La singolare presa di posizione dell'establishment è presto detta: tutto ciò che esula dall'establishment stesso non ha legittimità. Singolare davvero, perché la negazione dell'altro da sé potrebbe essere letta, sommariamente, come la nemesi della democrazia. Nemesi che però è incarnata dalle forze politiche presenti in parlamento, votate dai cittadini, e che come tali dovrebbero essere il presidio della democrazia stessa. C'è un chiara contraddizione. Il potere piuttosto che mettersi in discussione è disposto a non concedere all'altro il diritto a esserci: non si tratta solo di una forma di arroganza, ma di una opzione politica che sotto certi aspetti va al di là anche di alcune posizioni autoritarie. Nel potere vigente non riesce a farsi largo l'idea che non esistono istituzioni laiche santificate, e che in politica non vige la norma dell'usucapione, per cui chi si tiene stretto al suo scranno per un tempo abbastanza lungo può rimanere dov'è per diritto acquisito. Non è tanto l'urlare di Grillo a spaventarmi, ma la difficoltà strutturale che il potere incontra nel gestire i cambiamenti, forte della pretesa - assurda - di poterli assorbire, e non già di esserne assorbito. E' un problema di dialettica. A me possono non piacere alcuni aspetti del Movimento 5 Stelle, ma rappresenta qualche decina di migliaia di cittadini, anche politicamente ora, e per ragioni di natura democratica sono tenuto al confronto. E' molto semplice in fin dei conti. I partiti non devono emettere un giudizio: devono prendere atto e regolarsi di conseguenza. E' il bello della democrazia: l'anzianità di servizio non dovrebbe garantire maggiori diritti, per nulla: l'affermazione di una forza, di un'opinione per mezzo delle elezioni democratiche deve essere assunta come referente politico, non c'è distinguo che conti. E' avvenuto con partiti di plastica, abili nel manipolare le folle dall'alto, e vale anche ora, forse a maggior ragione, per un movimento nato da un'esigenza popolare. post elezione
mercoledì 9 maggio 2012
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Ariberto Terragni
La singolare presa di posizione dell'establishment è presto detta: tutto ciò che esula dall'establishment stesso non ha legittimità. Singolare davvero, perché la negazione dell'altro da sé potrebbe essere letta, sommariamente, come la nemesi della democrazia. Nemesi che però è incarnata dalle forze politiche presenti in parlamento, votate dai cittadini, e che come tali dovrebbero essere il presidio della democrazia stessa. C'è un chiara contraddizione. Il potere piuttosto che mettersi in discussione è disposto a non concedere all'altro il diritto a esserci: non si tratta solo di una forma di arroganza, ma di una opzione politica che sotto certi aspetti va al di là anche di alcune posizioni autoritarie. Nel potere vigente non riesce a farsi largo l'idea che non esistono istituzioni laiche santificate, e che in politica non vige la norma dell'usucapione, per cui chi si tiene stretto al suo scranno per un tempo abbastanza lungo può rimanere dov'è per diritto acquisito. Non è tanto l'urlare di Grillo a spaventarmi, ma la difficoltà strutturale che il potere incontra nel gestire i cambiamenti, forte della pretesa - assurda - di poterli assorbire, e non già di esserne assorbito. E' un problema di dialettica. A me possono non piacere alcuni aspetti del Movimento 5 Stelle, ma rappresenta qualche decina di migliaia di cittadini, anche politicamente ora, e per ragioni di natura democratica sono tenuto al confronto. E' molto semplice in fin dei conti. I partiti non devono emettere un giudizio: devono prendere atto e regolarsi di conseguenza. E' il bello della democrazia: l'anzianità di servizio non dovrebbe garantire maggiori diritti, per nulla: l'affermazione di una forza, di un'opinione per mezzo delle elezioni democratiche deve essere assunta come referente politico, non c'è distinguo che conti. E' avvenuto con partiti di plastica, abili nel manipolare le folle dall'alto, e vale anche ora, forse a maggior ragione, per un movimento nato da un'esigenza popolare. tengo partito
giovedì 3 maggio 2012
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Ariberto Terragni
In fondo ai partiti non si chiederebbe che una caratteristica, oltre alla trasparenza e all'onestà, ma questa è materia penale più che politica, e cioè l'appartenere agli elettori più che ai padri fondatori. Dalla Lega a Grillo passando per Idv e finanche Pdl, ci troviamo di fronte a formazioni dominate da un unico nome, un unico uomo. Il corpo del capo è il partito stesso: è il sostituto, o piuttosto il surrogato, di quella che un tempo si chiamava ideologia. Che bene o male, nonostante la demonizzazione di cui è stata oggetto in tempi recenti e meno recenti, perlomeno era imparentata con le idee. Siamo di fronte ad un caso unico o quasi: in Europa e nel mondo democratico i partiti sovrastano il singolo leader, che è un inquilino di passaggio, un dirigente a termine. Nessuno si ricicla attraverso i decenni, nessuno, nemmeno se è gradito e lavora bene, può ripresentarsi per più di due mandati. Tantomeno nessuno può dirsi il proprietario del partito, o del marchio del partito. L'idea di fondo è semplice e corretta: anche il migliore dirigente politico del mondo, dopo dieci anni di potere, è bene che si faccia da parte. Perché il potere crea il sottobosco del potere, crea le trame di potere, pone cioè le basi per equivoci, complotti di palazzo, spartizione delle cariche, nepotismo e tutte le varie nefandezze per così dire collaterali che ogni ruolo pubblico di alto livello purtroppo comporta. E' la scoperta dell'acqua calda, ovviamente. La sanno tutti. Ma allora perché questo benedetto ricambio non avviene? Il Pd aveva tentato di proporsi come formazione di stampo occidentale, ma dov'è il ricambio se i nomi che lo abitano sono gli stessi di dieci, venti, trenta, quarant'anni fa? L'unica rivoluzione a costo zero e che servirebbe forse a qualcosa è anche quella che più difficilmente verrà attuata. Per veti incrociati, per avidità. Per spirito di gruppo insomma. Perché va bene la rivoluzione, va bene le riforme, ma qui teniamo tutti famiglia.
liga italiana
domenica 29 aprile 2012
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Ariberto Terragni
Il cantante Ligabue pubblica il suo ennesimo libro. Non è uno scrittore, è un cantante. A questo punto bisognerebbe dare la possibilità a uno scrittore (magari vero, e non finto) di incidere un disco. Non tanto per un criterio di equità, ma giusto per fare altro casino. Non si capisce perché la confusione e la sciatteria debbano essere appannaggio del solo Ligabue: che si consenta un bordello su vasta scala, che si indica una gara, un festival, dove ognuno può diventare un guru da quarto d'ora, scrivere brutti libri, scrivere brutte canzoni, e vedersele pubblicate, prodotte, divulgate. Io credo che Ligabue sia campione di un'unica cosa, di una sola, grande categoria: il qualunque, come e peggio di tanti canzonettari che come e peggio di lui diventano miliardari imbonendo la gente, ma che a differenza di lui non si ammantano di alibi intellettualistici e pose da pensatore di provincia. (Non c'è niente di male nella provincia, anche io sono di provincia, così lo dico e non passo per quello che vuole fare lo snob: solito argomento di chi non ha argomenti). Ha fatto i soldi Ligabue, ma che risparmi le lettere: risparmi l'editoria, risparmi i libri. Lasci i libri a chi ne sa qualcosa, a chi ci ha messo del sangue e un pezzo di vita. Lui fa canzoni, belle o brutte non mi interessa: perché non può continuare a fare quelle? Ribadisco la mia proposta ai dilettanti della penna: le vostre cose pubblicatevele da soli, autoproducetevi con i vostri miliardi, non infognatevi sotto la sottana delle grosse case editrici. Io i libri di queste persone non li leggo, non li leggo, non li leggo. Non li leggo per partito preso: andate a fare le vostre cose, basta prendere in giro i lettori. Non è possibile continuare a dirsi fuori dal sistema, a giocare a fare i rocker con i capelli a sbrendolo e la ricrescita bianca sotto la tintura marrone quando nel sistema, in realtà, ci si sguazza come un pesce nello stagno. E' questo stato di cose che ha fatto diventare i professionisti della canzone delle multinazionali; professionisti che ancora osano atteggiarsi a vecchi compagni di sbronze tutto Lambrusco e vecchie troie quando invece sono dei Paperoni d'assalto, disposti a qualsiasi trucco pubblicitario pur di rilanciare il marchio e agganciare nuove quote di mercato. Basta con questa pattumiera, vi prego. Non è possibile credere ancora ai cantanti, quando questi cantanti non rappresentano più nulla, sono aria fritta, sciacquatura di piatti: i miliardi li fanno sulla credulità popolare, sulla buona fede di chi non sa trovare un altro maestro, un altro referente culturale che vada oltre il qualunquismo accattone e il "destra sinistra per me è lo stesso". Come no? Basta non scontentare nessuno.
vendo paese
giovedì 26 aprile 2012
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Ariberto Terragni
Negozi aperti il 25 aprile, negozi aperti il Primo Maggio, shopping, struscio avanti e indietro per le vie del centro; la Milano da bere e da mangiare, i modelli imberbi e ormonati come mercanzia umana esposta in vetrina. La scuola ancora una volta non pervenuta sul fronte della cultura storica (la fonte è il Fatto Quotidiano, ma chissà perché già lo sospettavo di mio), con alunni che pensano che Salò sia in Calabria e la Resistenza sia un episodio risorgimentale. La via crucis italiana passa anche da questa stazione: il dissolvimento delle basi democratiche a cui siamo aggrappati come naufraghi. I segnali c'erano già nel berlusconismo, ma i segnali sono diventati sintomi conclamati: è veramente un 2012 di saldi e svendite: in svendita il patrimonio del paese, in svendita la memoria storica, in svendita il futuro. Non c'è fatto che non sia collegato, e così come il debito pubblico è la voragine che sta risucchiando nel vuoto la vita di almeno due generazioni, allo stesso modo la cancellazione sistematica del nostro passato ci sta rendendo ciechi e orfani, del tutto indifesi di fronte alle minacce latenti delle dittature. Che oggi magari non si chiamano Fascismo, ma hanno la stessa voglia di annientare il libero pensiero e la stessa smania di renderci tutti uguali, omologati, come avrebbe detto Pasolini. "Io so, ma non ho le prove" scrisse in un celebre passo. La verità è che da allora niente è cambiato, se non in peggio. Un silenzio assordante dove ci sarebbe invece bisogno di far rumore: il 25 aprile non è un giorno infrasettimanale in cui fare la scampagnata, ma il momento in cui ricordarsi che la Storia non fa sconti, e che ogni centimetro di libertà che oggi ci troviamo qui in regalo è costato il sangue di tante persone. Milioni di persone. Non vorrei fare della retorica, sia perché in giro ce n'è già a secchi sia perché la retorica è la nemica della consapevolezza. Ma dove vogliamo andare? Di questo passo quanto potrà reggere ancora il flebile ricordo di ciò che fu? Dieci, forse vent'anni. Poi, speriamo di non dover ricominciare daccapo.
piccoli anacronismi tra amici
sabato 21 aprile 2012
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Ariberto Terragni

Non credo credo che voterò il movimento di Grillo alle prossime elezioni, ci sono delle cose che non quadrano, molte semplificazioni che propone mi sembrano scorciatoie, e il fatto stesso di cassare la storia politica come un'incrostazione della democrazia mi sembra un eccesso. O un'iperbole se vogliamo impiegare una figura retorica. Ma un fatto bisogna ammetterlo: negli ultimi mesi, se non negli ultimi anni, è stato il Movimento Cinque Stelle ad incarnare e a dare voce alla realtà del paese, più di tutte le alchimie politico istituzionali che hanno affollato i parlamenti d'Italia e hanno dato vita a sceneggiate meschine, traffici, accordi di palazzo. Da una parte si discuteva di energie rinnovabili, di informatizzazione, di libertà d'espressione, di cemento zero, e dall'altra di festini, intrallazzi, donnicciole, spartizione di poltrone. Aggiungo anche che Grillo fa bene a denunciare il trattamento a dir poco sconcertante che i media tradizionali (e quindi di potere) gli riservano: o non ne parlano, o lo trattano a mo' di fenomeno da baraccone. Ma i media stessi - intesi come giornali e televisioni - sono all'anacronismo puro, ovverosia agli antipodi della società di oggi, che è diversa rispetto a quella di dieci, venti o trent'anni fa; stesso discorso per la politica: rappresenta non tanto un'incrostazione, quanto un anacronismo, specie se dominata, come il giornalismo, da figure risalenti a ere geologiche fa. La conseguenza è uno iato profondo e incolmabile tra la società reale e la rappresentazione che politica e giornalismo ne fanno o tentano di imporre. Le conseguenze, tanto per cambiare, potrebbero essere disastrose, specie sul piano democratico: è impossibile parlare ancora di democrazia quando non sono più i popoli e le persone a decidere del proprio destino.
il delitto perfetto
giovedì 19 aprile 2012
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Ariberto Terragni

Ed è così che i partiti hanno consumato il delitto perfetto: confezionando una legge elettorale ad hoc, infischiandosene di un referendum che esprimeva la volontà popolare di togliere loro il finanziamento pubblico, infiltrando uomini dappertutto, per un controllo capillare di ogni espressione di potere. Il gioco è riuscito, ed è un gioco di scatole cinesi: il cittadino non vuole il finanziamento pubblico ai partiti, così i partiti, che fanno e disfano in parlamento, cambiano nome al finanziamento, lo chiamano rimborso elettorale, e i parlamentari, che sono nominati da una segreteria e non devono rispondere direttamente all'elettore, approvano senza remore, perché sanno che la loro rielezione non dipenderà dai cittadini, ma dal partito che lì li ha messi. Spero di essere stato chiaro. Ora, io non credo in tutta onestà che questo procedimento possa dirsi molto democratico. La verità è che i partiti in quanto collettori di voti hanno mantenuto se non ulteriormente espanso il potere smisurato che avevano vent'anni fa, all'indomani di Tangentopoli, quando era chiaro a tutti che non si poteva continuare così. Oggi è ancora peggio, nel senso che i partiti si sono organizzati in modo tale da essere totalmente autoreferenziali: hanno i loro uomini nei punti chiave, non devono rendere conto ai cittadini del loro operato, le elezioni sono di fatto depotenziate da una legge elettorale insulsa ma che fa il loro gioco. Prova estrema di questa autoreferenzialità è il fatto che i partiti definiscano antipolitica tutto ciò che è al di fuori del loro raggio d'azione: un bell'atto di arroganza, ma non solo: è il delitto perfetto. O se si preferisce quella anarchia del potere di cui parlava Pasolini quarant'anni fa: il potere che non conosce regole all'infuori di quelle che esso stesso detta, e che ha facoltà di modificare in qualunque momento. Come dire: nessuna regola.
legati
giovedì 12 aprile 2012
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Ariberto Terragni

Sarebbe ingeneroso e scorretto accoppiare la questione settentrionale con l'affaire Lega, avvinghiando i disagi e i dolori di un territorio alle disavventure politiche di un movimento che ha al massimo saputo cavalcare l'onda senza mai peraltro giungere al cuore del problema. C'è un partito politico che ha pasticciato con i conti, con le prebende, con il nepotismo e c'è la realtà di un pezzo di paese che sicuramente rappresenta qualcosa di più e di molto diverso rispetto ai riti tribali, al dito medio sempre alzato, alla dialettica da osteria e alla dizione impastata. Con la scusa della schiettezza, il partito di Bossi ha scarnificato una realtà molto più complessa, banalizzandola, buttandola in chiasso, e alla fine tradendola: così come il Nord non era quello raccontato dalla Lega dei tempi d'oro, così il Nord non è quello che ora appare accoppiato, per un meccanismo a dir poco sconcertante, con le sorti di un partito fuori strada già da molto tempo. E' un problema di prospettive: la narrazione leghista, ne sono convinto, ha fatto più male che bene al settentrione, perché di fatto ha assunto sulle proprie fragili spalle, da movimento di pancia ma non di testa, il compito di raccontare un tessuto sociale e storico molto più difficile, vasto e stratificato di quanto il lessico spiccio e i modi triviali potessero permettersi di esprimere. Il tracollo di questi giorni è una doppia conseguenza: da un lato l'ipocrisia di chi ha invocato forche e forconi per tutta la vita e ora si trova dalla parte del torto (e in questo senso alla Lega va bene che non verrà applicata nei suoi confronti la legge sommaria che essa stessa evocava con tanto livore per i misfatti degli altri), e dall'altro il non aver mai saputo veramente intercettare niente più che un umore basico, mai realmente problematizzato. I bizantinismi sono nemici della verità, ma lo sono anche le continue semplificazioni, gli insulti, le parolacce, la volgarità intellettuale come parola d'ordine. E se tanto mi dà tanto anche la ramazza impugnata come vessillo, la scopa come mezzo di pulizia un tanto al chilo non si discosta poi molto dai furori belluini del passato, furori che hanno portato ad accusare tutto e tutti e mai a guardarsi in casa una volta.


