E' notizia di questi giorni che L'Esercito Italiano sta dando un giro di vite sulla presenza di tatuaggi tra i militari. Cosa resterà tra un po' di anni della distesa di pelle disegnata, colorata, spesso solo imbrattata dall'italiano contemporaneo? Forse un affare per i professionisti che decideranno di specializzarsi nella rimozione dei tatuaggi, come insegna il mio previdente dentista. O forse solo il segno tangibile di un'epoca di raro conformismo, dove perfino il segno, il marchio che un tempo serviva a rendere unici, ora vale come certificato di omologazione. Non è un caso, credo, che gli italiani siano il popolo più tatuato d'Europa, e non per l'appartenenza ad una élite marinara o ad una società segreta, ma per il più puro dei narcisismi: quello di ipotecare persino la propria pelle pur di essere notati, di essere qualcuno in una terra in cui tutti ci provano e quasi nessuno è qualcosa. Non lo dico per fede aristocratica (io, poi), ma per lo sconforto di vedermi circondato da un'estetica da supermercato dove tutti hanno deciso di stamparsi l'uniforme addosso, casomai non fosse sufficiente la già copiosa dotazione vestiaria e oggettistica che già si è premurata di rendere l'uguale ancora più uguale. E poco importa se l'intenzione era quella di esternare una parte privata di sé: nel momento in cui la parola passa all'epidermide il sé si stempera fatalmente nel brodo tiepido in cui tutti sguazzano, nella volgarità del pensiero unico, nella falsa ribellione di una pratica che non è più contro qualcosa, ma in conformità di qualcosa. Quasi un certificato di adesione incondizionata, e perlopiù inconsapevole, visto che temo che per i più il fatto di scarabocchiarsi addosso ragnatele, date di nascita (la propria!) in numeri romani e melensaggini in inglese costituisca ancora un motivo di vanto, di affermazione del proprio io. Un mio conoscente, qualche tempo fa, si è lasciato tentare, e, superata la trentina, ha pensato bene di imprimersi sul costato una specie di incongruo codice a barre. Alla mia domanda su che cosa significasse cotanto arabesco ha risposto: "Mah, nel linguaggio Maya dovrebbe essere forza, potenza, risveglio... e questa roba qui in basso non me la ricordo".
target Schwazer
martedì 7 agosto 2012
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Ariberto Terragni
E così da oggi l'Italia del livore, del pettegolezzo, dell'insulto da commento youtube ha un nuovo, comodo bersaglio: Alex Schwazer, campione decaduto, vittima di se stesso, ragazzo allo sbando che voleva vincere a tutti i costi; tanto fuori rotta da non capire che quell'oro, lui, che lo aveva già vinto, avrebbe potuto conquistarlo ancora, e senza artifici chimici. Ed è come se l'Italietta buffa e pantofolaia non aspettasse altro che dare contro a qualcuno, perché c'è gente, e internet ne è piena così come ne è piena la società, che non vive se non può fare a pezzi uno che è già in ginocchio, stremato, sul fondo del barile. E' l'ora dei commentatori da yahoo notizie: che se lo godano questo momento in cui possono sentirsi finalmente migliori di qualcun altro. Quanto al resto, si sa, questo paese viaggia a corrente alternata: se ne fregano tutti dell'atletica, per quattro anni, poi, all'improvviso, tutti atleti, critici, arguti osservatori; tutti esperti di tattica e di etica sportiva, come resistere all'opportunità di un massacro a basso costo? E lui, Schwazer, in mezzo. Indifeso, e molto solo. Definito da alcuni giornalacci un "giuda", proprio da quei giornalacci che hanno difeso le puttane di palazzo. Scaricato da tutti, anche da quei vertici sportivi che quando un calciatore sputa addosso ad un avversario pagano gli avvocati difensori. Perché il problema è un po' questo: c'è chi vince campionati con l'ago ancora in vena e tutto va bene, e c'è il singolo, che fa una fesseria, e i farisei impalcano la croce. Ha sbagliato Alex Schwazer, ha commesso un errore tremendo. Ma non si è venduto una partita e non ha nemmeno frequentato tabaccai. Aveva paura di perdere. Umana, troppa umana paura di scendere dall'Olimpo, e si sa che la paura, unita alla debolezza, fa fare le peggio sciocchezze. Sciocchezze rimediabili se hai un padrino alle spalle, fatali se sei solo. E Alex Schwazer (oggi, ma forse anche ieri, chi lo sa) è soprattutto un uomo solo, nello sprofondo in cui si è cacciato da solo. Non voglio qui mettermi a discutere sul fatto che in un mondo in cui la performance è tutto il doping rischia di essere il solo carburante possibile per il corpo umano: non lo voglio dire, perché credo non lo meritino le migliaia di atleti che giocano pulito. Ma forse per spiegare la caduta di Schwazer serve qualche argomento un po' più complicato dei soli insulti, qualcosa che serva a rimettere in discussione anche noi, noi tutti, e quella parte della nostra coscienza che ora scappa, con la coda di paglia. medioman sul Sassolungo
sabato 4 agosto 2012
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Ariberto Terragni
I primi a capitalizzare la voglia di montagna dell'italiano medio sono i marchi della grande distribuzione. Scarpe tecniche con doppio rinforzo, impermeabilizzate in Gore Tex, improbabili pantaloni allungabili a lampo, zaini tipo trasloco con borracce pendenti, imbragature, moschettoni da svariati Newton, calze impermeabili, occhiali antiriflesso, berretti che neanche Indiana Jones.
Li vedi a bassa quota. Arrivano in
macchina (la macchina è il primo, grande segno distintivo degli
italiani) fino all'ultimo spiazzo disponibile, i bambini frignano
già.
Pance rilassate, deretani abbondanti.
L'altra caratteristica distintiva dell'italiano medio in montagna è
che fa molto chiasso. Urla, strepita, si agita. L'accento è di
solito pesante, come l'attrezzatura da esploratore Tobia che si porta
appresso.
Ad occhio e croce l'allegra brigata
viaggia sulla media dei trecento euro a persona per agghindarsi come
neanche Messner al Polo, bambini in testa, ai quali il mercato offre
di tutto, compresi zainetti in scala griffati dalle grandi marche,
zainetti che per bene che vada serviranno a trasportare il
lucidalabbra di mamma.
Poi, una volta bardata, la famiglia
consuma una colazione pantagruelica (si fa così nel continente), in
vista di intrepide escursioni e spericolate ascese. Che verranno
surrogate dallo struscio nel centro del paese, ormai ridotto a
prodotto di consumo per il gonzo che non chiede di meglio di lasciare
per strada qualche altro soldo in gnomi da giardino vestiti alla
tirolese. Con lo struscio, esatta replica di quello domenicale a casa
propria, l'italiano medio esaurisce gran parte della propria sete di
avventura. Al massimo una qualche risalita con gli impianti, una
bella polenta in quota, e la vacanza può dirsi ben riuscita.
I più temerari tenteranno l'escursione
fuori porta, salvo pentirsene nel giro di qualche centinaio di metri.
Donne in deliquio, uomini arrancanti, bambini che se prima si
divertivano a tirarsi rami in testa ora piangono a vanvera,
dimentichi ormai anche del perché dei propri capricci.
I tedeschi saranno quel che saranno, ma
quando sono in montagna hanno un aspetto molto dignitoso. Tecnici sì,
ma funzionali. Camminano, scalano, macinano terreno come dei rulli
compressori. Uomini, donne e bambini. Hanno le galosce consumate e
gli zaini logori, e la giacca Ferrino, se ce l'hanno, non ha il
cartellino ancora attaccato. Non ho mai visto un bambino teutonico
gettare la carta del Mars per terra, né lagnarsi di non riuscire ad
andare avanti, né fare un capriccio per essere preso in braccio. E
non sono filogermanico, e lo so bene che tutta questa educazione
spesso va a farsi friggere quando si tratta di visitare Roma o
Firenze, con le fontane rinascimentali buone per farsi un pediluvio.
Ma in montagna dev'essere diverso.
Forse è più congeniale allo spirito teutonico che non a quello
italico, anche se gli alpinisti italiani sono tra i più grandi
scalatori di vette del mondo; ma qui non stiamo parlando di iscritti
al Cai. Stiamo parlando dell'italiano medio nel blu dipinto di blu,
ed è tutta un'altra storia.
La vera, grande discriminante della
montagna resta l'altitudine. Unita all'assenza di impianti di
risalita, segno che se vuoi salire, devi camminare. Allora si opera
una naturale scrematura. Ci si trova in pochi. Ci si saluta, con
cortesia, perché si sa che si potrebbe aver bisogno dell'altro. Ci
si scansa quando qualcuno giunge dal basso: ci si ferma, si cede il
passo quando si proviene da una discesa. Le pance spariscono, o se ci
sono, sono supportate da polpacci che fanno impressione.
Ha l'aspetto sano la gente che si
ritrova in quota. Anche gli anziani, perché talvolta se ne trovano,
non hanno ventri sformati, non inveiscono, non rimpiangono un mondo
che non c'è più, o che c'è stato solo nella loro fantasia.
In quota si sviluppa una nuova forma di
convivenza se non proprio di fratellanza.
I rumori si abbassano, si dissolvono.
Lo spread è una cosa che non esiste. Gli aperitivi, gli arredatori
d'interni, le chiacchiere, le ricette, di colpo perdono peso e
consistenza. La verità è un mondo diradato fino alle sue ossa, fino
al suo midollo di roccia e vento.
Mi hanno chiesto se sono paesaggi che
meritano: sei tu che devi meritarteli, e non è uno slogan. Dopo
cinque, sei ore di cammino, il corpo non è più la vetrina delle
proprie vanità o la discarica della propria incuria, ma noi stessi
che pensiamo, agiamo, siamo nel mondo, ed è più facile parlare di
mondo quando la realtà della terra non è solo l'artificio irreale
sotto cui l'uomo ha deciso di seppellire se stesso. Anche se vestito
da trecento euro.
squadra corta
venerdì 27 luglio 2012
Pubblicato da
Ariberto Terragni
Da tiepido milanista in crisi di coscienza permanente vista la proprietà della squadra, non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho saputo della class action di alcuni tifosi nei confronti della società, rea di averli presi in giro millantando il tesseramento di campioni poi puntualmente ceduti al miglior offerente. Vorrei dire a questi tifosi delusi che credere a B. è un po' come illudersi che il coniglio si materializzi davvero nel cilindro del prestigiatore. E' più forte di lui, non c'è niente da fare. Il trompe l'oeil, l'illusione del verosimile, sono numeri consumati del suo repertorio, o forse dovremmo dire logori, visto il grado di usura ormai parecchio al di sopra del livello di guardia. Ma ancora non basta: c'è chi è capace di illudersi e deludersi ancora. E così alle moine sulla fiscalità ingorda del nostro paese (e in Spagna sì che la fiscalità è giusta, chiosavano fino a poco tempo fa, prima che la Spagna tutta intera andasse a picco continuando però a finanziare con soldi pubblici il sacro Real) si aggiunge la retorica del risparmio, del fair play finanziario, cosa buona e giusta se non fosse che il calcio da spesa folle è stato proprio B. a inventarlo, con quel Milan stellare che spendeva e spandeva inaugurando la gestione delle società sportive sulla scorta delle società per azioni. Quel Milan che comprava Lentini non si sa come e il caro Nando De Napoli per puro sfizio, giusto per toglierlo dal mercato. Ma ora che l'astro di B. sta irrimediabilmente sprofondando nell'Atlantide dei suoi sogni di cartone, all'improvviso, il ritorno alla moralità; il ritorno ai valori; il risorgimento dell'etica sportiva. Una riscoperta tardiva, per usare un eufemismo, o forse solo la solita, esausta manovra pubblicitaria atta a conquistare ancora qualche consenso, esausto anch'esso per via dei troppi conigli rimasti impigliati nel cilindro. E allora c'è poco da fare una class action. Sarebbe come intentare causa contro Pulcinella perché non sa mantenere un segreto, o contro Arlecchino perché fa il doppio gioco.
desperate spider man
mercoledì 18 luglio 2012
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Ariberto Terragni
C'è forse una corrispondenza tra l'inflazione di film sui supereroi e il progressivo declino occidentale; tra il sogno di facoltà sovrumane e risolutive e la palude stagnante in cui America ed Europa stanno sguazzando. Il cinema come macchina scaccia pensieri, come allucinogeno di massa; il cinema che rifiuta di parlare della realtà per rifugiarsi nella mitologia post postmoderna, non trovando nulla di meglio, per raccontarci il presente, delle peripezie da fumettone di eroi ed eroine insaccati in buffe calzamaglie ipertecnologiche. E' un cinema sbracato e in crisi di idee che tradisce se stesso nella contaminazione con i videogiochi, confondendo il mezzo con il fine, l'effetto speciale con la trama, il digitale con qualche trucco da baraccone. Ma bisognava aspettarselo, da quando la diffusione sciagurata del 3D preannunciava un'epoca di vacche magre per l'intelligenza. E tutto per che cosa? Per rimpinzarci di una tecnologia cialtrona che sottrae i film alla dimensione narrativa e li relega alla pura e semplice dimensione tecnica: tecnica di messa in scena (la tridimensionalità), tecnica di produzione (effetti digitali), tecnica di scrittura (le storie sono prodotti seriali). Non a caso è sempre più difficile parlare di cinema come di settima arte, come si diceva, con qualche ragione e qualche supponenza, anni fa, quando la tecnica c'era, ma era al servizio di un progetto artistico. Meglio allora etichettare i film sotto la dicitura squallida di "industria dello spettacolo" o business nudo e crudo, come fanno gli americani, con il loro pragmatismo un po' così. Ma anche gli americani, un tempo, avevano registi come Scorsese (prima maniera, per carità), Cassavetes, Altman, Peckinpah, Ford Coppola. Prima di immergersi nel nulla con cui, da un certo punto in avanti, hanno deciso di imbonire il pubblico. Che come sua norma e regola si è adattato, anche se con un grigiore, un'uniformità acritica che penso sia andata ben al di là delle aspettative più ciniche dell'industria. Un grigiore che assume toni tetri e irreali quando si pensa che una volta i film erano fonte di dibattito, di confronto e di scontro, e i registi venivano chiamati ancora autori. Hai voglia ad imbastire una discussione oggi. Meglio la tuta di Batman o quella di Spiderman?
ci faremo di tutto
mercoledì 11 luglio 2012
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Ariberto Terragni
Il titolo è feroce e ovvio come solo i titoli sanno essere: Faremo di tutto per salvare l'Euro. La stonatura mi ha assalito ancora prima che mi rendessi conto del perché. Ormai mi sto anch'io assuefacendo ai non sensi della comunicazione. La sfumatura è piccola a livello di segno ed enorme a livello di significato: la politica vuole salvare l'Euro, non gli Europei. In effetti i provvedimenti, le intenzioni e in generale ogni singola parola spesa dai governi nazionali, salvo rare e occasionali eccezioni, non ha mai altro scopo che sacrificare un po' della vita degli individui in nome dell'astrazione monetaria. Che non è economia reale, che non è vita, ma che è solo uno dei tanti parametri - umani - con i quali misurare una delle tante quantità che affliggono la nostra esistenza. E allora mi chiedo se non sia inevitabile che l'Europa fallisca, non solo o non tanto per le macchinazioni finanziarie alle quali si è svenduta, ma per la paurosa, incivile, barbara rimozione delle premesse culturali che potrebbero e dovrebbero esserne il cemento. L'identità dei popoli non può essere spiegata da una moneta, specie se questa è frutto di un'operazione a freddo, calcolata dalle banche centrali e imposta per regio decreto a milioni di persone; non si tratta di essere pro o contro la moneta unica, ma di essere pro o contro la nostra matrice identitaria, che non si trova nei rendiconti della ragioneria, ma nelle ragioni storiche e filosofiche che l'Europa ha saputo produrre nel corso dei secoli. La pretesa di surrogare il DNA di un intero continente nello spread non è riduttivo, è folle. Così come far dipendere l'esistenza degli individui dalle trame finanziarie ordite da banche private e banche centrali non è un segno di razionalità e concretezza, ma è il suo esatto opposto: un'insensata astrazione, un progressivo allontanarsi dalla vita per abbracciare la sua rappresentazione più disumana e distruttiva. L'Europa, se proprio vogliamo dirlo, è già fallita sotto questo profilo, e anche qui non c'è bisogno di un numero per capirlo; non c'è una cifretta, un conticino, una virgola che possa dare significato al vuoto che si va via via allargando tra le reliquie di un illustre passato.
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venerdì 6 luglio 2012
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Ariberto Terragni
Il fatto che la Rai rappresenti un oggetto del contendere ancora così agognato, dice molto più di tanti fronzoli quali siano le vere ragioni d'essere di tanta politica italiana. Una volta pensavo che la televisione fosse il luogo privilegiato del controllo delle masse: imbonimento delle folle, istupidimento generale, depistaggio delle menti per mezzo di notizie tendenziose o omissione di fatti scomodi. In parte è ancora così, ma c'è un altro tassello da tenere in considerazione per capire fino a che punto siamo arrivati. La Rai è un pezzo dello Stato, un pezzo di apparato occupato in pianta stabile dai partiti, che la usano, la sgranano per consolidare il proprio potere, in una logica che è del tutto sganciata dal consenso popolare (pure importante, ma potere e consenso non è detto coincidano) e che piuttosto ha a che vedere con le dinamiche interne del potere stesso: spostamenti, ammiccamenti, messaggi trasversali, possibilità di muovere le pedine. In una parola autosostentarsi. Si diceva logica interna, ma il discorso, per una volta, andrebbe allargato dalla politica in senso stretto (i partiti) alla politica in senso lato (tutte quelle figure più o meno professionali che bivaccano sul limitare della politica e che con la politica brigano, tramano, fanno affari): quanti figli di ci sono in Rai? Un numero impressionante. Figli, nipoti, cugini, mogli, mariti, amanti, promessi sposi e spose. La succursale di una grande famiglia insomma, dove a tutti spetta qualcosa. E' per questo che lo spettro della televisione pubblica, il suo eidola, sopravvive a se stesso. Troppo comodo continuare ad avere un parcheggio privato dove disporre dei posti a proprio piacimento. Altrimenti non si spiegherebbe la sopravvivenza di un tale titano, che a occhio e croce funziona nello stesso modo da almeno trent'anni, nell'epoca di internet, delle liberalizzazioni, della frammentazione dell'offerta. Il colosso è bene che resti com'è. Con la stessa struttura, le stesse lotte interne, le stesse lottizzazioni. Mentre la società reale va in un'altra direzione, e sul video non restano che le vestigia di un passato sempre più irreale.






