Trilogia della città di K.

Una breve premessa. Trilogia della città di K. è un libro che mi insegue. Conosco il titolo per la precisione dall'estate del 2005, quando in una libreria di Riccione un commesso me ne parlò in termini entusiastici. Ma non c'è niente come tentare di insegnarmi quello che devo leggere per farmi evitare una libro. Eppure la trilogia tornava senza che la chiamassi. Tornava in tutte le librerie in cui entravo, la vedevo in mano ai passeggeri della metro e del treno, mi sentivo in qualche modo attratto e frenato. Alla fine, dopo un paio d'anni, l'ho preso. A quel punto, però, il cammino non era ancora completo, e ho pensato bene di farlo decantare in libreria per un po' di tempo, in attesa di non so bene neanch'io che cosa. Dopo quasi tre anni, e dopo cinque di conoscenza superficiale, mi sono deciso a leggerlo. Questo l'esito della lettura. Niente di semiotico, tranquilli, solo qualche impressione lungo il percorso, come faccio sempre.





TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.


La prima impressione che si ricava leggendo il romanzo di Agota Kristof è quella di trovarsi di fronte ad un racconto interiore: i personaggi ci sono, le ambientazioni anche, un plot entro cui dispiegare la storia non manca. Eppure i conti non tornano e nasce il fondato sospetto di nn trovarsi di fronte ad un romanzo classico o convenzionalmente inteso. Ci sono due gemelli, due bambini che, sullo sfondo di una guerra non meglio specificata (probabilmente la Seconda Guerra Mondiale in Ungheria), vengono affidati dalla madre in difficoltà ad una nonna arcigna e pericolosa (salta fuori che è stata sospettata a suo tempo di aver avvelenato il marito) la quale li tratta come due servi, in un clima di totale povertà materiale e di squallore morale. I due gemelli si adattano all'ambiente, aiutandosi a vicenda e scorgendo come unica possibilità di sopravvivenza la repressione di qualsiasi sentimento. La storia prende poi pieghe inaspettate, i personaggi appaiono e scompaiono nel volgere di poche pagine, i punti di vista vengono ribaltati, le prospettive mutano di colpo. La trilogia è in realtà la summa di tre lavori distinti e complementari riuniti poi in un'unica soluzione, e si vede: le storie, pur intersecandosi e completandosi, risentono dei netti cambi di ritmo, del diverso inquadramento lessicale e di un differente umore ad ogni capitolo. Ma anche questo iato, qua e à stridente, risulta alla fine funzionale. L'autrice ha il dono dell'essenzialità, ma non ne abusa, semplicemente sceglie un tono sommesso e una prosa secca, quasi arida, ma incredibilmente pertinente rispetto ai temi trattati: nella trilogia non c'è spazio per il miele, né per la compassione. Pietà l'è morta, e ad ogni pagina ci si rende conto che ciò che si sta leggendo non è un testo, ma un resoconto, giocato in chiave narrativa, ma imbevuto di reale: le cose accadono senza un motivo, la cattiveria è in fondo insensata, banalissima, la violenza e l'aberrazione sono il pane quotidiano di un'umanità involuta, mai sbocciata, dove ciò che conta è solo l'atavica fame di cibo, di denaro e di sesso. Nessun dio all'orizzonte, nessuna speranza, se non quella di superare il dolore in vista di un altro dolore, oppure del nulla. Non ci sono genitori a cui appellarsi, non c'è famiglia, non c'è regola, le uniche speranze a cui appellarsi sono passioni derise e incomprese (come la scrittura) o amori impossibili (quello per la sorellastra). Lo Stato è una presenza ingombrante e non detta: una sorta di mostro biblico che non serve a nulla se non a complicare una vita già impossibile; uno Stato che divide gli affetti, che impone leggi assurde e che cambia a suo piacimento le regole in corsa. E questi cambiamenti, guarda caso, sono sempre a vantaggio del vincitore e del più forte. Kristof non scrive nella sua lingua madre, ma in francese, e il trauma si apprezza anche in traduzione: il suo è un periodare contratto e sofferto, scarno a livello realizzativo, ma sempre puntuale nella descrizione di fatti e cose. Trilogia della città di K. è uno dei cento romanzi destinati a rimanere nei prossimi decenni e, forse, nei prossimi secoli. E' una camera delle torture ambulante, un mattatoio delle anime, ma è anche un poderoso affresco in minore, spolpato fino al midollo, ricco di sensazioni e povero di proclami, perché non si fa portatore di una morale, e nemmeno di una verità, ma solo di una nausea indefinibile, di una sfiducia totale negli uomini e nelle loro possibilità in una specie di sfida a quel "Non - Dio di una malvagità che supera l'immaginazione". E anche se si trattasse solo di un brutto sogno, sembra suggerirci l'autrice, sarebbe troppo tardi per tornare indietro.

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