Le città invivibili


Dalle città invisibili di Calvino alle città invivibili. Le prime opere di fantasia, costruzioni della mente e visioni mutuate dal vero e dal non vero; le seconde palpabili brutture. Grandi centri, ovviamente, ma anche piccoli porzioni di territorio, un tempo aree agricole o luoghi di vacanza per i nobilastri del tempo che fu. Oggi ricche cittadine, amministrate così così, più con il forcone che la bacchetta. La popolazione acclama. Ho provato a filmarne tempo fa, ma non devono avermela perdonata: dire di no (dux docet) è una forma di intollerabile disfattismo per queste persone. Criticare l'abbattimento di verde pubblico, la costruzione indiscriminata di palazzi e palazzacci inguardabili è considerato un modo per remare contro. Gli arguti commenti: "Oh, rovini una città!", come dire che sono io a rovinarla, o ancora il miracoloso: "Un po' di progresso ci vuole." Mi viene da dubitare delle potenzialità del dialogo. Un po' di progresso ci vuole. Quanto ce ne vuole? Un chilo e mezzo? Sradicare qualche pianta secolare per costruire un altro autosilo è una forma di progresso? Intendiamoci. L'educazione al bello è un'altra cosa, trova poca cittadinanza nella negazione delle ragioni dell'altro, nella dimensione quantitativa della vita, il Pil, che ormai non è considerato più da nessuno come indice di qualità. C'è una logica violenta che sottende alla violenza praticata all'ambiente. La logica dei concretoni in salsa brianzola: cristianissimo diritto dell'uomo di sfruttare fino all'ultimo grammo di terra. Terra di fede e di lavoro questa, mica un qualunque lembo disgraziato della Sodoma scioperata e puttana.

0 commenti: