parola di Trota



Ho ascoltato, rapito lo confesso, l'ormai celebre monologo in cui il Trota si lancia in una lectio sul Web 2.0. Non ho voglia di infierire su un ragazzo in chiara difficoltà, vittima già del pubblico (e in gran parte meritato) ludibrio quotidiano e in lotta con un linguaggio finto tecnico politichese che con tutta evidenza poco gli si addice. Non voglio nemmeno soffermarmi più di tanto sullo squallore della sua prosa, sui (pre)concetti raffazzonati, sugli strafalcioni, sulla qualità infima del girato. Mi piacerebbe forse sapere che c'entrano i social network con la diffusione delle realtà locali "in opposizione alla logica della globalizzazione", e che cosa il Trota intenda dire quando propone internet come "un volano per ritornare a quell'iperlocale" ma credo che tali affermazioni vadano ricondotte alla generale sensazione di disagio mista a insulsaggine che trapela dal video. Il punto è un altro. Veramente questa spasmodica e ossessiva ricerca di una piccola patria rappresenta tutto ciò che la Lega è in grado di offrire al Nord per gli anni a venire? Da abitante di questo nord, ho i miei dubbi che sia questa la strada da imboccare, di sicuro non voglio che la Lega (e il Trota) parli anche a nome mio, che pure di questo popolo "nordico" (curioso, visto che comunque siamo sud Europa) faccio parte. Siamo in tanti a pensarla così. Negare l'apertura al mondo è negare la storia dell'umanità, che di certo non si è formata grazie ad arroccamenti e chiusure. Tentare anche solo di individuare il futuro della rete nella diffusione delle notizie locali (o iperlocali, per dirla in trotesco) non solo è comicamente riduttivo, ma anacronistico: il web non solo già assolve a questa funzione, ma è per sua stessa natura ben oltre, dove l'identità di ciascuno è abbastanza forte da non avere paura di chissà quale contaminazione letale. 

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