mare nero

La marea nera avanza verso le coste degli Usa, in rotta di collisione con la Louisiana. Si parla di migliaia di barili di greggio riversati in mare ogni giorno, ma i numeri, nella loro asetticità quantitativa, aiutano a capire fino ad un certo punto. Ora che siamo di fronte ad una strage ambientale di questa portata, il mondo civilizzato si gratta la testa e si batte il petto, promettendo interventi milionari, investimenti, mobilitazioni. Con un mantra, ripetuto allo sfinimento: mai più, mai più. Sappiamo tutti che non sarà così. La devastazione ambientale prosegue, in nome del mito dello sviluppo, del progresso, ma soprattutto in ragione del profitto smisurato di qualcuno. E' una logica che di logico non ha nulla e che anzi si sta rivelando perdente ogni giorno di più, ma pazienza: gli ultimi fuochi del capitalismo d'accatto necessitano che il barile sia raschiato fino in fondo, e che le risorse ambientali e naturali, che sono di tutti, vengano predate fino all'ultima oncia. Perché noi siamo così: straordinariamente osservanti dei precetti biblici quando si tratta di sfruttare quell'ecosistema, quell'ambiente che a conti fatti è tutto quello che abbiamo e che, ampliando di un poco lo sguardo, è anche tutto quello che ha la specie umana. Non è solo un problema di cultura, del tutto assente, ma anche una questione di buonsenso, se vogliamo metterla su un piano contabile, che forse è quello che lorsignori baroni capiscono meglio. Mi chiedo quante sono le devastazioni compiute ogni giorno: quanti fiume Lambro (di cui per inciso non si sa più un cazzo) e quante maree nere vengono taciute ogni giorno in ogni parte del mondo, in un silenzio mediatico che ci rende tutti responsabili, tutti, dal primo produttore di residui tossici all'ultimo pirla che scarica la tazza del water in una discarica abusiva.

naufragi

Fa un certo effetto sentire la dirigenza del Milan parlare per l'ennesimo anno di campagna acquisti morigerata, esangue, con pochi investimenti e tanto materiale di recupero. Suona curioso perché il calcio del giorno d'oggi, quello dei milioni, dei diritti televisivi, del merchandising impazzito, delle spa e spesso dei debiti, l'ha in un certo senso inventato Berlusconi, con quelle sue faraoniche presentazioni in elicottero, i suoi colpi di mercato miliardari, la panchina lunga e così via. Il giocattolo però si è rotto, l'elastico è stato teso all'ennesima potenza fino a spezzarsi in due lembi. La partita ora è stare a galla, svendere, mobilitare. Tentare il colpo di fortuna affidandosi a qualche esordiente assoluto. A ventidue anni da quel mitico, primo scudetto, la situazione complessiva dei club europei è molto cambiata. Molte squadre di blasone sono sull'orlo del fallimento, altre si affrettano a cedere quote societarie per avere un po' di ossigeno, mentre la baracca affonda tra un decreto salvaclub e l'altro, tra uno scandalo e l'altro. E nonostante ciò il calcio, oggi, in Italia, rappresenta il maggior cuscinetto sociale che esista: la distrazione massima, la carta assorbente che distoglie l'attenzione del pubblico per proiettarla nella dimensione assolutamente virtuale del gioco e dei milioni, dei calciatori e delle veline. E l'ex ricco Milan è il primo a farne le spese, anche se seguendo un certo ordine logico: il primo club a rivoluzionare le strategie societarie e comunicative del mondo del calcio è anche il primo a pagare il contrappasso, finendo nell'oblio dei soldi che non ci sono. Hai voglia ora a invocare moralità. Proprio ora che anche gli altri si sono adeguati al tuo modello.

Sinistrati di Edmondo Berselli

Ho letto con uno stato d'animo particolare Sinistrati, uno degli ultimi pamphlet di Edmondo Berselli, il giornalista scrittore scomparso di recente. In bilico tra metodo e ironia, la scrittura di Berselli ci accompagna in un cammino storico culturale di sorprendente chiarezza, che non rinuncia agli aneddoti e ai ritratti gustosi ma che nemmeno si tira indietro quando c'è da fare l'affondo, quando si tratta di dare la stoccata ai luoghi comuni del potere e nello specifico del potere politico. In Sinistrati si avverte tutto l'affetto per un mondo che non c'è più, quello della sinistra democratica e di cultura: l'autore fa di tutto per negare (e negarsi) ogni concessione malinconica, ma di fatto il libro denuncia un'irrefrenabile nostalgia per una rivoluzione non compiuta, per un intero sistema di valori (che potremmo definire con qualche approssimazione gramsciano) che nonostante anni di forte influenza politica non è mai riuscito ad arrivare al governo, e quindi al potere esercitato. L'analisi si snoda fino a qualche mese fa, dicembre per l'esattezza. Le soluzioni per un futuro alternativo a questo tipo di destra, però, nemmeno Berselli era in grado di suggerircele, visto che, nella parte finale, si lascia andare ad una considerazione tanto schietta quanto in fondo vera: come mai a livello planetario la gente ha dato credito alle parole di una parte politica che non ha mai risolto niente e che con ogni probabilità ha anzi contribuito, non solo negli Usa, al dissesto economico globale? Domanda che aleggia, inquietante. Una sola risposta possibile: dare la sensazione di fare. Agitarsi, muoversi, dare risposte superficiali ma di grande impatto ai bisogni più strillati della gente, sostenendo il tutto con campagne mediatiche massicce. E' accaduto in Italia, ma anche in Francia e in Russia. Ora i francesi, forse, si stanno riavendo dalla sbornia, ma in Italia, stiamone certi, ci vorrà molto più tempo. Chissà che ne direbbe Berselli.

c'era una volta il cinema


In un'intervista, alla domanda secca su quale fosse il mio film preferito, ho risposto C'era una volta in America. Avrei potuto citare molti altri film che hanno segnato la mia formazione: Otto e mezzo, Il cacciatore, Novecento, Ultimo tango a Parigi, Taxi driver, il cinema di Herzog. Ma l'istinto alla fine ha puntato sull'ultimo film di Sergio Leone. A ripensarci a freddo, con tutta la comodità di disporre del proprio pensiero, sono soddisfatto, perché è una buona risposta. In C'era una volta in America c'è tutto, in effetti. E' un film cumulativo, che ha la pretesa spropositata di parlare di un'infinità di argomenti; una cifra che in altri film è un peccato mortale e che invece nel film di Leone diventa una scelta stilistica precisa: quella dell'enormità. E' un film che racchiude il senso della poetica del regista, ma non solo: costringe lo spettatore a confrontarsi con i rottami del proprio passato, quei cascami che ciascuno si porta dietro in forma più o meno inconfessabile. E' un film al maschile, una triste saga di uomini soli e violenti, che vivono il sesso come merce di scambio o come belluino sfogo fisiologico. Forse anche per questo motivo ogni sequenza si carica di un significato al tempo stesso semplice e complesso, che racconta l'universo maschile nei suoi aspetti più struggenti e nefandi meglio di tante rubriche da cuori infranti dove a rispondere c'è spesso qualche zitella dai bollori spenti. Quando si arriva alle ultime scene, viene difficile non pensare agli amici; a quelli che non si vedono più da anni. Alle vecchie fiamme, che nemmeno il tempo e la malinconia riescono a ridurre a ciarpame della memoria. Difficile non provare, almeno per qualche istante, una specie di furore primitivo, che Leone ha cristallizzato nelle squallide gesta dei suoi antieroi e che lo spettatore attento rivive nella sua stessa biografia, pensando, magari di sfuggita: ho rischiato anche io di diventare così.

il commento del passeggiatore solitario

Lo strappo politico di ieri, consumatosi sotto le volte antiprofetiche dell'auditorium della Conciliazione, ha portato almeno un refolo di verità nella stagnazione di cartapesta del potere berlusconiano. Dopo cartonati cieli azzurri, claque generose, applausi e demagogia a strafottere, un minimo di realtà ha invaso lo scontro tra i due ex amici. Un po' di rosso carne dopo il marrone del fondo tinta. Del Cavaliere sappiamo già tutto. Di tutto e di più: non vorrà nessuna fronda interna e farà di tutto per spazzarla via. Resta da capire il destino di Fini. Che non potesse reggere a lungo era chiaro anche ai sassi, ma ora, alla prova del fuoco, forse non basterà la sua incredibile ars oratoria per venirne fuori a ciglio asciutto. Perché Fini, parliamoci chiaro, è un oggetto misterioso. Nella sua vita politica ha sostenuto tutto: fascismo e antifascismo, proporzionale e maggioritario, gollismo e liberalismo. Proviene da un'area politica storicamente autarchica ma col tempo si è convertito all'europeismo e alla causa extracomunitaria; si è dichiarato prima non credente, poi fervente cattolico con tendenze papiste. Salvo poi far saltare il banco dichiarandosi strenuo difensore della laicità dello Stato. Definì il partito del predellino "la farsa finale" (me lo ricordo come se fosse ieri), ma dopo un paio di giorni svendette la sua creatura per un piatto di lenticchie. Politicamente, c'è gente che ci ha lasciato le penne per molto meno; lui no: è sempre vincente, anche in virtù di una capacità parolaia senza eguali nel panorama italiano. Come parla lui, non c'è nessuno. Ha il tono di voce giusto, il tatto, il garbo, le citazioni giuste, tutte meravigliosamente corrette che fanno pensare all'uditorio: questo qui è proprio bravo. Gli si perdonano anche quelle "e" aperte tutte sbagliate e squisitamente regionalistiche. Dice sempre verità fumose, ma proprio per questo credibili: come disse il compianto Berselli, Fini possiede "il gusto del buonsenso apparente che piace alle zie". Più che sufficiente per evitare di pagare dazio fino ad oggi, ma ora? Vedremo se sotto il fumo c'è qualcosa.

parola di consigliere

Apprendo di essere governato, tra gli altri, anche dal figlio di Umberto Bossi, Renzo. Leggo con crescente sconcerto della sua elezione a consigliere regionale. Non bastasse leggo anche la sua prima dichiarazione ufficiale: non tifo la nazionale italiana di calcio. E fin qui, chi se ne frega potrei anche dire, non siamo condannati ad essere tutti tifosi pallonari. Ma è la chiosa che mi mette in allarme: "Il Tricolore identifica un sentimento di cinquant'anni fa." Una frase, tanto per fare i precisi, che non significa nulla. Forse il nostro consigliere intendeva sessantaquattro anni fa, quando nacque ufficialmente la Repubblica Italiana, il 18 giugno del 1946, perché nel 1960 non mi risulta che sia avvenuto qualche fatto inerente alla storia repubblicana. O forse, più semplicemente, non voleva dire niente. Ha dato aria ai denti con una frase che potrebbe anche essere liquidata come scadente e superficiale, se non fosse che questo Tricolore è stato conquistato con il sangue di tanta gente, specialmente giovane, che è morta in nome della causa unitaria, è morta perché l'Italia smettesse di essere "un'espressione geografica". Male informato, il caro Renzo. E dire che ormai è un politico di livello, con uno stipendio altrettanto di livello da cui sarebbe lecito pretendere non solo il rispetto dovuto a un valore che è di tutti e che è incarnato da quella bandiera, ma anche, perlomeno, un minimo di decenza istituzionale, un minimo di intelligenza politica. Già che ci siamo, sarebbe anche bello dire agli amici leghisti che non solo la Padania non esiste, ma che non è mai esistita e che non esiste nessuno straccio di fondamento storico politico e culturale che giustifichi l'esistenza di questa entità, se non forse solo nella fantasia di qualcuno. E se proprio l'Italia fa tanto schifo, si potrebbe andare a fare il consigliere regionale da qualche altra parte.

L'uomo nell'ombra di Roman Polansky

L'uomo nell'ombra è una favola nera, un thriller, un saggio di fantapolitica. C'è il primo ministro britannico che dietro le fragili spoglie di Adam Lang nasconde l'ombra di Tony Blair; c'è un ghost writer che deve scrivere la sua biografia. Ci sono la Cia e i servizi di intelligence. C'è il tribunale de L'Aja che intende processare Lang per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. E' un mondo confuso e cinico quello di cui ci parla Polansky, dove le parti si invertono, le storie si intrecciano e la Moira, in combutta con l'avidità umana, gioca la sua parte. La narrazione convince: ci sono ritmo, qualità, suspence, e la critica del regista non si fa mai generica o qualunquista, ma sa farsi affilata, tagliente al limite della lesa maestà. L'uomo nell'ombra è un film che bilancia la qualità della scrittura con quella della regia e quella dell'interpretazione: un equilibrio sottile che unisce il taglio narrativo a quello cronachistico, rendendo riconoscibili fatti e persone, al punto da insinuare nello spettatore più di un dubbio circa la realtà politica che abbiamo vissuto negli ultimi anni. A un film non si può chiedere di più. Ottimo il comparto degli attori. Ewan McGregor, disincantato e ironico ghost writer, in bilico tra malinconia e azione; e poi un grande Pierce Brosnan, ex primo ministro in crisi, schiacciato dal peso di responsabilità troppo grandi: una prova di improvvise accensioni e repentini cali di tensione la sua. Forse la sua interpretazione più notevole, di sicuro una delle migliori. Menzioni anche per Tom Wilkinson, sempre più a proprio agio in ruoli sgradevoli e difficili e per Olivia Williams, first lady di ferro. Da notare, negli ultimi minuti, la sequenza del biglietto che passa di mano in mano e l'inquadratura finale, perché valgono tutto il film, e, nell'arte, rendono giustizia ad uno dei più importanti registi viventi. Nella speranza di vedere altri suoi lavori.