Metti un pomeriggio di inizio autunno. Metti il sacro timore dell'Istituzione nella veste di un gruppo di signori in palandrana. Va in scena l'ultimo mito borghese: il festival di laurea. La sala ha l'ardire di definirsi napoleonica, e noi le crediamo sulla parola. I candidati e le candidate nel vestito buono, odoroso di naftalina dopo un paio d'anni nell'armadio. In qualche caso è preso per l'occasione, altrimenti si tratta della seconda uscita dopo il matrimonio di zio Franco. Non so esattamente cosa ci faccio qui; so solo che ho in testa un motivo di Paolo Conte che credo sia Genova per noi. Avrei solo voglia di starmene su un paracarro a pensare ai fatti miei, come quello di un'altra canzone, ma la patria chiama. Non me beninteso, eppure qualche cosa mi smuove, sento la voglia perversa di toccarlo questo Moloch: gli affreschi, le decorazioni, i tavolini traballanti (vietato toccare e appoggiarsi) tizi strani che si aggirano in minacciose palandrane. Butto l'occhio fuori dalla finestra: nel cortile interno si affacciano alcune finestre dai davanzali ornati di cactus e basilico. Un napoleonico inquilino, sbadigliando in canottiera, si infila la camicia. Poi le schiere dei parenti. Le nonne che non sanno bene che cosa stia succedendo. Le care zie nelle retrovie. Ma lo spettacolo sono le mamme: moralmente ipertrofiche, enormi. Se lo godono proprio questo momento queste gigantesche matrone all'ultima goccia di latte. Il tuo pupattolo alma mater, proprio lui. E' una festa italiana dopotutto. Accidenti a questa acustica pessima, a questi nodi alle cravatte che vengono sempre male. C'è ancora il tempo per il ripassino della figliola: una vera miss impiegata nel suo tailleurino. Da apprezzare le rilegature delle tesi: tutte dello stesso copista, tutte dello stesso colore, tutte uguali.
fenomenologia da you tube
mercoledì 7 ottobre 2009
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Ariberto Terragni
Il commento sul web, specie a margine di un video su you tube, potrebbe diventare un nuovo genere letterario, ne avrebbe tutte le qualifiche: diffusione, riconoscibilità, fruibilità. Qualche volta è divertente vedere il sublime sciocchezzaio che rappresenta, il commentame in rete. Ho letto di gente che si è minacciata di morte via commento, e più di una volta. E poi i complimenti a madri e sorelle, un classico. Il riflusso di coscienza sale al gargarozzo un po' come gli avanzi di grasso dopo un lauto banchetto. Finalmente un luogo al mondo, ancorché virtuale, in cui darci dentro, e dirla tutta questa beata "verità", dirla in faccia a Golia, protetti da una maschera digitale che è puro incentivo alla rissa (anch'essa virtuale). Essenza di coraggio. L'aspetto antropo grammaticale poi è interessante: sono pochi quelli in grado di mettere in fila due periodi in lingua accettabile, gli altri vanno a orecchio e comunque si arrangiano. Dicono che l'importante sia farsi intendere, ma da chi? E che cosa vuole questa gente? E chi sono questi "loro", che incombono e controllano? Ad ogni modo sono tanti gli italiani stranieri nella propria lingua, e non nel senso nobile di C.B. quanto piuttosto in una salsa più casereccia, tipo: parla come mangi. Altro proverbio dei miei lasciamo perdere. Scotto da pagare alla libertà della rete, sia chiaro, di cui io per primo abuso. Come dire: prendetevi un po' di questo analfabetismo di ritorno in cambio del dire quello che volete. Tanto questo "quello che volete" finirà sepolto insieme al quaderno sotto la massa di punti di sospensione e di "emozioni" e di "amore mio" e di "tua madre e tua sorella". Troppa grazia.
librerie
martedì 6 ottobre 2009
Pubblicato da
Ariberto Terragni
Va bene la difficoltà della pubblicazione, sacra difficoltà formativa appannaggio di noi Holden più o meno attempati. Va bene che ci vuole confronto col mercato per cui via con ogni genere di sottoprodotto sottoculturale di cui si pretende di difendere la presunta dignità. Romanzetti adolescenziali, scarabocchi di qualche editor impenitente che accompagna cantanti e stelline nel meraviglioso mondo delle librerie. Tutti i libri patinati con il nome dello squinternato che li presenta, e sotto, quattro o cinque caratteri più piccolo, il nome del Virgilio ducens: Pinco Palla, con Tizio Cajo... Ma queste sono turbe, va bene. Solo che qualche cosa non funziona se di fianco a James Joyce, per una beffa crudele dell'ordine alfabetico, non comparisse Jovanotti con il suo Il grande boh. I fan insorgano, si straccino le vesti: "E' bbravvisssimo, non capisscci un catthho." "Anima, anima, anima, sentimento...... il mio cuore......... mi sbrodolo d'immenso....... Dedicato al mio amore........ cucciola....................". I puntini di sospensione in una grafia standard sono tre, e comunque andrebbero usati con parsimonia. Un po' si scrive con l'apostrofo, non con l'accento, perché l'apostrofo segnala l'elisione della parola, che sarebbe "poco" nella sua forma estesa. Altra obiezione: ma l'hai letto almeno? No, in nome di Dio no. Ma ho letto Joyce. Ma non basta. Il pellegrino trova sulla sua strada una giovane autrice laureata (ci tiene a dirlo, dopo la foglia di fico la foglia d'alloro), che propone come opera prima un opus intitolato Figabook. Non è uno scherzo. Nelle note di copertina: il pisello azzurro esiste. Ma allora i soldi per pubblicare ci sono. Ministrone mi dica: è il mercato che ha deciso questa scansione delle opere pubblicabili? E' frutto di una sana competitività, di un accrescimento industrialfinanziarioeconomicoterziario? O forse è colpa di noi elitari di merda che leggiamo Joyce?
altre città invivibili
domenica 4 ottobre 2009
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Ariberto Terragni

Questa è una città senza nome. I suoi abitanti ne hanno perso la memoria. Si dice sia incastrata tra altre città con usi e costumi simili; un vecchio torrione in pietra rossa, un tempo destinato agli avvistamenti, la sovrasta, e un girone di anelli concentrici di pietra grigia la attraversa da un capo all'altro. A macchia di leopardo sono sparsi grappoli di terreno incolto, appezzamenti brulli con crateri artificiali di cui si ignora lo scopo. In mezzo a questi crateri si ergono strutture metalliche ora ancorate al suolo ora sospese, argani e funi disegnano reticolati in cielo, dove il rosso e il grigio delle polveri ha cambiato la composizione dell'aria. Difficilmente un viaggiatore trova un luogo in cui sedersi, perché le panche sono state bandite, ritenute in tempo antico simbolo di ignavia e di debolezza. Gli alberi sono imbrigliati in strane imbragature che li tengono ancorati alla terra, ma non sempre questo accorgimento si rivela sufficiente, e questi, vinti dalla gravità, si rovesciano su se stessi, alzando le radici al cielo e sparpagliando i rami e le povere frasche al suolo. Qualcuno ha parlato di alberi cadavere. In questa città i libri sono generalmente banditi, le poche iscrizioni che vi si trovano sono risalenti ad epoche antiche, ma tuttavia sono tollerati volumi di algebra e di calcolo integrale, di scienze statistiche, statiche e dinamiche. Le scienze naturali invece furono proibite o sconsigliate in anni di cui non si conserva la memoria. Gli abitanti sono molto orgogliosi della loro città, la considerano un'avanguardia del progresso e un esempio per tutte le altre.
in margine ad una manifestazione
sabato 3 ottobre 2009
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Ariberto Terragni
Concetto aleatorio questa libertà. Idea che ognuno trascina dalla sua parte e prova chiamare in causa, un po' come quando un assassino chiama Dio a testimone. Mi riesce difficile anche parlarne tanto il tema è abusato, usato a sproposito. Diciamo allora che mi piace fare quello che voglio, diciamo come la maggioranza delle persone, e mi piace anche avere tutti i mezzi per capire quello che voglio e che non voglio. Non è male l'idea di farsi un'idea. Un'idea è anche un modo per affermarsi come singolo, come unità pensante oltre che digerente. E allora da qui viene buona parte del problema: che valore può avere l'essere insieme se questo insieme è una pasta omogenea, senza la gioia del contrasto? Sì, sì, è una domandaccia retorica. Ma ancora una volta il pericolo che si annuncia è quello della perdita di un diritto: il diritto di essere diversi, anche a costo di essere in minoranza, anche a costo di dire di no. La Storia, questo ammasso di fatti più o meno sensati, si è abbeverato con il sangue di questi contrasti, che, è vero, hanno generato orrore, ma hanno anche consentito di spezzare catene, di rovesciare regimi. Se andiamo a vedere la falsariga di ogni cambiamento avviene quando scatta quel qualcosa che fa dire: basta così. Rivoluzioni, ma non solo. Lasciateci leggere e scrivere quello che vogliamo. Lasciateci esprimere un'idea di diversità, di altrove, di non luogo, di altro.
altri libri
venerdì 2 ottobre 2009
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Ariberto Terragni

La possibilità di leggere rappresenta anche la libertà di farsi una cultura, ossia di sviluppare una coscienza che sia il più possibile critica. Passare al setaccio, mi viene da dire. Prima del talk, il ripasso, la concentrazione in privato. Si tende a confondere il libro con il romanzo, ed è strano che in Italia accada questo: paese legato tradizionalmente al componimento poetico più che a quello romanzesco. Ma il panorama letterario è profondamente mutato nel corso degli ultimi cinquant'anni, per cui il genere del romanzo in un primo momento si è addirittura venuto a confondere con quello libresco in genere, salvo poi retrocedere, lasciando spazio ad una produzione editoriale ibrida, e sostanzialmente di tenore divulgativo o dichiaratamente popolare. Modesta narrativa giovanile, saggistica risolvitutto, fai da te della politica. La sensazione spiacevole è che manchino maestri assoluti, giganti in grado di imporsi per lungo tempo: dei classici insomma. Non che non ce ne siano, ma insomma: la densità è parecchio calata. Le cause non le so onestamente. L'omologazione scolastica, forse. L'appiattimento culturale su un'unica prospettiva per lo più commerciale, immediata, votata a ragionamenti di quantità più che di qualità. Sono solo ipotesi, non ancora ipotesi di reato. Meno male che rimangono i classici di ieri, ma anche qui è antipatico fare i nostalgici. Diciamo allora che è bello sentirsi diversi, apprezzare la memoria da cui proveniamo e osservare con un certo, modesto distacco la moda passeggera come qualche cosa che ci riguarda solo fino ad un certo punto.
libri
giovedì 1 ottobre 2009
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Ariberto Terragni
La lettura è un vizio impunito, diceva Valéry Larbaud. Lo è perché sotto le spoglie di una nobile attività (la vulgata ha un certo timore misto a diffidente riverenza verso chi legge "tanto") si cela in realtà l'abitudine di coltivare la propria personalità in altri ambiti, con il rischio di finire per prediligere all'universo reale quello più giusto e più consistente della letteratura. E' un tema che divide: chi si vanta bellamente di non leggere un cacchio, chi antepone anche al suo nome la qualifica di lettore - lector, macchina leggente. Chi scrive generalmente legge parecchio, ma non è detto, ci sono illustre eccezioni. C'è chi come Borges sosteneva di vantarsi più di ciò che aveva letto che di ciò che aveva scritto. Salvo poi continuare a scrivere, vabbé. Il premio Nobel Elias Canetti scrisse il suo unico romanzo proprio sul tema della passione libresca: quel pazzesco Auto da fé, sorta di espiazione narrativa della simbiosi letteraria. La verità è che il rapporto con i libri rischia di risolversi in vera e propria dipendenza: c'è bisogno della presenza fisica dei libri, c'è bisogno di autori sempre nuovi, di pareti ricoperte di dorsi di copertina. Il lettore non si accontenta, vuole le copertine di un certo tipo, di una certa piacevolezza al tatto. E poi i gusti. I classici, elitari e finanche settari, gli autori degni di restare, il disprezzo di ogni sfumatura commerciale, transitoria, in qualche modo destinata a risolversi nel mero contingente. I libri sono fatti per riempire ogni momento della giornata, per colmare ogni lacuna del pensiero, o anche per mettere a tacere lo stream, quando questo si fa debordante (esperienza personale), e sono preziosi per questo: perché testimoniano la nostra esistenza attraverso le esistenze degli altri. Tralasciamo l'imbecillità di certe campagne di stato: quella sul cibo della mente. Vaglielo a dire ad un popolo trucidato da trent'anni di tv commerciale del cibo della mente.
Leggere è' una passione che non paga, anche questa, ma aiuta: nel mare del nulla immergersi nella calda placenta della cultura aiuta. Per un lettore non c'è miglior complemento d'arredo che una libreria traboccante e gonfia di volumi. C'è gente che lo fa, che risparmia per un libro, che detesta la tv a pagamento e anche quella generalista. Tenaci illusi, disperati e felici.

