole, il Commendatore, il Presidente. Categorie antropologiche accettate senza filtro critico, archetipi che agiscono sulla piccineria, sulla mediocrità del carattere, incutendo timore, garantendo protezione a patto di starsene buoni e non dire nulla. E a forza di non dire nulla, il naufragio. Sognavamo di iniziare una nuova narrazione al timbro cristallino di Goethe o Thomas Mann, ma ci ritroviamo sempre nel solito Satyricon petroniano. 

morte di un poeta

Grande risonanza mediatica per la morte di Roberto Roversi. Grande e immotivata in una società che denigra e insulta la cultura. In un'Italia un po' Berluscònia e un po' Tecnocràzia fa quasi impressione che la morte di un poeta sia stata in grado di prendersi tanto spazio sui media, al pari della dipartita, che so, di un grande nome dello spettacolo o di un magnate della finanza. Forse perché a livello di inconscio collettivo la gente capisce che la perdita di un poeta, oggi, rappresenta una perdita doppia, tripla, quadrupla: è insomma qualcosa di irrimediabile. Una voce libera, una voce non condizionata dalle mode e dagli opportunismi non è un bene che possa essere rimpiazzato così, come se si trattasse di un pezzo di ricambio: perché le facoltà di un poeta, e quindi di un uomo che lavora sull'espressione e sul valore delle cose in sé, vanno troppo al di là dell'alfabeto minuto, spoglio, a tratti apertamente squallido di un manipolo di burocrati catapultato in ruoli di responsabilità pubblica o peggio ancora della volgarità macilenta di una corte di ruffiani e puttane. Forse la sensibilità collettiva della gente capisce, sa al di là delle forme esteriori che nella morte di un poeta si nasconde anche un po' della nostra morte civile, intesa come senso di partecipazione ai fatti della vita e adesione all'esistenza per ciò che è in sé, fuori dalle griglie di controllo di uno Stato o di un notariato di regime. C'è più verità in un granello dell'intelletto di uomini come Roversi che in miliardi di cifre senza senso vomitate da una politica sempre più incapace di spiegare il mondo per ciò che è e sempre più nascosta dietro l'ambiguità dei numeri. E allora anche la scomparsa di un uomo schivo, poco noto, al di fuori del Barnum letterario come Roversi fa da campanello d'allarme, come se un sistema di sicurezza interiore ci avvisasse che un altro lume si è spento, e con esso un'altra possibilità di capire. Non riesco a spiegarmi in altro modo l'interesse sorto in queste ore per un rappresentante di nicchia di un mondo di nicchia come la poesia. Non era un conduttore televisivo, non era un imprenditore da gossip, non era un uomo di potere. Era una voce libera e minoritaria. Eppure il senso del mondo che ci ha lasciato pesa come un macigno. 

dici davvero?

E così anche la politica ci è arrivata: in 40 anni, in Italia, è stata cementificata un'area pari a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna. Oggi, per voce del Presidente del Consiglio, apprendiamo che anche il parlamento ha capito l'insostenibilità del problema. Meglio tardi che mai, d'accordo, ma intanto il danno è fatto, e in modo temo irrimediabile. La ragione? E' stata la politica stessa ad avallare la distruzione del nostro territorio, con condoni, concessioni, delibere, leggi, decreti e trucchi assortiti fatti solo e soltanto per garantirsi la rielezione o peggio per accontentare qualcuno. E quanto è arguta la spiegazione del professore: non va bene devastare la nostra terra in questo modo, eh no, chiosa: la riduzione dei terreni agricoli comporta la necessità di importare materie prime visto che non siamo in grado di soddisfare il fabbisogno nazionale; i turisti scappano; i dissesti idrogeologici si sa i danni che causano. Tutti ragionamenti al di sotto della soglia dell'ovvio, già paventati da almeno mezzo secolo da chi si occupa di problemi ambientali, ma che con tutta evidenza la classe politica, compresa quella tecnica e meritocratica eccetera, è riuscita solo solo ora a recepire e verbalizzare. Da qui a fare qualcosa di concreto per la nostra povera, dissestata, depredata Italia ce ne passa naturalmente: consideriamo la presa d'atto della tragedia quotidiana a cui assistiamo da tanto tempo come un punto di partenza, e l'auspicio di una nuova sensibilità nei confronti dell'acqua che beviamo e del terreno che calpestiamo, ma senza crederci troppo. Oggi sto scrivendo queste parole che domani saranno già carta straccia, insieme con tutti gli annunci che ogni singolo governo italiano porta con sé, in una nube di non detti, contraddizioni, annunci e relative smentite: il solito gioco infausto che ha contraddistinto la vita pubblica italiana dal dopoguerra ad oggi. E avanzo anche l'ipotesi del perché, alla fine, non se ne farà nulla: perché per impedire lo stupro del territorio italiano bisogna andare contro speculatori, palazzinari, lobbies, mafie, amici di amici, gruppi industriali; in altre parole: perché serve coraggio. E quindi nel giro di poco saremo punto e a capo. 

movimenti

Il Movimento 5 stelle può avere i suoi problemi interni, le sue dinamiche, le sue opacità. E' un movimento politico, non un club di taglio e cucito, e stupisce un po' che la classe politica italiana, di gran lunga la più abituata d'Europa a barcamenarsi tra scandali e miserie, giochi ora il ruolo della vergine col dito puntato. Ma non è nemmeno questo il punto. Al di là dei dubbi che il movimento di Grillo può suscitare (e che sarebbe meglio chiarissero senza troppe riserve) non c'è nessuna forza politica per così dire tradizionale che si sia soffermata con un minimo di attenzione e spirito critico sui perché della nascita e dell'espansione del M5S. Dicono malcontento popolare, antipolitica, qualunquismo, ma sono parole vuote, che non spiegano niente. Sono parole dette in malafede da una classe dirigente sfatta, che ancora non si vuole mettere da parte, e che fatica - perché vecchia e sfasata - a capire che cosa sta succedendo, in Italia e nell'Occidente. Non solo il M5S, che tutt'al più è il sintomo, ma le cause profonde di una crisi in avanzato stato di decomposizione che sta erodendo il presente e il futuro di almeno due generazioni: i movimenti di protesta servono in fondo proprio per mettere sul piatto le questioni che la politica di palazzo scansa, evita di affrontare. Farlo con veemenza è necessario per ridestare un po' un'opinione pubblica assorta in un letargo di lungo corso, letargo promosso e mantenuto da quella forma di potere stantio che occupa gli scranni del parlamento da un tempo così immemore da non potersi pensare al di fuori di quelle aule, in mezzo alla società civile. Se c'è un merito che M5S ha sicuramente avuto è proprio questo: l'aver sferrato un calcio al sistema. Che poi fare rumore non sia sufficiente è pacifico; che un movimento urlato e poco trasparente non possa accreditarsi come unico futuro possibile siamo d'accoro; che non abbiamo bisogno di capopopolo e regie occulte è il minimo che dobbiamo cercare di ottenere per il nostro paese. Ma non crediamo che liquidando Grillo liquideremo anche i problemi - oggettivi - che ha sollevato in questi anni. 

dicesi onorevole

Mi piacerebbe sapere perché Walter Veltroni pubblichi romanzi. Che li scriva è una faccenda sua. Pienamente rispettabile, ma sua. Che li pubblichi presso una grossa casa editrice inflazionando ulteriormente il già affollato, confuso, disordinato settore romanzo è un'altra storia. E non una bella storia. Un politico, semplicemente, non potrebbe pubblicare romanzi con grandi case editrici. Dovrebbe autofinanziarsi, appoggiarsi alla piccola editoria, scrivere magari sotto pseudonimo. Se la passione è passione, un politico (ma anche un cantante, un calciatore, un presentatore televisivo, un magistrato) dovrebbe avere il coraggio di partire dal basso, non dalla business class, approfittando del nome e del consenso, in questo caso editoriale, che la sua firma su una copertina porta. Non ci siamo così, onorevole. E' un gioco sleale, un pasticcio senza forma che sta intorbidando le acque e confondendo le idee. Eppure sarebbe tanto semplice: basterebbe fare il proprio mestiere, evitando di umiliare le lettere e gli scrittori (veri e poveri) con delle alzate di testa che nessuna casa editrice, nemmeno a pagamento, sarebbe disposta a pubblicare se sul frontespizio non ci fosse un nome famoso. Le celebrità che trattano i libri come un parco giochi e l'editoria come il giardinetto di casa dove divertirsi nel tempo libero dovrebbero meditare seriamente su questo aspetto: in tutta onestà, chi sarebbe disposto a pubblicarvi per i vostri meriti letterari? Scrivere non è un gioco. Non è un ramino con gli amici. Non è nemmeno il campo di battaglia dove sfogare le frustrazioni o la scommessa tardiva di puntare sul proprio talento artistico: per qualcuno è una questione cruciale, un più o un meno, un vivere o morire. E allora basta con le prese in giro, con questa continua reductio della letteratura a svago e svacco, passatempo per papaveri. Non sono più tollerabili le invasioni di campo degli onorevoli come Veltroni nel campo minato dove migliaia e migliaia di altre persone rischiando di lasciarci la pelle tutti i giorni; non è giusto, è un delitto, che la si finisca. 

i perché democratici

So che non sono affari miei, ma spero davvero che i repubblicani americani non vincano le prossime elezioni. Mi viene da dire così, senza grandi studi sociologici alle spalle, senza grandi sondaggi demoscopici, senza troppe analisi politiche. Spero che vinca Barack Obama, l'attuale presidente degli Stati Uniti, perché è una brava persona, perché ha dimostrato coraggio, perché non è ricco (non sarà politicamente corretto dirlo, ma sono stufo dei bizantinismi), perché non ha conti cifrati nei paradisi fiscali, perché non è razzista, perché è colto, perché ci crede, perché non crede che la terra sia piatta, perché lui Galileo non l'avrebbe costretto all'abiura, perché rispetta chi non la pensa come lui, perché crede che anche chi ha di meno abbia diritto a vivere. In sintesi, perché è meglio della media degli esseri umani. So che questo dettaglio non giocherà a suo favore. E allora la domanda parte automatica: come fa la gente a votare la destra conservatrice? Guerrafondaia, protezionista, che ha prodotto mostri come Sarah Palin e compagnia, che difende l'uso delle armi oltre ogni ragionevolezza, che ha in spregio lo Stato come garante della vita pubblica, che sogna un far west dei più forti, furbi e ricchi? La domanda è ingenua, ma le risposte non lo sono altrettanto. Puntare sull'intelligenza di massa è sempre un rischio, una sfida. Solleticare le paure e i pregiudizi è molto più comodo. Basarsi sulla naturale diffidenza della media della popolazione significa andare sul sicuro: un po' di populismo, un po' di sorrisi finti, dosi da cavallo di retorica e la ricetta è sempre valida. Dire di essere il popolo migliore, di togliere le tasse, di far galoppare non si sa come l'economia (e si è visto come è andata a finire) è paccottiglia; aprire un dibattito sulla sanità pubblica, rimettendo in discussione gli errori del passato e la vecchia legge della giungla, ha tutto un altro spessore. Da una parte la solita tiritera qualunquista e retrograda, dall'altra uno sguardo al futuro partendo dal presente (dal presente, non dal Boston Tea Party). Un piccolo gioco che forse può a aiutare a inquadrare la questione può essere il confronto tra le first ladies: Michelle Obama rispetto alle Barbie parruccate un po' massaie un po' amiche del circolo del bridge che si sono succedute al fianco dei vari presidenti repubblicani. Ci pensino gli elettori a indovinare le differenze. 

provincia capitale

Girando per la provincia, che qualcuno non a torto ha definito "la vera capitale morale d'Italia", anche il più sprovveduto dei passanti capisce come gli italiani, in realtà, non abbiano tanto problemi con l'inglese, quanto con l'italiano, nel senso che la lingua di Dante, quella con cui i professori si baloccano e che le istituzioni sviliscono, è un retaggio formale. La lingua viva è un'altra: è il dialetto italianizzato, sporcato da qualche incursione esterofila, agitato come il vessillo della propria vera identità. E con il dialetto in bocca alle madri e ai bambini - succhiato con il latte, irrorato dal sangue - si capisce la vera dimensione italiana, che non è quella della Roma statalizzata o della Milano bene, ma che è quella dell'utero locale e dello strapaese. La cultura ufficiale, quella delle scuole di massa e del centralismo, non ha in fondo nemmeno scalfito il tratto fondamentale del DNA italiano, che su un altro versante, in sintonia quasi perfetta con la profezia pasoliniana, ha ceduto il passo solo all'omologazione commerciale, ai prodotti della grande industria, che ci ha messo d'ufficio le stesse scarpe e le stesse magliette, ma che nulla ha potuto con alcuni meccanismi intimi dell'italianità, quali per esempio il familismo, l'accento pesante usato come una clava contro il forestiero o la suddivisione in clan. Ad una omologazione dei comportamenti (i vestiti, gli aperitivi, le auto, le vacanze, i tatuaggi e via dicendo...), della cultura (la scuola come spacciatrice di sapere standardizzato), e della lingua franca (l'italiano medio della televisione e delle istituzioni), non è corrisposto, per il momento, il livellamento della lingua privata, di quella che si sente sulla pelle, e che resta sempre il gergo, il gesto intraducibile, la grammatica degli iniziati. Fino ai risultati comici delle ragazzine che cantano il pop anglofono con l'accento veneto, tanto per buttare lì un esempio. Che cosa accadrà in futuro è ancora tutto da vedere. L'italiano medio trionferà nella forma privata come ha già fatto nella forma pubblica? Probabile, ma resta da vedere in quanto tempo otterrà il risultato. Ci sono zone d'Italia dove l'assorbimento linguistico anche delle generazioni più giovani chiederà tempo e sforzi immani, sforzi che nemmeno i brutti programmi televisivi degli ultimi vent'anni sono riusciti a mettere in campo. 

sulla pelle

E' notizia di questi giorni che L'Esercito Italiano sta dando un giro di vite sulla presenza di tatuaggi tra i militari. Cosa resterà tra un po' di anni della distesa di pelle disegnata, colorata, spesso solo imbrattata dall'italiano contemporaneo? Forse un affare per i professionisti che decideranno di specializzarsi nella rimozione dei tatuaggi, come insegna il mio previdente dentista. O forse solo il segno tangibile di un'epoca di raro conformismo, dove perfino il segno, il marchio che un tempo serviva a rendere unici, ora vale come certificato di omologazione. Non è un caso, credo, che gli italiani siano il popolo più tatuato d'Europa, e non per l'appartenenza ad una élite marinara o ad una società segreta, ma per il più puro dei narcisismi: quello di ipotecare persino la propria pelle pur di essere notati, di essere qualcuno in una terra in cui tutti ci provano e quasi nessuno è qualcosa. Non lo dico per fede aristocratica (io, poi), ma per lo sconforto di vedermi circondato da un'estetica da supermercato dove tutti hanno deciso di stamparsi l'uniforme addosso, casomai non fosse sufficiente la già copiosa dotazione vestiaria e oggettistica che già si è premurata di rendere l'uguale ancora più uguale. E poco importa se l'intenzione era quella di esternare una parte privata di sé: nel momento in cui la parola passa all'epidermide il sé si stempera fatalmente nel brodo tiepido in cui tutti sguazzano, nella volgarità del pensiero unico, nella falsa ribellione di una pratica che non è più contro qualcosa, ma in conformità di qualcosa. Quasi un certificato di adesione incondizionata, e perlopiù inconsapevole, visto che temo che per i più il fatto di scarabocchiarsi addosso ragnatele, date di nascita (la propria!) in numeri romani e melensaggini in inglese costituisca ancora un motivo di vanto, di affermazione del proprio io. Un mio conoscente, qualche tempo fa, si è lasciato tentare, e, superata la trentina, ha pensato bene di imprimersi sul costato una specie di incongruo codice a barre. Alla mia domanda su che cosa significasse cotanto arabesco ha risposto: "Mah, nel linguaggio Maya dovrebbe essere forza, potenza, risveglio... e questa roba qui in basso non me la ricordo". 

target Schwazer

E così da oggi l'Italia del livore, del pettegolezzo, dell'insulto da commento youtube ha un nuovo, comodo bersaglio: Alex Schwazer, campione decaduto, vittima di se stesso, ragazzo allo sbando che voleva vincere a tutti i costi; tanto fuori rotta da non capire che quell'oro, lui, che lo aveva già vinto, avrebbe potuto conquistarlo ancora, e senza artifici chimici. Ed è come se l'Italietta buffa e pantofolaia non aspettasse altro che dare contro a qualcuno, perché c'è gente, e internet ne è piena così come ne è piena la società, che non vive se non può fare a pezzi uno che è già in ginocchio, stremato, sul fondo del barile. E' l'ora dei commentatori da yahoo notizie: che se lo godano questo momento in cui possono sentirsi finalmente migliori di qualcun altro. Quanto al resto, si sa, questo paese viaggia a corrente alternata: se ne fregano tutti dell'atletica, per quattro anni, poi, all'improvviso, tutti atleti, critici, arguti osservatori; tutti esperti di tattica e di etica sportiva, come resistere all'opportunità di un massacro a basso costo? E lui, Schwazer, in mezzo. Indifeso, e molto solo. Definito da alcuni giornalacci un "giuda", proprio da quei giornalacci che hanno difeso le puttane di palazzo. Scaricato da tutti, anche da quei vertici sportivi che quando un calciatore sputa addosso ad un avversario pagano gli avvocati difensori. Perché il problema è un po' questo: c'è chi vince campionati con l'ago ancora in vena e tutto va bene, e c'è il singolo, che fa una fesseria, e i farisei impalcano la croce. Ha sbagliato Alex Schwazer, ha commesso un errore tremendo. Ma non si è venduto una partita e non ha nemmeno frequentato tabaccai. Aveva paura di perdere. Umana, troppa umana paura di scendere dall'Olimpo, e si sa che la paura, unita alla debolezza, fa fare le peggio sciocchezze. Sciocchezze rimediabili se hai un padrino alle spalle, fatali se sei solo. E Alex Schwazer (oggi, ma forse anche ieri, chi lo sa) è soprattutto un uomo solo, nello sprofondo in cui si è cacciato da solo. Non voglio qui mettermi a discutere sul fatto che in un mondo in cui la performance è tutto il doping rischia di essere il solo carburante possibile per il corpo umano: non lo voglio dire, perché credo non lo meritino le migliaia di atleti che giocano pulito. Ma forse per spiegare la caduta di Schwazer serve qualche argomento un po' più complicato dei soli insulti, qualcosa che serva a rimettere in discussione anche noi, noi tutti, e quella parte della nostra coscienza che ora scappa, con la coda di paglia. 

medioman sul Sassolungo




I primi a capitalizzare la voglia di montagna dell'italiano medio sono i marchi della grande distribuzione. Scarpe tecniche con doppio rinforzo, impermeabilizzate in Gore Tex, improbabili pantaloni allungabili a lampo, zaini tipo trasloco con borracce pendenti, imbragature, moschettoni da svariati Newton, calze impermeabili, occhiali antiriflesso, berretti che neanche Indiana Jones.
Li vedi a bassa quota. Arrivano in macchina (la macchina è il primo, grande segno distintivo degli italiani) fino all'ultimo spiazzo disponibile, i bambini frignano già.
Pance rilassate, deretani abbondanti. L'altra caratteristica distintiva dell'italiano medio in montagna è che fa molto chiasso. Urla, strepita, si agita. L'accento è di solito pesante, come l'attrezzatura da esploratore Tobia che si porta appresso.
Ad occhio e croce l'allegra brigata viaggia sulla media dei trecento euro a persona per agghindarsi come neanche Messner al Polo, bambini in testa, ai quali il mercato offre di tutto, compresi zainetti in scala griffati dalle grandi marche, zainetti che per bene che vada serviranno a trasportare il lucidalabbra di mamma.
Poi, una volta bardata, la famiglia consuma una colazione pantagruelica (si fa così nel continente), in vista di intrepide escursioni e spericolate ascese. Che verranno surrogate dallo struscio nel centro del paese, ormai ridotto a prodotto di consumo per il gonzo che non chiede di meglio di lasciare per strada qualche altro soldo in gnomi da giardino vestiti alla tirolese. Con lo struscio, esatta replica di quello domenicale a casa propria, l'italiano medio esaurisce gran parte della propria sete di avventura. Al massimo una qualche risalita con gli impianti, una bella polenta in quota, e la vacanza può dirsi ben riuscita.
I più temerari tenteranno l'escursione fuori porta, salvo pentirsene nel giro di qualche centinaio di metri. Donne in deliquio, uomini arrancanti, bambini che se prima si divertivano a tirarsi rami in testa ora piangono a vanvera, dimentichi ormai anche del perché dei propri capricci.
I tedeschi saranno quel che saranno, ma quando sono in montagna hanno un aspetto molto dignitoso. Tecnici sì, ma funzionali. Camminano, scalano, macinano terreno come dei rulli compressori. Uomini, donne e bambini. Hanno le galosce consumate e gli zaini logori, e la giacca Ferrino, se ce l'hanno, non ha il cartellino ancora attaccato. Non ho mai visto un bambino teutonico gettare la carta del Mars per terra, né lagnarsi di non riuscire ad andare avanti, né fare un capriccio per essere preso in braccio. E non sono filogermanico, e lo so bene che tutta questa educazione spesso va a farsi friggere quando si tratta di visitare Roma o Firenze, con le fontane rinascimentali buone per farsi un pediluvio.
Ma in montagna dev'essere diverso. Forse è più congeniale allo spirito teutonico che non a quello italico, anche se gli alpinisti italiani sono tra i più grandi scalatori di vette del mondo; ma qui non stiamo parlando di iscritti al Cai. Stiamo parlando dell'italiano medio nel blu dipinto di blu, ed è tutta un'altra storia.
La vera, grande discriminante della montagna resta l'altitudine. Unita all'assenza di impianti di risalita, segno che se vuoi salire, devi camminare. Allora si opera una naturale scrematura. Ci si trova in pochi. Ci si saluta, con cortesia, perché si sa che si potrebbe aver bisogno dell'altro. Ci si scansa quando qualcuno giunge dal basso: ci si ferma, si cede il passo quando si proviene da una discesa. Le pance spariscono, o se ci sono, sono supportate da polpacci che fanno impressione.
Ha l'aspetto sano la gente che si ritrova in quota. Anche gli anziani, perché talvolta se ne trovano, non hanno ventri sformati, non inveiscono, non rimpiangono un mondo che non c'è più, o che c'è stato solo nella loro fantasia.
In quota si sviluppa una nuova forma di convivenza se non proprio di fratellanza.
I rumori si abbassano, si dissolvono. Lo spread è una cosa che non esiste. Gli aperitivi, gli arredatori d'interni, le chiacchiere, le ricette, di colpo perdono peso e consistenza. La verità è un mondo diradato fino alle sue ossa, fino al suo midollo di roccia e vento.
Mi hanno chiesto se sono paesaggi che meritano: sei tu che devi meritarteli, e non è uno slogan. Dopo cinque, sei ore di cammino, il corpo non è più la vetrina delle proprie vanità o la discarica della propria incuria, ma noi stessi che pensiamo, agiamo, siamo nel mondo, ed è più facile parlare di mondo quando la realtà della terra non è solo l'artificio irreale sotto cui l'uomo ha deciso di seppellire se stesso. Anche se vestito da trecento euro.

squadra corta

Da tiepido milanista in crisi di coscienza permanente vista la proprietà della squadra, non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho saputo della class action di alcuni tifosi nei confronti della società, rea di averli presi in giro millantando il tesseramento di campioni poi puntualmente ceduti al miglior offerente. Vorrei dire a questi tifosi delusi che credere a B. è un po' come illudersi che il coniglio si materializzi davvero nel cilindro del prestigiatore. E' più forte di lui, non c'è niente da fare. Il trompe l'oeil, l'illusione del verosimile, sono numeri consumati del suo repertorio, o forse dovremmo dire logori, visto il grado di usura ormai parecchio al di sopra del livello di guardia. Ma ancora non basta: c'è chi è capace di illudersi e deludersi ancora. E così alle moine sulla fiscalità ingorda del nostro paese (e in Spagna sì che la fiscalità è giusta, chiosavano fino a poco tempo fa, prima che la Spagna tutta intera andasse a picco continuando però a finanziare con soldi pubblici il sacro Real) si aggiunge la retorica del risparmio, del fair play finanziario, cosa buona e giusta se non fosse che il calcio da spesa folle è stato proprio B. a inventarlo, con quel Milan stellare che spendeva e spandeva inaugurando la gestione delle società sportive sulla scorta delle società per azioni. Quel Milan che comprava Lentini non si sa come e il caro Nando De Napoli per puro sfizio, giusto per toglierlo dal mercato. Ma ora che l'astro di B. sta irrimediabilmente sprofondando nell'Atlantide dei suoi sogni di cartone, all'improvviso, il ritorno alla moralità; il ritorno ai valori; il risorgimento dell'etica sportiva. Una riscoperta tardiva, per usare un eufemismo, o forse solo la solita, esausta manovra pubblicitaria atta a conquistare ancora qualche consenso, esausto anch'esso per via dei troppi conigli rimasti impigliati nel cilindro. E allora c'è poco da fare una class action. Sarebbe come intentare causa contro Pulcinella perché non sa mantenere un segreto, o contro Arlecchino perché fa il doppio gioco. 

desperate spider man

C'è forse una corrispondenza tra l'inflazione di film sui supereroi e il progressivo declino occidentale; tra il sogno di facoltà sovrumane e risolutive e la palude stagnante in cui America ed Europa stanno sguazzando. Il cinema come macchina scaccia pensieri, come allucinogeno di massa; il cinema che rifiuta di parlare della realtà per rifugiarsi nella mitologia post postmoderna, non trovando nulla di meglio, per raccontarci il presente, delle peripezie da fumettone di eroi ed eroine insaccati in buffe calzamaglie ipertecnologiche. E' un cinema sbracato e in crisi di idee che tradisce se stesso nella contaminazione con i videogiochi, confondendo il mezzo con il fine, l'effetto speciale con la trama, il digitale con qualche trucco da baraccone. Ma bisognava aspettarselo, da quando la diffusione sciagurata del 3D preannunciava un'epoca di vacche magre per l'intelligenza. E tutto per che cosa? Per rimpinzarci di una tecnologia cialtrona che sottrae i film alla dimensione narrativa e li relega alla pura e semplice dimensione tecnica: tecnica di messa in scena (la tridimensionalità), tecnica di produzione (effetti digitali), tecnica di scrittura (le storie sono prodotti seriali). Non a caso è sempre più difficile parlare di cinema come di settima arte, come si diceva, con qualche ragione e qualche supponenza, anni fa, quando la tecnica c'era, ma era al servizio di un progetto artistico. Meglio allora etichettare i film sotto la dicitura squallida di "industria dello spettacolo" o business nudo e crudo, come fanno gli americani, con il loro pragmatismo un po' così. Ma anche gli americani, un tempo, avevano registi come Scorsese (prima maniera, per carità), Cassavetes, Altman, Peckinpah, Ford Coppola. Prima di immergersi nel nulla con cui, da un certo punto in avanti, hanno deciso di imbonire il pubblico. Che come sua norma e regola si è adattato, anche se con un grigiore, un'uniformità acritica che penso sia andata ben al di là delle aspettative più ciniche dell'industria. Un grigiore che assume toni tetri e irreali quando si pensa che una volta i film erano fonte di dibattito, di confronto e di scontro, e i registi venivano chiamati ancora autori. Hai voglia ad imbastire una discussione oggi. Meglio la tuta di Batman o quella di Spiderman? 

ci faremo di tutto


Il titolo è feroce e ovvio come solo i titoli sanno essere: Faremo di tutto per salvare l'Euro. La stonatura mi ha assalito ancora prima che mi rendessi conto del perché. Ormai mi sto anch'io assuefacendo ai non sensi della comunicazione. La sfumatura è piccola a livello di segno ed enorme a livello di significato: la politica vuole salvare l'Euro, non gli Europei. In effetti i provvedimenti, le intenzioni e in generale ogni singola parola spesa dai governi nazionali, salvo rare e occasionali eccezioni, non ha mai altro scopo che sacrificare un po' della vita degli individui in nome dell'astrazione monetaria. Che non è economia reale, che non è vita, ma che è solo uno dei tanti parametri - umani - con i quali misurare una delle tante quantità che affliggono la nostra esistenza. E allora mi chiedo se non sia inevitabile che l'Europa fallisca, non solo o non tanto per le macchinazioni finanziarie alle quali si è svenduta, ma per la paurosa, incivile, barbara rimozione delle premesse culturali che potrebbero e dovrebbero esserne il cemento. L'identità dei popoli non può essere spiegata da una moneta, specie se questa è frutto di un'operazione a freddo, calcolata dalle banche centrali e imposta per regio decreto a milioni di persone; non si tratta di essere pro o contro la moneta unica, ma di essere pro o contro la nostra matrice identitaria, che non si trova nei rendiconti della ragioneria, ma nelle ragioni storiche e filosofiche che l'Europa ha saputo produrre nel corso dei secoli. La pretesa di surrogare il DNA di un intero continente nello spread non è riduttivo, è folle. Così come far dipendere l'esistenza degli individui dalle trame finanziarie ordite da banche private e banche centrali non è un segno di razionalità e concretezza, ma è il suo esatto opposto: un'insensata astrazione, un progressivo allontanarsi dalla vita per abbracciare la sua rappresentazione più disumana e distruttiva. L'Europa, se proprio vogliamo dirlo, è già fallita sotto questo profilo, e anche qui non c'è bisogno di un numero per capirlo; non c'è una cifretta, un conticino, una virgola che possa dare significato al vuoto che si va via via allargando tra le reliquie di un illustre passato. 

di tutto di più

Il fatto che la Rai rappresenti un oggetto del contendere ancora così agognato, dice molto più di tanti fronzoli quali siano le vere ragioni d'essere di tanta politica italiana. Una volta pensavo che la televisione fosse il luogo privilegiato del controllo delle masse: imbonimento delle folle, istupidimento generale, depistaggio delle menti per mezzo di notizie tendenziose o omissione di fatti scomodi. In parte è ancora così, ma c'è un altro tassello da tenere in considerazione per capire fino a che punto siamo arrivati. La Rai è un pezzo dello Stato, un pezzo di apparato occupato in pianta stabile dai partiti, che la usano, la sgranano per consolidare il proprio potere, in una logica che è del tutto sganciata dal consenso popolare (pure importante, ma potere e consenso non è detto coincidano) e che piuttosto ha a che vedere con le dinamiche interne del potere stesso: spostamenti, ammiccamenti, messaggi trasversali, possibilità di muovere le pedine. In una parola autosostentarsi. Si diceva logica interna, ma il discorso, per una volta, andrebbe allargato dalla politica in senso stretto (i partiti) alla politica in senso lato (tutte quelle figure più o meno professionali che bivaccano sul limitare della politica e che con la politica brigano, tramano, fanno affari): quanti figli di ci sono in Rai? Un numero impressionante. Figli, nipoti, cugini, mogli, mariti, amanti, promessi sposi e spose. La succursale di una grande famiglia insomma, dove a tutti spetta qualcosa. E' per questo che lo spettro della televisione pubblica, il suo eidola, sopravvive a se stesso. Troppo comodo continuare ad avere un parcheggio privato dove disporre dei posti a proprio piacimento. Altrimenti non si spiegherebbe la sopravvivenza di un tale titano, che a occhio e croce funziona nello stesso modo da almeno trent'anni, nell'epoca di internet, delle liberalizzazioni, della frammentazione dell'offerta. Il colosso è bene che resti com'è. Con la stessa struttura, le stesse lotte interne, le stesse lottizzazioni. Mentre la società reale va in un'altra direzione, e sul video non restano che le vestigia di un passato sempre più irreale. 

il contentino

E' una grande e meritata vittoria sportiva, ma non è niente di più di una meritata vittoria sportiva. L'aver battuto per l'ennesima volta la Germania a calcio significa che siamo storicamente più bravi della Germania a giocare a calcio. Altre metafore, altre letture, semplicemente non hanno senso. Parlare di 'vendetta', di 'regolamento di conti' o peggio ancora di 'rivincita' significa caricare un evento sportivo di significati che non ha, con il rischio, concreto, di svilire quel poco di vero che c'è: la gioia di aver meritato la vittoria. La contrapposizione Italia - Germania di ieri sera non era un fatto politico, Balotelli non è Garibaldi, Pirlo non è Cavour e il calcio non è metafora di niente se non degli undici che scendono in campo e giocano. Altre letture, altre interpretazioni, sono il figlio cialtrone del cattivo giornalismo, che su queste favole ci specula e ci campa; sono il tentativo di surrogare le dinamiche politiche ed economiche in un gesto plastico e di immediata fruizione come può essere un goal o un assist: il calcio ridotto ad essere, ora come non mai, uno strumento del potere. Un sistema di distrazione di massa, di imbonimento generalizzato. Citare lo stracitato panem et circenses del povero Giovenale è troppo facile, ma non si può farne a meno quando è chiaro l'utilizzo spietato e a man bassa delle passioni popolari come velo di maya da calare sulla realtà. Un jolly, un asso nella manica che il baro sa quando sfruttare. Fino all'immancabile paradosso: la politica 'tecnica' smantella lo stato sociale di questo paese, determinando il più spaventoso divario sociale che la storia repubblicana ricordi, e le strade sono piene di gente cosparsa di tatuaggi che esulta col tricolore in pugno, cantando a squarcia gola l'inno nazionale come se fosse un coro da stadio. Quell'inno al suono del quale tanta gente è morta in anni di lotte ora diventa, per un crudele contrappasso, la suoneria da cellulare con cui quattro illusi credono di essere dei patrioti perché si tuffano nella fontana del paese con una maglia azzurra addosso. Di certo la sgangherata compagine dirigenziale dello sport italiano non aiuta: quella frase allucinante dopo il fischio di chiusura: "La nazionale sancisce lo spread" o qualcosa del genere non è un atto di rivalsa nei confronti di uno stato oggettivamente prepotente come quello tedesco, ma è il barrito all'assemblea di condominio, è la vittoria del povero. E' troppo complicato, troppo impopolare sfidare la Germania su un piano culturale e politico, meglio affidarsi a un goal, a un dribbling per sentirci meglio, per sentirci importanti, dei piccoli eroi, autorizzati a tatuarsi sul braccio Campioni del mondo, anche se tutto quello che abbiamo fatto è stato infognarci di pizza e birra davanti al televisore. 

diritti defunti


Va bene, diciamo che il lavoro non è un diritto, con buona pace della Costituzione. Diciamo che viviamo in un'economia di mercato, e che il mondo va così. Se per vivere devo lavorare, e il lavoro non è un diritto, ne consegue che anche vivere non è più un diritto. Con buona pace, stavolta, dei diritti umani, dei quali, a quanto pare, non importa più niente a nessuno. Non vedo poi così distante il giorno in cui anche la vita sarà un di più, un "diritto che va meritato". Con le parole del ministro italiano, si sancisce un dato di fatto già chiaro come il sole: il lavoro non è più uno strumento dell'uomo, ma l'uomo è diventato uno strumento del lavoro, in uno scenario sociale dove l'individuo è diventato persona giuridica e la sua vita un fattore produttivo. Un'inversione a cui ci stiamo preparando più o meno consapevolmente da anni, ma alle cui conseguenze stiamo arrivando solo ora: e non è che l'inizio. Lo scenario che si presenta è artificiale, mondato dalla presenza umana, reso efficiente in senso astratto, sganciato da alcun legame di utilità per i cittadini, per coloro che vivono. Le previsioni di Marx sul passaggio storico del denaro che da mezzo diventa fine, trova la sua conclusione, spietata, nella cancellazione della voce Uomo dal processo produttivo. L'uomo non è più fine, non è più metro, non è più misura. E' un mezzo. Va detto nel tono più neutro possibile, ma con la massima chiarezza: gli sforzi degli ultimi trent'anni per rendere l'uomo uno schiavo, e per di più uno schiavo contento, hanno dato i loro frutti. Il lavoro di molti a vantaggio di pochi; le conquiste sociali di secoli negate. E' il mercato baby. E noi siamo la merce sulla bancarella. 

fenomeni inumani

Uno Stato "totalitario" davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente comitato esecutivo dei capi politicie il loro esercito di direttori soprintendessero a una popolazione di schiavi che ama tanto la propria schiavitù da non dovervi neanche essere costretta. Far amare agli schiavi la loro schiavitù: ecco qual è il compito ora assegnato negli Stati totalitariai ministeri della propaganda, ai caporedattori dei giornali e ai maestri di scuola.

(Aldous Huxley)



Sono sempre più preoccupato (o annoiato, ci si annoia anche di essere preoccupati alla lunga) da tutta quella massa di informazioni che riguardano lo sviluppo o il regresso della società - mondo in direzione tecnico - monetaria. Più sfoglio i giornali (o meno lo faccio, visto quel che servono), più scartabello internet, più, in altre parole, lascio che la valanga mi travolga, più mi trovo di fronte una realtà monodimensionale, appiattita sui parametri intransigenti e incorporei denunciati ormai decenni fa dai filosofi della scuola di Francoforte, ma anche da Marcuse (che non a caso scrisse L'uomo a una dimensione) e da un filologo attento e controcorrente come Roland Barthes. Soldi, tecnicismi, settorializzazione, parcellizzazione: termini inamovibili, rigidi, l'esatto opposto di quello che è l'esperienza umana, così duttile, multiforme, a volte poco spiegabile. Possiamo dire di essere nel mezzo di una fase inumana della Storia? Potrebbe. A patto di epurare dal concetto di 'inumano' qualsiasi scoria romantica o retorica. 'Inumano' non va inteso come qualcosa che ha dimenticato la categoria dell'umano, ma come un'istanza tecnico politica che l'umano non lo prende proprio in considerazione; che nasce e si sviluppa a partire da un orizzonte positivo - negativo che ha abolito le sfumature. Una specie di manicheismo digitale fortemente gerarchizzato, dove la politica si è saldata con l'economia, e dove entrambe si vedono sottoposte ai meccanismi astratti dell'efficienza produttiva. La deriva italiana, in questo senso, è un esempio significativo. Siamo andati oltre all'omologazione denunciata da Pasolini quarant'anni fa, anche se quel tipo di potere si presenta ancora oggi come premessa storica alle piaghe di oggi. La categoria del consumismo non è più sufficiente a spiegare la piega degli eventi, a meno che essa non venga integrata con considerazioni a dir poco inquietanti: come la progressiva riduzione in schiavitù del consumatore, che ora paga un prezzo altissimo in termini di libertà personale e di pensiero all'industrializzazione capitalistica selvaggia con cui l'Uomo, come razza e specie, ha deciso di suicidarsi. Dalla progressiva estinzione delle particolarità etniche, all'estinzione delle particolarità individuali; non più solo la morte delle culture ritenute marginali dal processo di tecnicizzazione, ma la morte civile degli individui fatti fuori dal principio di efficienza. Che è una categoria astratta, artificiale, imposta da una tecnocrazia ridottissima e sempre più potente. In parole povere: chi non diventa monodimensionale, chi non accetta la schiavitù come modello di flessibilità, viene espulso dalla macchina. E' già capitato a Indiani Americani, Aborigeni, e a tutte quelle popolazioni che nei secoli passati si sono viste sopraffatte e schiacciate dal modello economico egemone. Esaurita quella fase, ora tocca alla fronda interna. 

campione di sincerità


E' superfluo commentare il fine commento di Antonio Cassano sui gay, elegantemente definiti "froci". Ma a me non interessa tanto l'aspetto esteriore della vicenda, quanto il modo in cui una frase così trova la sua legittimazione nel dibattito pubblico. In un'epoca in cui la sincerità è esaltata come l'antidoto al perbenismo e all'ipocrisia, il "frocio" detto a mente libera da un calciatore della nazionale non dovrebbe stupire, né tantomeno scandalizzare. Sincero, è sincero. Quanto alla verità, al buon gusto, alla decenza o anche alla semplice educazione, chissà, non è dato sapere. Forse possono rispondere i teorici della sincerità come sinonimo di verità, anche se gli indizi che suggeriscono invece un'antinomia tra i due termini non mancano: primo fra tutti l'assenza del medium intellettivo tra la prima cosa che passa per la testa e la sua esternazione. O, in subordine, tra un pregiudizio sedimentato dall'infanzia e alimentato dall'ignoranza e la sua spensierata verbalizzazione. Il fatto poi che Cassano non si renda conto che dare del "frocio" a qualcuno non è un complimento né tantomeno una manifestazione del libero pensiero, ma un semplice insulto, è un'altra faccenda, che qualcuno potrebbe e dovrebbe spiegargli. Un buon punto di partenza potrebbe essere proprio il campo di Auschwitz, dove gli Azzurri sono andati in meditazione pochi giorni fa con giornalisti al seguito e dove hanno trovato la morte anche parecchie persone omosessuali, dato storico che forse a Cassano è sfuggito e che comunque basterebbe a trarre la disarmante conclusione che il pellegrinaggio in quel luogo di dolore non è servito a niente. Ma ha parlato la sincerità, e forse nella sincerità di Cassano si annida una cattiva coscienza che va ben oltre la volgarità di un ragazzo troppo incolto e troppo ricco: è la cattiva coscienza di una società intera, l'indifferenza abulica che permette ai mostri astratti di diventare reali, il luogo comune che non smette di agire per il peggio. E' la stessa cattiva coscienza che sotto forma della Federazione censura la sincerità di Cassano, imponendo l'ipocrita, tardiva smentita. 

fate il vostro gioco

Il calcio che si vende le partite e l'anima con la scusa dei figli da mantenere fa pendant con l'Italia rischiatutto che sbriciola pensioni e stipendi nell'azzardo legalizzato, come se il grande oppio di questi anni non fossero più religioni o ideologie ma questa specie di roulette sempre in movimento dove gli italiani investono sogni e speranze. Non un atto fideistico, ma un atto disperato, di quella speciale forma di disperazione che confina con l'apatia e la mancanza di prospettiva. E così dal calciatore miliardario al pensionato a rischio indigenza, la società recupera un simulacro di uguaglianza nella riffa permanente che ha ormai invaso ogni singolo spazio pubblicitario dal web al digitale terrestre: un gioco vorace e infido che racconta meglio di tanta cronaca gli anni che stiamo vivendo, sbattendoci in faccia un male di vivere nuovo, sottilmente ma tenacemente legato al senso di inutilità e precarietà che è dilagato nel corpo sociale come un morbo. Ci vorrebbe l'Arthur Schnitzler di Gioco all'alba o il Dostoevskij de Il giocatore per raccontare il raptus e lo sfacelo che irrompono all'improvviso alle spalle della razionalità per soggiogarla; un fenomeno che non passa senza lasciare conseguenze e senza denunciare il grave vuoto che scommesse e giochetti vari vanno a colmare. E in risposta a chi dice che è un problema antico come il mondo, si potrebbe obiettare che è forse la prima volta che ci si trova a dover affrontare il gioco d'azzardo come sintomo sociale, rimedio stregonesco al mal di vivere, esorcismo di massa contro gli spettri di povertà e declino. Ma ci troviamo di fronte (potevamo dubitarne?) ad un trucco, di cui è consapevole anche il più sprovveduto degli scommettitori. Ed è impossibile negare l'analogia tra il benessere che perde pezzi e l'ansia di mettersi al sicuro con un colpo risolutore. Ma non basta a spiegare l'avanzata endemica dell'azzardo. C'è qualcosa di più oscuro sotto. Una dinamica perversa, già in atto da tempo; un tentativo di di sottrarsi al presente per mezzo di un incantesimo, di un artificio, un po' come fa il tossicodipendente alle prese con gli stupefacenti. Ma qui lo Stato incassa, e tace, salvo sporadiche e ormai clownesche promesse di redenzione e tutela. Anche questo è un gioco: lo spacciare con una mano e il promettere regole con l'altra, quasi a confermare la vecchia regola che il nemico è anche complice, che l'illegalità legalizzata è uno una valvola sociale preziosa, da chiudere quando le cose vanno bene e da aprire (come una bombola di gas esilarante) quando la barca affonda. E per raccontare questo capitolo finale, quello della mimesis tra legalità e illegalità, servirebbe Foucault. 

per un 2 giugno di dignità

Non so se sia il caso o meno di fare questa benedetta parata del 2 giugno. Un po' per lo sciupio di soldi, che di questi tempi proprio non è cosa, un po' perché lo sfoggio dell'armamento bellico è fuori dai tempi, e carico di alcune pericolose simbologie del passato. Certo oggi la realtà dell'esercito rappresenta qualcosa di diverso rispetto a ciò che poteva significare cinquanta o anche solo trent'anni fa; il 2 giugno oltretutto sfilano anche le associazioni che con la pratica militare in senso stretto non c'entrano nulla. Quello che vorrei dire è che sarebbe ingiusto criminalizzare (di che poi?) le rappresentative militari e civili in quanto tali, visto che si tratta di uomini e donne che nella stragrande maggioranza dei casi rischiano la vita per tutti. E' il concetto stesso di parata che sembra fuori posto, un aggeggio polveroso che con l'oggi, il qui e ora ha poco a che vedere; è una recitativa antica come i tarocchi, che se poteva avere un senso una volta, oggi non ce l'ha. Troppo rumore, in una terra già squassata da drammi morali e pratici, dagli scandali estesi ad ogni singolo comparto della società civile, fino alle devastazioni del terremoto. Non è il caso di fare parate, parate per che cosa? In onore di cosa? Il 2 giugno si ricorda il referendum del 1946 che ha abolito la monarchia e istituito la Repubblica, primo caso in Italia di votazione a suffragio universale (cioè a dire che prima le donne non votavano): onoriamo questo scatto di civiltà in silenzio, noi cittadini, nel nostro piccolo, provando a non dare per scontati i privilegi che la Repubblica Democratica comporta, in primis il diritto di voto. E chi comanda provi magari a ricordare che siede dove sta per assolvere ad un compito pro tempore e nell'interesse dei cittadini: la Costituzione c'è per essere rispettata, non per farsene un vanto e tentare di pasticciarla a proprio uso e consumo. 

la voragine

Il crollo dell'afflusso al voto non è mai una buona notizia. La disaffezione verso la cosa pubblica non può per definizione esserlo, ma non per ragioni romantiche o per sentimentalismi che lasciano il tempo che trovano. No, c'è un motivo più preciso e più prosaico. Quando un cittadino, per legittima delusione, per indolenza o anche solo per distrazione, non vota, lascia un buco, uno spazio vuoto. Tanti buchi fanno una voragine, che oggi è rappresentata da quel 49 e passa percento che non si è recato alle urne. La domanda è: chi riempie quel vuoto? Stiamo parlando di un vuoto di rappresentanza, e quindi di potere che non può restare terra di nessuno. Se con libera scelta decidiamo di non occupare l'unità di controllo che ci è stata democraticamente assegnata, quello spazio verrà riempito da qualcun altro che, possiamo starne certi, non seguirà alcun principio democratico; non avrà bisogno di rendere conto a nessuno; non dovrà nemmeno prendersi la briga di stilare un programma. Con i disastri che la classe politica italiana ha commesso in questi anni era prevedibile, in fondo, un calo della partecipazione. Ma non andare a votare è, come dire, una sconfitta doppia: una sconfitta della tenuta democratica del paese, e una specie di tacito consenso agli uomini di potere che hanno fallito, perché in pratica continuino a fare quello che vogliono, perché tanto metà dei cittadini italiani non si cura di ciò che accade. E' anche un segno di resa, e al di là dei risultati elettorali in sé (interessanti, ma su un campione mutilato dalle assenze) fa ombra questa voragine, questo nulla che prima o poi verrà riempito. Da chi? Da chi?