Secondo l'indefinibile Blatter, il calcio viene prima. Prima della povertà, prima di un popolo in lotta contro lo spreco di denaro pubblico. Prima, insomma, della realtà. E il bello è che nelle parole del vecchio padre padrone del calcio mondiale non c'è nessun tentativo di paradosso, nessuna provocazione: è davvero il suo pensiero. Il pensiero di uno dei tanti privilegiati eletti da nessuno aggrappati con i denti alla poltrona che ormai non hanno più nessun titolo per occupare. Un pensiero che nella senilità ormai avanzata lascia intravedere, come spesso accade, un infantilismo di ritorno, ma nell'istantanea deforme e indecente di una parodia. E allora la frase folle e bellamente irresponsabile di un anziano potente serve anche a gettare una luce sulla fitta trama di poteri che si intrecciano e si sostengono a vicenda nelle varie politiche mondiali. Economia, finanza, industria, ma anche calcio a quanto pare, che sotto la sua veste puerile e innocua nasconde la sintesi perfetta di tutte e tre le cose: economia, finanza, industria. Il calcio, e in senso lato lo sport se pensiamo al grande baraccone olimpico, rappresenta una delle grosse pedine dello scacchiere politico/affaristico di questo scorcio di epoca: un veicolo dal volto friendly che serve per fare altro. Blatter con i suoi modi disinvolti e la sua certezza di impunità, non fa che esercitare un potere, e lo fa nell'unico modo in cui il potere sa manifestarsi: in modo arrogante e anarchico. Ora si dice che Blatter, al pari degli altri vertici del calcio mondiale, sia fuori dal mondo, fuori dalla realtà, fatto probabilmente vero. Ma l'anziano manager non è certo più fuori dal mondo di tutti i papaveri dello sport che giusto un annetto fa si facevano promotori della candidatura italiana alle Olimpiadi, candidatura poi fortunatamente cassata dal governo Monti, che di fatto ha scongiurato un bagno di sangue finanziario e un grasso banchetto per la speculazione malavitosa. Essere fuori dal mondo è un privilegio di chi il mondo non è costretto a frequentarlo, di chi può permettersi di fare finta che la miseria e le diseguaglianze sociali esistano solo nelle raccolte fondi e nella carità organizzata. Di quella ristretta percentuale che può ancora contare su una liquidità spropositata anche in tempi di sprofondo come questi. Una ristretta percentuale che può permettersi di tenere in piedi un circo abnorme finanziandolo con quei soldi che tutti ci stavamo domandando dove fossero finiti.
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un uomo chiamato Blatter
giovedì 20 giugno 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
Secondo l'indefinibile Blatter, il calcio viene prima. Prima della povertà, prima di un popolo in lotta contro lo spreco di denaro pubblico. Prima, insomma, della realtà. E il bello è che nelle parole del vecchio padre padrone del calcio mondiale non c'è nessun tentativo di paradosso, nessuna provocazione: è davvero il suo pensiero. Il pensiero di uno dei tanti privilegiati eletti da nessuno aggrappati con i denti alla poltrona che ormai non hanno più nessun titolo per occupare. Un pensiero che nella senilità ormai avanzata lascia intravedere, come spesso accade, un infantilismo di ritorno, ma nell'istantanea deforme e indecente di una parodia. E allora la frase folle e bellamente irresponsabile di un anziano potente serve anche a gettare una luce sulla fitta trama di poteri che si intrecciano e si sostengono a vicenda nelle varie politiche mondiali. Economia, finanza, industria, ma anche calcio a quanto pare, che sotto la sua veste puerile e innocua nasconde la sintesi perfetta di tutte e tre le cose: economia, finanza, industria. Il calcio, e in senso lato lo sport se pensiamo al grande baraccone olimpico, rappresenta una delle grosse pedine dello scacchiere politico/affaristico di questo scorcio di epoca: un veicolo dal volto friendly che serve per fare altro. Blatter con i suoi modi disinvolti e la sua certezza di impunità, non fa che esercitare un potere, e lo fa nell'unico modo in cui il potere sa manifestarsi: in modo arrogante e anarchico. Ora si dice che Blatter, al pari degli altri vertici del calcio mondiale, sia fuori dal mondo, fuori dalla realtà, fatto probabilmente vero. Ma l'anziano manager non è certo più fuori dal mondo di tutti i papaveri dello sport che giusto un annetto fa si facevano promotori della candidatura italiana alle Olimpiadi, candidatura poi fortunatamente cassata dal governo Monti, che di fatto ha scongiurato un bagno di sangue finanziario e un grasso banchetto per la speculazione malavitosa. Essere fuori dal mondo è un privilegio di chi il mondo non è costretto a frequentarlo, di chi può permettersi di fare finta che la miseria e le diseguaglianze sociali esistano solo nelle raccolte fondi e nella carità organizzata. Di quella ristretta percentuale che può ancora contare su una liquidità spropositata anche in tempi di sprofondo come questi. Una ristretta percentuale che può permettersi di tenere in piedi un circo abnorme finanziandolo con quei soldi che tutti ci stavamo domandando dove fossero finiti.dopo il fumo
martedì 11 giugno 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
C'era una volta B. Non bello, non colto, senza particolari competenze, ma grande istrione, grande improvvisatore e soprattutto grande venditore. Osannato come leader carismatico (mah...), addirittura indicato come l'iniziatore di un nuovo corso politico: quello dei partiti padronali. (Ricordo con terrore due sue amazzoni che non più tardi di tre o quattro anni fa si beavano in un talk show di come il loro capo fosse all'avanguardia in questo senso). E così, con tanto fumo, l'intrepido imprenditore è riuscito a mettersi in tasca prima la destra italiana e poi tutto il paese. Distruggendo entrambe le cose. E ora che la polverina magica è finita, ora che le bugie sono andate a sbrendolo, il fumo si dirada, e scopriamo che non c'era niente. Niente ricchezza, niente novità. Solo un cumulo di fanfaluche, e tanta insipienza, quando non qualcosa di peggio. E ora fa quasi tristezza sentire i suoi lamentarsi - con non si capisce bene chi - che i voti li prendeva solo lui, B, e che questo spiega la disfatta del voto amministrativo. Pare a tratti che la destra italiana sia sul punto di riconoscere lo sbaraglio, ma è un'impressione fugace prima del solito arroccamento: servirebbe onestà intellettuale. Ma ormai i circolo vizioso è una trappola da cui questa destra non potrà più uscire, a meno di non riscriversi culturalmente e di buttare a mare tutte, ma proprio tutte, le scemenze di questi ultimi vent'anni. Dopo anni di scorciatoie, di miracoli e di altra fuffa variamente declinata, forse sarebbe ora di prendere il coraggio a due mani e cominciare da un semplice vocabolo: scusateci. Per poi ripartire da due o tre libri seri che non siano il prontuario Fininvest o altre carte protocollate dalle scuole televisive. Questa destra scoprirebbe che i partiti, anche di destra, non sono un affare personale, e che la politica non è la vinavil con cui il padrone incolla i cocci della sua disastrata esistenza. Ma bisognerà fare un po' di cose prima, e tutte agli antipodi della mentalità berlusconiana: farsi un po' di cultura, mettersi intorno a un tavolo a sviluppare delle idee serie e non i soliti slogan. Ma temo che il massimo che verrà fuori da questa attuale classe dirigente sarà il cambio del nome del partito. E l'hanno pure già fatto una volta.
operazione anestesia
giovedì 30 maggio 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
L'operazione anestesia promossa da uno dei governi più improbabili della storia della Repubblica procede alla grande. Il lento ricomporsi della politica nella formazione plumbea che oggi abbiamo al comando ha finora ottenuto un unico risultato: quello di allontanare gli elettori. Non più soltanto per schifo, ma proprio per sfinimento. Il grande compromesso che ha tolto qualsiasi significato al voto del cittadino ha rappresentato qualcosa di più di una promessa disattesa. E' stata un'azione ipocrita, ma in perfetta linea con una concezione statale che ha sempre vissuto il potere come la gestione sparagnina e clientelare dell'interesse pubblico, la politica del manuale Cencelli, il solito gattopardesco "che tutto cambi perché nulla cambi". E così, con un po' di tempo e di pazienza, e soprattutto con la fidata scorta di larga parte dei media, si può accomodare tutto, anche l'incongruo: l'abbraccio mortale del Pd con il Pdl, lo scandalo dei voti di centrosinistra dirottati verso la destra più invisa, e il contemporaneo sdoganamento dell'uomo che più ha fatto per logorare le fondamenta della Repubblica. Tutto digerito, tutto metabolizzato. E pazienza se il governo in carica è strutturalmente impossibilitato a fare alcunché di incisivo, in quanto nato sotto lo scacco di forze uguali ed opposte. Intanto, ripeto, il primo risultato importante l'ha già ottenuto: quello di annacquare quel poco di fermento che andava agitandosi nella società civile. Un piccolo refolo di indignazione, di risveglio delle coscienze che rischiava di turbare i sonni dei grandi manovratori, artefici massimi di quel patto non scritto e non detto che vuole sempre una specie di bilanciamento permanente delle parti. Ed è un peccato, perché l'elettorato del Pd che non è così, ma è in genere meglio dei suoi rappresentanti, di sicuro una cosa ce l'aveva ben chiara: sapeva che cosa non voleva, il frutto avvelenato che puntualmente i suoi teorici rappresentanti eletti hanno realizzato, e nella maniera peggiore, con un colpo di mano. Il calo di affluenza alle urne è fisiologico: dopo quanto accaduto alle politiche, è chiaro che il voto è manipolabile. Insomma: votare non è una cosa seria. Sono le stesse massime cariche elette a dircelo. stasera paga lui
giovedì 16 maggio 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
C'è una trama parallela dietro l'abbagliante squallore delle così dette cene eleganti. Al di là delle implicazioni giudiziarie. Ed è un insopportabile sentore di frivolo, di canzonetta scacciapensieri più che di orgia trimalcionesca. Perché se il problema giudiziario è stabilire il confine tra lecito e illecito sessuale, la questione politica, morale e civile è di altro grado, ed è capire se oggi l'Italia ha abbastanza rispetto di se stessa da non accettare più gli umori padronali di un monarca assoluto. Non parlo solo di Berlusconi e della sua corte, ma di qualsiasi Padrone con qualsiasi codazzo di dignitari. Lo dico subito, secondo me la risposta è no. Una maggioranza relativa molto rumorosa ha decretato che le cose vanno bene così. E che oggi, in Italia, la rappresentazione del potere nella sua veste più volgare e scadente è perfettamente possibile e sopportabile, perché in costante sintonia con i sogni, le aspirazioni e in generale l'umore di gran parte del paese. L'uomo ricco e potente di stampo rinascimentale (ma non solo, anche in anni più recenti) oltre agli stravizi, era solito coltivare la frequentazione di scienziati, artisti, intellettuali. Erano occasioni di incontro che avevano ricadute sulle scelte politiche e in generale sulla vita dei cittadini. Il denaro e il potere cioè avevano uno scopo che andava oltre il denaro e il potere stessi. La vera rivoluzione berlusconiana sta proprio nell'aver inteso il denaro come qualcosa che in fondo non porta a nulla, se non alla conservazione pura e semplice del vizio come categoria esistenziale. Per paradosso, i soldi di Berlusconi non servono a niente. Le sue aziende, nel momento stesso in cui la stampella della politica scricchiola, sono sempre sul punto di dissolversi. Le scelte politiche della sua amministrazione, a guardare con distacco, sono sempre state puerili, insufficienti, o apertamente ridicole. Lo spessore, se così si può dire, se lo sono costruito attraverso la reiterazione del messaggio a mezzo televisivo, sia diretto (con le reti di proprietà), sia indiretto, con la dialettica tautologica delle tribune politiche. E se per un attimo si prova a intravedere un nesso tra la cena elegante e la politica che le fa da corrispettivo, si getterà lo sguardo su un puro vuoto che in definitiva non chiede altro che spazio; un vuoto coerente, che da trent'anni non fa che ripetere le stesse identiche cose: poche, semplici parole d'ordine che hanno avuto come unica missione quella di rimuovere la realtà sostituendola con la sua parodia. E la cena elegante, persino nella sua versione annacquata e bonaria, si presenta come la sintetica, plastica rappresentazione di questo allucinante sistema di potere.
il papi della Patria
giovedì 9 maggio 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni

La
nomina di B quale presidente di questa nuova, fantomatica commissione
sulle riforme costituzionali non mi sembra poi così folle. Almeno
non in un sistema politico alla rovescia come quello in cui viviamo.
Chi più di lui può dirsi padre di questa patria? Chi più di lui
può dire di averla plasmata, identificata, portata alla luce nei
suoi recessi più inconfessabili? Ha sdoganato l'indicibile, ha
incarnato se non proprio inverato tutta la surreale sguaiataggine del
sogno italiano, il sogno del furbo, del gradasso che la spunta
sempre. Il sogno dell'impunito gaudente tutto fumo e apparenza, dei
soldi come sintesi di ogni valore e del potere disinvolto che
nasconde la faccia feroce dietro i modi affabili e le canzonette da
crociera. Ed è suggestivo e malinconico insieme che questo sogno,
nel giro di vent'anni, sia diventato un incubo sia per chi lo ha
sempre avversato sia per chi ci ha creduto e ancora ci crede.
Dunque,
perché negargli questa presidenza? Ieri ha detto che scherzava, il
burlone, ma domani potrebbe ripensarci, e dire che gli spetta, tanto
le parole non hanno mai avuto senso per lui. O ce l'hanno avuto solo
nella misura in cui possedevano un potere persuasivo, di pura
televendita. Le vesti stracciate di questa sinistra che si è
rivelata la sua migliore alleata, francamente, non contano più
nulla. Ma, ripeto, sono dettagli privi di importanza: questa
presidenza se l'è proprio meritata, diamogliela, lasciamogli
completare l'affondamento, che tanto di riffa o di raffa Lui c'è
sempre, prende sempre carrettate di voti, e anche quando ne prende di
meno alla fine un accordo si trova sempre. In piena democrazia,
ovvio. E allora sotto con le commissioni: togliamola di mezzo questa
Costituzione, diamogli carta bianca. Tanto del conflitto d'interessi
chi se ne frega, delle politiche personalistiche che hanno affossato
l'Italia idem. Cassiamo tutto: processi, cene eleganti, stallieri.
Azzeriamo il conto, che tanto qui non ne usciamo più, diamogli
l'immunità, un maxi finanziamento pubblico per le aziende di
famiglia, e già che ci siamo anche il potere temporale e
l'infallibilità ex cathedra. Che tanto, è per davvero il padre di
questa patria: è il suo campione più attendibile e più
rappresentativo, l'uomo più votato degli ultimi vent'anni e mica per
scherzo. Sia fatta democrazia dunque: hai vinto. Solo una richiesta:
sparisci per un po' dalla circolazione, prenditi una vacanza senza
telecamere al seguito, ordina alle tue falangi di non nominarti per
qualche giorno. Un po' di disintossicazione, credimi, farà bene a
tutti.
la democrazia del fatto compiuto
martedì 30 aprile 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
C'è un mistero, che in questi giorni non sono ancora riuscito a chiarire: perché si debba dimettere un segretario di partito votato da tre milioni di cittadini alle primarie e il suo vice votato da nessuno debba diventare Presidente del Consiglio. Vice che tra l'altro si era dimesso in seguito alla debacle quirinalesca di pochi giorni fa, e nella quale un qualche grado di responsabilità, in quanto vice, ce l'avrà pure avuto. Questo è il primo mistero. Il secondo è come sia possibile che il voto di un elettore del Pd sia servito per nominare dei ministri della parte politica antitetica alla sua. Se poi vogliamo chiamare questo pateracchio democrazia, facciamo pure. Se poi siamo disposti ad unirci al giubilo compatto di tanta stampa per l'avvenuto inciucio, fiat voluntas vestra, a patto che nessuno si illuda di aver votato per una qualche ragione. Io per primo, pur avendo sempre sostenuto la necessità del voto come l'ultima arma a disposizione per dire qualcosa in un paese dove solo i furbi, i raccomandati e gli urlatori hanno una qualche possibilità di essere ascoltati. Certo diventa un po' complicato avere fiducia in una democrazia del fatto compiuto, dove i governi, le politiche, i presidenti se li fanno e se li disfano con misteriose riunioni notturne, dove tre o quattro decidono in base a criteri che giuro mi sfuggono e chi s'è visto s'è visto. Molto alla Grillo pensare tutto questo, lo so. O forse no. Nel senso che tanti, come me, non giocano allo sfascio sperando nel disastro che garantirebbe il cinquanta percento dei voti. E nemmeno sognano parlamenti eterodiretti o deputati sotto il diktat delle segreterie e giudicano le profezie di Casaleggio delle fesserie, o peggio ancora delle televendite (o internet vendite) che sostituiscono il principio di realtà con il suo avatar dove tutto è possibile basta ignorare l'esistente. Solo appartengo alla schiera di quelli che chiederebbero una mediazione, non tanto politica se proprio non si può, quanto intellettuale: un parlamento dove il voto corrispondesse grossomodo alle idee degli elettori che lo esprimono, e non un miscuglio di vero vecchio e finto nuovo dove alla fine i governi si fanno a tavolino, e le necessità da tutelare non sono quelle dei cittadini ma quelle di Berlusconi. Un parlamento che soprattutto fosse il corrispettivo politico della società onesta, e non, guarda caso, l'equivalente generale di banche e consorzi di miliardari, che vai a capire com'è sbucano sempre non appena si gratta via la patina illusoria della gioventù e del nuovo. Due categorie rifugio che sono state usate dal Potere - abilmente, va detto - per garantirsi la continuità in perfetta similitudine con il disastroso passato e al tempo stesso per assicurarsi l'appoggio mediatico di un'informazione che salvo qualche caso non chiede altro che conformarsi alla legge del più forte.
finale di partito
lunedì 22 aprile 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
E' una storia italiana questa a cui
stiamo assistendo. Una storia di fantasmi e di traditori, di padroni
e di ipocriti. La storia di un partito, il Partito Democratico, che
ha decretato mestamente la fine della sinistra rappresentativa,
ingoiata da un vuoto di valori e di prospettive che lascia sgomenti,
sia per le proporzioni abnormi, sia per l'arroganza con cui questo
vuoto è stato in qualche modo rivendicato dalle dichiarazioni
tronfie e sconcertanti del dopo voto. “Abbiamo salvato la patria”
mi è toccato sentire, dopo la tre giorni più umiliante che la
sinistra italiana abbia mai vissuto nella sua lunga e non sempre
facile storia.
Ed è un crimine. Perché se non esistono più dei politici di sinistra, esiste un popolo di sinistra. Esiste il bisogno di un'etica pubblica che non sia solo la facciata ipocrita del papista che va a mignotte. Esiste la ricerca di una coesistenza civile con alcuni punti cardine, quali per esempio diritti, doveri, lavoro, legalità, vita, morte. Esiste una fetta di cittadinanza che avverte ancora il proprio paese come un bene, e non solo come una vacca da spolpare, dove “prima la mia famiglia, prima io e gli altri si fottano”. Beh, se la sinistra politica non si decide a dare una voce, un corpo e soprattutto un'azione a queste istanze, il paese fatalmente, inesorabilmente e forse anche giustamente andrà alla malora una volta per tutte.
Come dire: i quadri dirigenti del
partito danno l'idea di non aver capito niente di quanto accaduto.
Delle conseguenze che il loro operato – lontano, in molti casi
apertamente contrario alla volontà della base – avrà sulla vita
politica e istituzionale di questo paese.
Il risultato claudicante delle elezioni
dopo una campagna elettorale troppo statica, il rimpiattino durato
due mesi, la decisione incomprensibile e per certi aspetti pazza di
riesumare Franco Marini come prima scelta per il Quirinale, il
lancio, a frittata fatta, di un Prodi subito impallinato da quella
stessa assemblea che poche ore prima lo aveva acclamato, sono solo i
sintomi di una malattia che sta più a monte, più in là nel tempo,
nei ridotti di una disputa interna e spesso personale che ha lasciato
fuori dalla porta il contatto con il paese reale.
La sinistra italiana ha scelto la sua
fine. L'ha scelta nel momento in cui ha pensato di potersi
accreditare come forza maggioritaria senza tenere conto della gente
che la votava. Ha cominciato a perdere quando ha rinunciato ai punti
di forza che storicamente sono della sinistra: tutela dello stato
sociale, diritti, lavoro, solidarietà, legalità. E ha continuato a
perdere, fino a questo schianto finale, dicendo no alla candidatura
di Stefano Rodotà, la ciambella di salvataggio lanciata da M5S che
avrebbe consentito di sbloccare la situazione politica in tre modi:
eleggendo un Presidente della Repubblica, lasciando aperta la
concreta possibilità di un governo insieme e mettendo all'angolo
l'uomo che è la plastica antitesi di ogni istanza legalitaria e
sociale, Silvio Berlusconi.
Il sospetto, che pesa come un macigno,
è che la strategia scombiccherata e suicida di questo partito sia
sempre stata quella dell'inciucio. Come se il passato non avesse
insegnato niente, e come se la stragrande maggioranza degli italiani
non considerasse il compromesso con Berluscònia il peggiore dei
mali. La morte, civile, politica e persino intellettuale della
gauche. Una sinistra che, da vent'anni a questa parte, non ha
fatto che vergognarsi di se stessa, perpetuandosi nell'orgia del
potere attraverso la sostanziale accettazione del berlusconismo non
solo come referente politico, ma, a seconda, come spalla,
contraltare, complice, sparring partner, nemico fittizio. E ora che i
cocci sono per terra, ci si ritrova con dei quadri dirigenti che a
caldo non sono nemmeno capaci di ammettere lo sbaraglio, provare un
po' di imbarazzo per la svendita della loro storia e della loro
cultura.
Va da sé che la rielezione di Giorgio
Napolitano, sulla cui persona non c'è nulla da eccepire, è una
sconfitta mascherata da pareggio, e il nostro Presidente, da uomo
saggio e navigato, è il primo a saperlo. Il rinnovo del mandato
presidenziale ad un uomo di 88 anni che non chiedeva altro che
ritirarsi certifica la liquefazione dei partiti come esponenti della
democrazia. Certifica l'impotenza, l'incapacità, la mancanza di
coraggio dei partiti di prendersi la responsabilità (e scusatemi se
uso questo termine tanto abusato) di una scelta decisiva. Hanno
scelto di non scegliere.
I paesaggi che si offrono ora sono
quantomai nebulosi, e perlopiù desolanti. Un governo del Presidente,
si dice: un governo cioè sotto la diretta influenza del Capo dello
Stato, al di là dei poteri che la Costituzione in questo momento
sancisce in modo ufficiale. Del resto, è un anno e mezzo che
Napolitano aveva allargato la propria sfera di competenze fino a
dirigere in modo sempre più evidente le mosse del governo. Preludio
ad una Repubblica presidenziale? Nessuno può dirlo. Stravolgere la
Costituzione sull'onda dei dissesti emotivi di questi tempi potrebbe
essere un rischio; primo perché le riforme non si fanno a furor di
popolo, secondo perché stavolta siamo stati fortunati ad avere tanto
potere concentrato nelle mani di una persona come Napolitano, ma
casomai la gente impazzisse (ogni tanto è provato dalla storia che
lo fa) e consegnasse le chiavi di casa in mano alla persona
sbagliata? Il controbilanciamento dei poteri ha un significato, come
abbiamo avuto modo di verificare durante la fatiscenza
dell'esperienza berlusconiana, già dimenticata dalla memoria
collettiva e dalle nostre proverbiali amnesie mediatiche (chissà
perché eh?).
Non sono mai stato tenero con il M5S,
ma stavolta va detto che una mossa in direzione della sinistra era
stata fatta. E la sensazione, purtroppo, è che il Pd abbia preso in
giro i suoi elettori, inscenando una trattativa fasulla con i 5
stelle mentre sull'altro tavolo negoziava con il Pdl la vera
spartizione del potere, in spregio a militanti ed elettori.
E' chiaro che con questa classe
dirigente, la sinistra italiana non andrà mai da nessuna parte. Lo
diceva Nanni Moretti nel lontano 2002, e con una punta di sarcasmo,
siamo costretti, oggi, a prendere atto che la nomenclatura
responsabile di questo disastro è sempre la stessa. Inamovibile.
Ed è su questa base che si consuma la
scissione tra il Pd parlamentare e la base elettorale: dopo la pagina
nera delle elezioni presidenziali l'attuale gruppo dirigente del
Partito Democratico ha di fatto stracciato il patto di fiducia con i
sostenitori del partito, mettendo in discussione, da un punto di
vista politico ma anche morale, la legittimità a gestire il potere
in nome dei cittadini. Un nodo cruciale, che in quanto tale verrà
presto derubricato a bagattella da supercazzola, l'unica, vera,
grande strategia che i quadri dirigenti hanno sempre saputo sfoderare
con maestria.
Ed è un crimine. Perché se non esistono più dei politici di sinistra, esiste un popolo di sinistra. Esiste il bisogno di un'etica pubblica che non sia solo la facciata ipocrita del papista che va a mignotte. Esiste la ricerca di una coesistenza civile con alcuni punti cardine, quali per esempio diritti, doveri, lavoro, legalità, vita, morte. Esiste una fetta di cittadinanza che avverte ancora il proprio paese come un bene, e non solo come una vacca da spolpare, dove “prima la mia famiglia, prima io e gli altri si fottano”. Beh, se la sinistra politica non si decide a dare una voce, un corpo e soprattutto un'azione a queste istanze, il paese fatalmente, inesorabilmente e forse anche giustamente andrà alla malora una volta per tutte.
Non resta che prendere atto di una
cosa, molto semplice: le due anime del Pd – post comunista e
democristiana – non hanno mai trovato una sintesi, se non nel
brodino tiepido che non ha mai avuto il coraggio di fare azioni
concrete contro il conflitto di interessi e contro lo smantellamento
dello stato sociale.
Dopo gli ultimi giorni tutte le
stranezze, le debolezze, le opacità del Pd hanno trovato una
risposta. Quella che in molti sospettavano. Quella che fa male anche
solo pensare.
eterno presente
venerdì 12 aprile 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
E' il bello di questo paese, in fondo, il fatto che tutto è sempre uguale, anche nelle crisi più nere: rimane sempre una patina di risaputo, di già detto. E' come se il film di questa crisi lo percepissimo già a livello inconscio, come se questa storiella l'avessimo già sentita, ma chissà dove, chissà come. Intanto il dibattito è assorbito dal dilemma della presidenza della Repubblica, per il resto si vedrà. I tecnici non ne hanno azzeccata mezza, i politici sono ancora lì, il nuovo che avanza più che avanzare traccheggia alla ricerca di una dimensione o forse di un senso che tarda a materializzarsi, vuoi perché il risultato elettorale è stato fin troppo largo vuoi perché il programma cinquestellato, una volta entrato nelle secche della realtà, si è arenato, come tutto il resto. E mi viene voglia di ricordare il compianto Edmondo Berselli, quando citava Arbasino ed esibiva la sacra teoria del "solito stronzo", una grande promessa tradita, che una volta finita la gioventù diventa come tutti gli altri, come tutto il resto, appunto. Ma in questa metafora c'è anche qualcosa di più: la tendenza italiana a non cambiare mai. A non voler cambiare. A rimanere prigionieri di un eterno presente senza memoria e senza futuro, le due categorie scomode per eccellenza (sono le più faticose) che la febbre berlusconiana degli ultimi trent'anni (conto anche il grande sabba televisivo) ha provveduto a cancellare, donando ai teleutenti elettori il frutto avvelenato di un qui e ora che non finisce mai. Quindi il mondo fuori bussa. Falliscono un migliaio di aziende al giorno. Decine di migliaia di licenziati, al giorno. Eppure la bolla che preserva il grosso della società italiana resiste, anche ora che il viatico usuale delle grandi manovre italiane - l'Emergenza - è assurto allo stato permanente effettivo. Era emergenza prima o è emergenza adesso? Che faremo? A mo' di mistero teologico la politica italiana si pone come interrogativo senza risposta, come grande totem muto, un orologio rotto e senza lancette che ha rinunciato a segnare l'ora. il periodo del dubbio
mercoledì 3 aprile 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
Legalità e lavoro sono argomenti che non tirano. Argomenti che non solleticano il grande pubblico. Mettersi a fare un discorso serio, posato, molto pratico su cosa fare da qui ai prossimi dodici mesi per uscire dal pantano è un'ipotesi che ha pochissimo appeal. Meglio qualche biglietto sonante per la restituzione dell'Imu, o qualche parolaccia così, che non si sa mai. E' un approccio poco scientifico, lo so, ma basta ascoltare le voci che circolano, gli umori che si captano in giro, per strada, per capire che qualsiasi politica del buon senso e dell'onestà praticata e non esibita è destinata a prendere pochi voti. Qualsiasi discorso che preveda il rispetto della Costituzione e delle regole, dei diritti della persona e della giustizia sociale non fa presa. E' una bella contraddizione il popolo che volta le spalle a se stesso; il popolo che si suicida svendendosi a quello che urla di più, o a quello che sa illudere meglio. Un popolo, una cittadinanza cioè, che preferisce credere al miracolo piuttosto che fare la fatica di pensare al di là della promessa immediata. E infatti la rivoluzione, come sempre in Italia, è sfociata da un lato nella demagogia dai lampi autoritari dei Cinquestelle e dall'altro nella solita paccottiglia berlusconiana, quando invece, forse, l'unica rivoluzione possibile è quella del lavoro metro su metro, nel rispetto di regole condivise e nella convinzione che solo uniti e con grande fatica sia possibile uscirne. E a sentire e vedere l'Italia smarrita e finta furba di queste settimane, mi viene da pensare che l'unica vera utopia sia proprio questa, molto più delle bugie populiste e del catarismo a costo zero che hanno spopolato alle ultime elezioni. Tutto va a rotoli, ma tanti, veramente tanti italiani vogliono continuare a pensare solo in termini personalistici, continuando sia a sguazzare nella cecità morale della peggiore destra, sia giocando al massacro con i resti della Repubblica. E in conclusione mi chiedo quale possa essere la morale, quale possa essere la via d'uscita se le premesse sono così confuse. Adda passa' 'a nuttata, ancora una volta.
ferro Battiato
mercoledì 27 marzo 2013
Pubblicato da
Ariberto Terragni
Malinconica uscita di scena dalla politica per Franco Battiato, in seguito al suo disastroso scivolone in diretta da Bruxelles, con una frase molto volgare e qualunquista, che niente ha a che vedere con il profilo colto ed elegante della carriera artistica del cantautore. Il fattaccio spiega a modo suo almeno due cose: la prima è che un artista non deve occupare posti di potere, veri o simbolici che siano, perché finisce sempre per fare qualcosa che non va, per sognare un sogno troppo alto o, come nel caso di Battiato, per incartarsi in una lettura populista e generica della realtà. La seconda offre qualche spunto di riflessione sull'impatto del grillismo nel dibattito pubblico: la parolaccia come scorciatoia retorica, l'insulto globale totale, la divisione manichea tra un "noi" buono e un "voi" male assoluto. Il grillismo come artificio che assolve la barbarie anarcoide e addossa colpe e orrori ad un "altro" inteso come categoria antropologica, è un modello politico destinato ad avere successo. Perché è molto italiano. Forse questo è un modo per spiegare come mai Battiato ha smesso le vesti del raffinato musicista per indossare i panni non suoi del politico cincischiato e pasticcione. Perché non è Franco Battiato quello che offende le istituzioni e gli italiani con parolacce da bar, ma il suo avatar catapultato a casaccio in politica: un mascheramento (uno sdoppiamento) che produce gli esiti miserrimi dell'ormai famigerata conferenza stampa. Lo stampo di questo mascheramento è puro Grillo. Il Qualunque che diventa la mascherina di un Batman da osteria che se la prende con tutto e tutti senza avere l'onestà del discernimento, è un marchio già depositato dall'ex comico, fautore di un'azione politica basata da un lato sulla regola del no, dall'altro sull'autoinvestitura a censore per conto del popolo. Tutto il popolo. Quel 100% totalitario che è la meta dichiarata dell'avventura cinquestellata. Dispiace che anche Battiato sia caduto in questa trappola. Anche lui credeva di parlare per conto del popolo, anche quando l'ha offeso a sangue.
collasso democratico
mercoledì 13 marzo 2013
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Ariberto Terragni
Dal punto di vista iconografico, la massa di deputati Pdl assiepata sulla scalinata del Palazzo di Giustizia rappresenta uno dei minimi storici repubblicani; un equivoco in termini dialettici e pratici. Gli onorevoli appena eletti si presentano al capezzale simbolico del padrone, quel Palazzo dove l'eminenza consuma il suo ultimo lembo di esperienza reale, quella che lo fa essere ancora un essere umano e un cittadino, in contrapposizione alla fantasia sfrenata e sadiana in cui la sua figura ormai è prigioniera da tempo. Non si capisce bene per che cosa o per chi manifestino questi signori con bandiera italiana e inno bestemmiato in un canto che dire incongruo è dire poco. La sensazione è che non lo sappiano nemmeno loro. Potremmo chiamarla manifestazione per il collirio, sit in per la difesa della berlusconità, mobilitazione in difesa del diritto di marcare visita, lotta per la congiuntiva. Ci sarebbe da ridere se non fosse che da ridere non c'è più niente, e l'agitare lo spettro della libertà e del diritto, proprio da parte di quella falange politica che ha sempre infangato e disprezzato il diritto e la libertà degli altri, è solo il solito, squallido espediente, per difendere i privilegi di uno evocando la sicurezza di tutti. Ma questa destra berluscoide è al massimo in grado di difendere i relitti di se stessa immolandosi per la salvezza del suo declinante padrone politico. Lo strumento, è questa parodia di manifestazione, dove per un gioco strambo e vizioso, non è il popolo a manifestare per il popolo, ma un privilegiato manipolo di miracolati per la bella faccia di uno solo, il padre padrone padrino di un movimento che, checché ne dicano, di storico e democratico ha pochissimo. Ma il Pdl ha sempre avuto dalla sua una dote, grandissima: quella di usare come espediente retorico la tautologia ad un alto grado di sofisticazione. Pervertire la realtà, ribaltare i concetti, trasformare le accuse in controaccuse, ripetere la finzione in modo massivo e continuato in modo da renderla vera presso una parte dell'opinione pubblica, abituare la gente allo scandalo e al peggio in modo tale da anestetizzarla, anche per mezzo di una potenza di fuoco mediatica senza precedenti nell'Occidente democratico, sono stati i grimaldelli e le armi di scasso con cui questa stramba forma di potere si è conservata nel corso del tempo. Certo, ora il sistema mostra la corda, ma è ancora capace di irretire un buon trenta percento di elettorato, vittima o complice o entrambe le cose di questa tragica epopea chiamata berlusconismo. Ma la tautologia di fondo rimane: tutta la retorica di questo partito, dai suoi albori ad oggi, si è sempre basata sulla reiterazione del vuoto, e un partito che in tutti questi anni non ha mai fatto altro che produrre se stesso come generatore di consenso e basta, alla fine non può che ridursi a messinscene come quelle del Palazzo di Giustizia. Perché il partito salva se stesso non grazie ad un'idea, ma grazie al corpo del capo, che è l'elemento indispensabile per la propria sopravvivenza, sia politica che economica. E perché soprattutto generare consenso non significa generare anche senso. Nel mascheramento di questa assenza i vari portavoce, megafoni, pupazzi che si sono succeduti nel corso degli anni sono stati dei maestri: un profluvio di artifici simbolici e verbali che sono serviti da vera e propria cortina fumogena per occultare la mancanza strutturale di un progetto collettivo.
Anatomia di un Movimento
martedì 5 marzo 2013
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Ariberto Terragni
Gli articoli riportati qui sopra erano presenti su un mio blog dei tempi andati, ormai defunto, insieme alla piattaforma che lo ospitava. Ho voluto ripubblicarli in modo che possano essere letti. Risalgono al 2007 e parlano tutti di Beppe Grillo e del suo movimento che ancora non si chiamava 5 Stelle. Mi interesso al fenomeno da tempo, da molto più tempo di tanti freschi eletti in parlamento. L'ho studiato, il Movimento, l'ho auscultato e l'ho quasi sempre difeso nelle sue prime fasi. Mi pareva avesse qualcosa da dire che andasse oltre il politichese tradizionale; che ponesse sul tavolo questioni delicate e ingiustamente ignorate dalla politica parlamentare. Insomma, avevo simpatia e quasi affetto per le idee che andavano sviluppandosi in quella fase ancora embrionale e indefinita, quando la stampa ufficiale alzava gli scudi e paventava sospetti e accuse di terrorismo. Ora la situazione mi pare radicalmente cambiata. Ci troviamo di fronte ad un movimentismo settario e intransigente, dove gli spaesati eletti (dagli elettori, non dai marziani) sembrano più gli aderenti ad una religione privata che non i rappresentati votati dai cittadini: è il nuovo brivido del grillismo. La democrazia autoriferita: è democratico quello che pensano lui e l'ineffabile Casaleggio, tutto il resto è inesistente, di più: è da abbattere. La presa di posizione di Grillo e soci è definibile come arrogante e autoritaria. L'aver strizzato l'occhio al fascismo antisistema (oltre alla faccenda Casa Pound, anche le dichiarazioni delle ultime ore) è solo un tassello che va componendo un quadro sempre più coerente. Non è una buffonata il M5S, perché i voti che ha preso sono veri, ma ha molti elementi buffoneschi, che la regia occulta in capo al movimento regola e dosa a proprio vantaggio. Le parole d'ordine, le adunate, il gusto di sentirsi migliori e illuminati sono solo gli elementi esteriori di un'operazione politica di puro calcolo, giocata sullo sfascio degli altri, e probabilmente anche sullo sfascio dell'Italia. Più va male, più il Movimento prende voti. Più va male più Grillo e Casaleggio avranno modo di manomettere la Costituzione senza che nessuno batta colpo, cosa che nemmeno al Berlusconi più arrogante e arrembante era riuscita. Stiamo attenti, perché è quello il bottino. La dialettica, in questo partito non partito, è azzerata. Ha le sue regole interne, i suoi meccanismi indecifrabili, ha i suoi due capi eletti da nessuno che agiscono come gli pare, e il popolo italiano sta seriamente pensando di dare a loro due le chiavi di casa. Cioè a un modello mattoide di oclocrazia dove le mediazioni parlamentari sono annullate e gli istinti della massa sono sobillati e modulati da una miscela micidiale di demagogia e populismo. Il tutto sulle macerie economiche e sociali di un paese intero.
Balotelli, il politico
giovedì 31 gennaio 2013
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Ariberto Terragni
Verità e finzione sono elementi intercambiabili del Romanzo di B. Sono sfumature, gradienti di colore dalle tonalità ipnotiche. Balotelli al Milan? E qual è il problema? "Mela marcia" fino a due settimane fa, oggi l'attaccante della nazionale è arruolato, volente o nolente, nella truppa elettorale di sua maestà. Che si sa, di cultura politica si è sempre curato pochissimo, ma in compenso la sa lunga sugli umori di certi italiani, che se sono duri a digerire la democrazia, per contro dimostrano di apprezzare i suoi colpi a effetto da pifferaio magico. Puoi dire tranquillamente che "Mussolini era una brava persona" e "L'Italia ha avuto responsabilità marginali in merito all'Olocausto", tanto nel giro di qualche giorno sarà tutto dimenticato, ma guai a non fare l'acquisto col botto sul finire del mercato di riparazione. Le affermazioni indecenti possono essere obliate con un paio di smentite e qualche passaggio televisivo, l'acquisto di Mario Balotelli rimane, e fa pronta cassa in termini di popolarità e voti. Ecco, a me non piace tanto il paese che emerge da questo tragico raffronto: la cartolina che ci giunge in tavola è delle più desolanti circa le prospettive che ci attendono. Un paese che minimizza il fascismo, accetta senza colpo ferire il revisionismo d'accatto e in più plaude al conflitto d'interessi incontrollato che sottende l'acquisto di Balotelli a me fa spavento. Ma non mi scandalizza. Se B. è riuscito ad essere svariate volte Presidente del Consiglio un motivo ci sarà; se è riuscito a sopravvivere a se stesso anche questa volta, e senza cambiare di una virgola i soliti sproloqui su tasse, comunisti, Costituzione da manomettere, significa che questo paese in fondo non vuole cambiare. Sta bene com'è. Cambierà qualcosa, forse, quando la maggioranza degli italiani pretenderà le dimissioni di un suo rappresentante che si esprime in quel modo nel Giorno della Memoria e alzerà le spalle quando lo stesso individuo tenterà di stupire la platea con un colpo mediatico. Per certi personaggi, l'indifferenza è la peggiore delle umiliazioni. una foto un racconto
giovedì 24 gennaio 2013
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Ariberto Terragni
Il cadavere è lì adagiato ai piedi di una colonna; una coperta cenciosa riveste la sagoma di ciò che resta di un clochard, di una persona, di un essere umano. A mezzo metro, la colazione con caffè e brioche in un bar elegante, il banale di una mattina come tutte le altre, cappuccino e giornale, chiacchiere e qualche sms. Ha qualcosa di straniante la fotografia giunta ieri dalla Napoli bene. Qualcosa di violento e insieme gelido, come la miscela di freddo e abbandono che ha annientato la vita di quell'uomo sotto la coperta. E' un'atmosfera irreale, ma insieme familiare: è il ritratto della borghesia in esterno, una novella Golconda magrittiana coniugata nel gerundio italiano; le due facce, vita e morte, benessere e miseria, sicurezza e sopravvivenza, sono lì che ci guardano, in attesa di una risposta. Chi può ci mangia sopra un cornetto che tanto la vita continua. Un energico e prepotente "'sti cazzi" che spiega forse più di tante diagnosi sociologiche la deriva italiana e la dissipazione della cosa pubblica, uno sciupio allegro e solare che ha corroso le fondamenta morali del paese nel sostanziale disinteresse della maggioranza. Arrivano oggi dichiarazioni delle autorità che smentiscono l'accusa di indifferenza: sembra che all'uomo poi deceduto sia stato offerto soccorso, e che questi l'abbia rifiutato. Non c'è motivo di dubitare che sia andata così. E ci sono per contro molti motivi che rendono problematica e qualche volta ingannevole la lettura di una fotografia. Che raggela l'attimo, condensa un complesso di pensieri, azioni, omissioni tutto lì, tutto in un momento. Eppure nemmeno l'ambivalenza di uno scatto riesce ad annullare la spietata oggettività del reale, con quel tragico, cinico doppio: vita morte, benessere miseria.
telepsicovision
mercoledì 9 gennaio 2013
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Ariberto Terragni
Era chiaro che l'ubriacatura da internet avesse le ore contate, e che la televisione, con tutto il suo peso psicopolitico, si sarebbe imposta con pachidermica imponenza nelle trame dei flussi elettorali. Va bene le primarie, va bene il movimentismo via web, ma quando le cose si fanno sul serio, allora ci si fida della televisione e dei suoi santuari: talk, dibattiti, giornalisti talvolta compiacenti, ridda di affermazioni dette e contraddette, proclami, populismo. E i risultati omologanti e in questo senso rassicuranti della tv non sono una sorpresa, anzi: sono la paciosa conferma che tutto va come è sempre andato, al punto che non solo B. è più presente che mai (dire vivo sarebbe troppo) con tutto il suo armamentario da piazzista, ma perfino il compassato e ingrigito Professor Monti è stato costretto ad adeguarsi alla danza, berlusconizzandosi, assumendo cioè le pose del populismo facile sulle tasse (in tono minore però, vanno ridotte un pochino) e sobbarcandosi lo stakanovismo televisivo, da un salotto all'altro, senza tregua. E anche lui si sente in dovere di trattare, di dare qualcosa a tutti, promettere, consentire, illudere. E nell'offrire uno sfondo, la televisione resta imbattibile, perché sa essere invasiva e subdola come nessun altro mezzo di comunicazione: a pranzo, mentre la massaia spadella, a cena, mentre il ragioniere ingolla la pastina. E poi tutto il giorno, lo schermo ha sempre la sua televendita da fare, il suo spazio autogestito da vendere come libera informazione. E in un paese come il nostro, arretrato, il messaggio più efficace resta quello più superficiale, perché l'italiano medio che fino a una settimana fa urlava dalle piazze ladri ladri vergogna vergogna, ora è lì che compra, e vota. E così B. recupera - incredibilmente, in un paese civile - terreno, la Lega è ancora in pista e i vari gruppi di pressione si sono ammassati al centro, in farinosi partitini arraffa briciole. La memoria corta degli italiani fa il resto: ogni quarto d'ora c'è un reset generale, un grande blackout che è anche il ritorno alla verginità di amministratori, imprenditori, uomini di partito già ampiamente deflorati, ma sempre pronti a darsi come il nuovo, anche quando sono sempre le stesse passeggiatrici che hanno solo ritoccato la tariffa.
professor Sintassi
mercoledì 2 gennaio 2013
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Ariberto Terragni
Il linguaggio politico italiano ha sempre cercato di rendere a parole il vuoto, dalle famose "convergenze parallele" fino al buffonesco "meno tasse per tutti" di più recente memoria. L'esercizio retorico ha una sua nobile radice storica nel pensiero classico, da Platone ad Aristotele, fino alla pratica politica di Robespierre e Danton. Tutto bene, almeno fino a quando il groviglio di suoni e concetti non finisce per staccarsi dall'oggetto di cui la politica dovrebbe occuparsi: i cittadini e la società. Nelle ultime settimane lo slittamento delle trame oratorie dei politici italiani ha avuto un brusco scossone, uno smottamento di entità consistente. Le parole del presidente Monti rappresentano un imponente monumento alla sintassi, un andirivieni di sfumature, sinonimi, glosse, rimandi, messaggi impliciti. La squallida prosa di un Berlusconi, tanto per dire, tutta banalità e slogan, impallidisce di fronte agli arabeschi del Professore, che è capace di velare il proprio pensiero dietro una cortina talmente fitta di fumogeni verbali da rendere impossibile una comprensione univoca da parte di chi ascolta. Ascoltandolo e riascoltandolo, leggendolo e rileggendolo, si capisce che in realtà non esiste un bandolo: le parole sono concatenate le une alle altre per pure e impeccabili esigenze grammaticali, le proposizioni si susseguono morbide e intricate, ma senza un vero peso specifico: nelle loro ampie e soffici volute sono e restano leggere, prive di peso. Potrebbe andare avanti per ore, il Professore, e non riuscirebbe a chiarire un bel niente, ma solo a lavorare altra tela, a tessere nuove ipotesi e nuovi scenari di senso che l'uditore potrebbe intendere almeno in due o tre o quattro modi diversi. La lentezza, i modi pacati, la cadenza soporifera fanno il resto. Si sa che in Italia se uno è ritenuto autorevole lo è per sempre. E sotto la densa coltre di enigmi lessicali che il Presidente cucina per noi ad ogni suo intervento, serpeggia uno spettro antico, e molto italiano: dire e non dire, in conformità con quello standard intellettuale che si è assestato a metà strada tra Machiavelli e la Democrazia Cristiana. Un luogo dove tutto è reversibile, tutto è al tempo stesso detto e non detto, fatto e non fatto. Soprattutto, "né di destra né di sinistra". I ragionamenti della nostra nascente intellighenzia approdano tutti ad un bianco neutro dove la pagina è sempre bianca, e niente è come sembra, perché ogni cosa è al tempo stesso vera e falsa, presunta e certa. ai miei tempi si sprecava, figliolo
giovedì 27 dicembre 2012
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Ariberto Terragni
In uno dei tanti e tutti uguali telegiornali generalisti, colgo come d'incanto la frase: "Per effetto della crisi purtroppo anche gli sprechi diminuiscono." Ed è così che in un sonnolento pomeriggio natalizio finisce per materializzarsi, nell'ingenua forma di un servizio riempitivo, la prodigiosa inversione di senso: il vero peccato (religioso e laico) non è sprecare, ma non sprecare, privarsi della gioia di sbattere nel cesso il di più che non ci garba. Ecco il segno dei tempi. E la televisione, per istinto, per fiuto dello sciatto, annota meticolosa, con quella sua vocina querula. Ma come spesso accade, la voce degli stolti sa essere più puntuale di altre a verbalizzare senza pudore la realtà dei fatti: il rimpianto per lo spreco che fu fotografa le circostanze del presente senza tanti giri di parole, senza alcuna ipocrisia, e riesce a farlo proprio perché mette da parte ogni forma di ragionamento. E versando sugli avanzi del cappone questa frase becera, illumina il vero senso dell'economia su cui la nostra società si è fondata in tanti anni, un'economia fatta di sprechi e di eccedenze, dove la sovrapproduzione di beni trovava sfogo nel consumo a vanvera. Delle tante e spesso drammatiche letture che si possono fare di questi anni di crisi, la televisione ha scelto la più vicina al suo modo di essere: quella più banale e innocua, e forse per questo motivo anche la più feroce. Tanto en passant nell'intrufolarsi tra il panettone e il caffè, quanto vera come solo un calcio nello stomaco sa essere: e se per un attimo riusciamo ad andare oltre al contesto mediatico stupido e incolore, forse possiamo capire come una frase del genere in realtà abbia a che vedere con ciascuno di noi, con quel meraviglioso diritto acquisito di non aver bisogno.
cercasi destra
mercoledì 19 dicembre 2012
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Ariberto Terragni
Tra i tanti fallimenti della politica italiana ce n'è uno che ha richiesto un prezzo particolarmente alto: è la sconfitta culturale e morale della destra. Una catastrofe che prende le mosse dall'aver abdicato a qualsiasi forma di valutazione critica di sé e del mondo, alla ricerca della scorciatoia, del colpo elettorale, del populismo a oltranza. L'aver accettato il berlusconismo come parametro politico ed esistenziale ha ridotto la destra italiana a non esistere più a livello di idee, ma solo a livello di opportunità e consumo. La progettualità, l'impegno, l'onestà che la buona politica di ogni colore richiede sono stati dileggiati in questi ultimi vent'anni: lo smantellamento sistematico delle regole a cui la destra si è accodata ha portato al nulla di oggi, un nulla dove non esiste leadership, non esistono programmi, non esiste un retroterra culturale al quale attingere, proprio perché l'impostazione ideologica (non trovo altre parole per definirla) che ha caratterizzato l'area dei conservatori dal 1994 ad oggi ha fatto di tutto per negare l'importanza della cultura e dell'impegno sociale come dati fondanti dell'azione politica. Dov'erano gli intellettuali di destra? Dove sono? Ci sono ancora? Io non ho visto alzate di scudi e vesti stracciate quando i sondaggi davano il quaranta percento e l'illusione cialtrona del benessere facile faceva vincere le elezioni con maggioranze bulgare. Non ho visto ribellioni quando in parlamento si votavano le peggio leggi a colpi di maggioranza e tutti i giornali del padrone celebravano "il governo del fare" e altri slogan da Minculpop. Lo zero di oggi rappresenta il risultato di una serie di sottrazioni che nel tempo hanno spolpato il linguaggio e i contenuti di una parte politica intera, che per comodità, pavidità, accidia o che altro si è abbarbicata acriticamente sulle esigenze di un proprietario. Non è lecito lamentarsi ora, e non è lecito nemmeno stupirsi se la destra italiana è rappresentata in questo modo, un modo che non consente nemmeno di organizzare delle primarie decenti in proprio. Ulteriore fallimento.
di nuovo?
mercoledì 12 dicembre 2012
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Ariberto Terragni
Dov'eravamo rimasti? Processi interrotti, poltrone delle province intatte, amazzoni, spartizione del potere, stallieri, conflitto di interessi, televisione pattume, preoccupazioni dell'Europa... La lista è lunga, ognuno può completarla come vuole. Un anno per tornare allo stesso identico punto. Che poi è lo stesso punto di vent'anni fa. Un anno per scoprire che non è cambiato niente, anche se è cambiato tutto, in una curiosa inversione della massima di Tomasi di Lampedusa. Un anno per ritrovare lo stesso baraccone irrancidito di sempre, con tanto di mostri, fissazioni falliche, parole d'ordine; uno spot che non conosce sosta da un ventennio, e che puntuale ritorna, come una malattia cronica o una condanna. La verità è che la plastica non conosce scadenza: è la materia riciclabile per antonomasia. La plastica torna sempre: miseramente vuota, povera, ingannevole, ma capace di durare e di riproporsi sempre nella stessa identica forma. Le grandi ideologie invecchiano, smettono di essere al passo con i tempi: il comunismo è fallito perché aveva smesso di interpretare il mondo che cambiava, le generazioni che si susseguivano con nuovi linguaggi e nuovi problemi. Ma il vuoto non passa mai di moda: puoi riproporlo sempre. Il Pdl o Forza Italia o come diamine si chiamerà ha bisogno di un padrone per esistere, perché tolto il suo "conducator" (come l'amabile nonnino si è autodefinito) con i suoi appetiti personali, la sua volgarità e le sue faccende da sbrigare, stava sparendo, e per una ragione molto semplice: non aveva niente da dire. Il vuoto non ha cultura né conosce qualche cosa che vada oltre gli interessi immediati e pronta cassa. Il vuoto si ricicla, ma non parla, non ha significati da trasmettere. Anche se è un vuoto che ci è costato lacrime e fallimenti, derisione e disperazione. Niente da fare, il prodotto piace e si vende, eccome se si vende, la vedremo alle elezioni. Monti e i tecnici rappresentavano perlomeno un'opzione di destra con cui era possibile intavolare una discussione nell'interesse di tutti, ma ora siamo precipitati indietro alla vergogna degli anni passati, anni persi dietro le beghe personali di uno solo, il capo di un partito che in due decenni non è stato in grado di produrre nemmeno l'ombra di una classe dirigente, ma solo scandali e imbarazzi. Tralasciando gli aspetti legali, che sono materia per la magistratura. C'è di buono che il copione che ci attende è ormai a tal punto bollito che non ci saranno sorprese. Solo plastica e televisione, chiacchiere e fumo. il tecnico e il povero
mercoledì 5 dicembre 2012
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Ariberto Terragni
Se devo scegliere una caratteristica, tra le tante che un presidente del consiglio dovrebbe possedere, ne scelgo una che è di ordine politico e morale al tempo stesso: il saper dare dignità alla povertà. Povertà che non è miseria o peggio ancora accattonaggio, ma la dimensione dell'uomo che lotta per vivere in modo dignitoso, privato del superfluo ma desideroso di potersi mantenere al di fuori della carità di Stato. Perché ho paura sarà la povertà il grande tema dei prossimi anni, il tema non detto, inconfessabile, il fantasma che inquieta i sonni di tanta classe media che ora si vede corrodere diritti e privilegi, potere d'acquisto e gusto del di più. Gestire la povertà è una questione politica, e per una ragione molto semplice: la tecnica non prevede povertà, o al massimo la intende come una forma di inefficienza, una voce al passivo frutto di errori e incompetenza. Non ne può percepire il valore umano, la carica simbolica. Il governo Monti non è strutturalmente adeguato a prendersene cura, nonostante il sovradosaggio cattolico (o calvinista?) con cui ha irrobustito la sua legittimità e sdoganato gli aspetti più crudi e oltranzisti del suo operato: la presunzione di governare secondo criteri puramente oggettivi (in primis la necessità) diventa il paraocchi che impedisce di cogliere quanto di disarmante e inquietante serpeggi nella società che sta fuori dai dipartimenti universitari e dalle aule parlamentari. La rinuncia al welfare coincide in modo fin troppo programmatico con la decisione ideologica di annettere la solidarietà sociale alle fluttuazioni del mercato: se la scommessa di puntare tutto sul consolidamento del presente sistema economico andrà bene, bene, altrimenti ancora non si sa. L'ipotesi di ripensare l'economia in chiave di sostenibilità e giustizia sociale non appartiene agli orizzonti della tecnica, che in quanto pratica autoriferita non vede soluzioni al di fuori delle modalità che conosce. Ed è un peccato che potrebbe diventare un grave errore strategico.













