la scelta etica dell'aperitivo



Prima di tutto bisognerebbe capire che cos’è la libertà, se mai fosse possibile darne una definizione unica e definitiva. Poi bisognerebbe capire cosa significa per ciascuno, ma prima ancora bisognerebbe capire se tutti quelli che ne parlano ne abbiano anche una minima nozione, una minima prospettiva morale e storica. Alla fine potremmo forse riuscire a dire qualcosa di sostanziale sul concetto di libertà a un anno e passa dall’inizio della pandemia. Sicuramente non affidandoci ai titoli dei giornali né credendo più di tanto ai podcast di esperti e tuttologi vari. Sicuramente non credendo alla schiera di giovani e meno giovani che si ammassano in discoteca esultando per il “ritorno alla normalità dopo la libertà che ci è stata tolta”. Quella non è libertà. Non c’è niente di romantico nel tornare alla confusione nobilitandola con il termine libertà. Non è libertà nemmeno la vacanza fuori porta, né l’aperitivo. La sensazione è che siamo di fronte ad un’altra occasione persa. I disastri portati dalla pandemia in termini di perdite umane e conseguenze di ogni genere non ha portato ad una crescita collettiva: generalmente siamo gli stessi di sempre, accampati fuori da un Apple Store per l’ultimo I-phone o sballati ad una festa di laurea. Gli stessi di sempre che fanno il mutuo per comprare macchine che non si possono permettere e come massima ambizione hanno la vacanza in spiaggia. Legittimo, per carità. Non generalizziamo, non sia mai. Non giudichiamo, men che meno. Ma prendiamo nota del fatto che la tempesta ci è passata sopra senza spostare di un millimetro la sostanza di cui eravamo tutti soliti lamentarci. 

La massa impazzita aveva solo voglia di tornare a fare quello che faceva prima, consumando a più non posso, annullandosi a più non posso nei riti collettivi, per di più sfoderando l’alibi nobile del rilancio dell’economia e - appunto - del riappropriarsi della libertà sottratta (ma da chi?). I giornali non hanno fatto che pompare a più non posso la retorica squallida della guerra e dei guerrieri, ma la verità è che non c’è stata nessuna guerra e gli eroi sono stati pochissimi. Di sicuro chi oggi reclama il diritto all’aperitivo e alle vacanze non è un reduce delle Termopili, ma un consumatore come tanti che non ha trovato alternative credibili alla vita che faceva prima. 

Al di là degli hashtag e delle feste sui balconi - ormai remota memoria da primo lockdown - non c’è stata nessuna svolta spirituale né tantomeno, come va di moda dire, “etica”. C’è stata, questo sì, l’affermazione inquietante di un modello comunicativo sempre più retorico e auto assolutorio, fatto di perbenismo di facciata e di passioni alla moda, dove la pacificazione forzata in nome di nuovi valori fantasma (il così detto politicamente corretto che ormai dilaga in ogni direzione) sta creando forme sempre nuove di qualunquismo intellettuale: prova ne sono il ruolo degli influencer e della stampa perbenista, assurti ormai al rango di paradigmi di riferimento culturale per generazioni giovani e meno giovani. 

Poi ci si riempie in continuazione la bocca con la parola “cultura”, ma cultura di cosa? Non ho sentito una parola, un concetto che indicasse una nuova direzione delle cose, una cultura della crisi che ripartisse con i mezzi del contemporaneo per costruire un alfabeto che finalmente faccia dell’avanguardia. E invece mi ritrovo Orietta Berti in cima alla hit parade in compagnia di degni esponenti del vuoto attuale: il trionfo del post postmoderno. Ma questa è un’altra storia, mi viene da dire. 

A un anno e quattro mesi dall’inizio di questo strano percorso l’oggetto di studio che emerge con più violenza è un concetto sempre più vago di etica, una specie di scatolone che mette insieme tutto e tutti con picchi di moralismo talvolta grotteschi, e la solita corsa all’ombrellone estivo, ultimo baluardo delle risorse umane ed affettive, ultimo ridotto di speranze e glorie. Non è cambiato niente: è l’Italia degli anni Sessanta, ma almeno all’epoca non si aveva la pretesa di definire l’Aperol un diritto e non c’erano social dove postare il panino con la frittata. 

Anni di niente


“2005/2021: anni di niente”, così recitava uno striscione che ho adocchiato l’altra sera in programma televisivo. A manifestare erano studenti, o almeno credo. Le manifestazioni non andavano di moda già da un po’, figurarsi ora in tempi di covid. Però quell’anno, il 2005, mi ha portato alla mente qualcosa; un sentimento, forse una reminiscenza. Gli anni che vanno dal 2005 al 2008 segnarono un possibile cambiamento per l’Italia. Fu un’epoca caratterizzata da un certo fermento nelle piazze, nelle università, nella politica locale. E’ possibile ormai parlarne in chiave storica visto che ci separa ormai un quindicennio da quel periodo. La società italiana stava vivendo una fase di transizione che avrebbe portato ad una ibridazione della politica, iniziata nel 1994 e conclusa, si può dire, ai giorni nostri. Ibridazione tra la classica versione ingessata e ampollosa della politica e il suo contraltare, ossia qualche cosa che con il Palazzo non ha nulla a che vedere, chiamiamola pure società civile o come ci pare. Prima il berlusconismo con i manager di Fininvest e poi l’antisistema grillino non ancora pentastellato con il suo esercito di vari ed eventuali presi dalla strada. In comune, lo stesso orizzonte: diventare sistema. Prima con Forza Italia e poi con i Cinque Stelle. L’antipolitica che entra nel sistema e si fa politica esattamente come tutti gli altri partiti. Il detonatore culturale di quella breve temperie fu - strano ma vero - la pubblicazione di un libro inchiesta di due giornalisti, Stella e Rizzo, intitolato La casta, un modo di dire che per qualche anno entrò prepotentemente nel lessico collettivo, un po’ come resilienza al giorno d’oggi. 

La casta era un saggio di denuncia contro gli sprechi e gli scandali corporativi del Potere che tutti citavano e che quasi nessuno aveva letto; un robusto lavoro giornalistico che metteva il dito nella piaga dello scialacquio sistemico italiano, qualcosa che tutti conoscevano benissimo ma che nessuno si era sognato fino a quel momento di mettere in discussione. Le rivoluzioni degli italiani di solito si risolvono con un barrito al bar.

La casta mise in evidenza un dato di fatto: l’Italia sta in piedi non si sa come, la classe politica è screditata, servono rigore e responsabilità, ma sembra che nessuno, tanto per cambiare, sia disposto ad assumersene l’onere. Si consumava in quegli anni lo scollamento definitivo tra l’ideologia politica e la prassi governativa, un dittico che fino agli anni Novanta nessuno si sarebbe mai neanche so
gnato di mettere in discussione. E così come un’altra rivoluzione mancata - quella del 1992 - portò al governo quella strana restaurazione che fu il berlusconismo, allo stesso modo i bollori sociali del 2005/2008 ebbero come conseguenza il contrappasso della democrazia, cioè la tecnocrazia dei così detti governi tecnici, esecutivo Monti in primis. 

Da allora le linee tendenziali della politica che mi pare di intravedere sono sostanzialmente due: da un lato il naïf come categoria neo culturale e dall’altra la tecnocrazia come supposta risoluzione razionale delle controversie. Improvvisazione magari anche di buona volontà da un lato, esecuzione di un piano finanziario dall’altro. Detta così all’ingrosso, mi sembra sia questa l’evoluzione dello stato di cose degli ultimi quindici, sedici anni. 

La cultura politica, che tanto imperversava negli anni Sessanta e Settanta, non ha lasciato traccia. Quella che un tempo si chiamava ideologia ha lasciato posto ormai da molti anni a questo strano ircocervo, fatto di due opposti che non si attraggono per niente ma che hanno colto nella convivenza un fattore di crescita per entrambi. L’uomo della strada e l’uomo della finanza si sono alla fine trovati a gestire il sistema paese in un rapporto di disequilibrio dichiarato che però garantisce a entrambi una sembianza di civiltà: quella democratica offerta al tecnocrate dall’uomo della strada e quella della competenza offerta all’uomo della strada dal tecnocrate. Non proprio un patto, ma un mutuo soccorso in nome del vitalizio da una parte e delle mani libere sulla cosa pubblica dall’altra. 

In mezzo, c’è tutto ciò che la classe politica non si sforza più nemmeno di fare finta di rappresentare: porzioni di paese anonime, vasti appezzamenti di intellighenzia per nulla valorizzati, interi settori di società reale che non hanno alcuna corrispondenza parlamentare a nessun livello. Il mondo della ricerca non ha rappresentanza, il mondo intellettuale che non si riconosce in un certo club non ne ha. 

Anche per questo la definizione “anni di niente” significa qualcosa. Significa che negli ultimi vent’anni non abbiamo avuto alcun tipo di avanguardia così come non abbiamo avuto uno straccio di qualcosa che renderà questi decenni degni di essere ricordati, se non in negativo, per crisi, pandemie, pochezza culturale. Ed è quindi difficile per me non fare i conti con una generazione - la mia - che letteralmente non ha avuto alcun peso nella definizione dell’alfabeto contemporaneo. Un vuoto che è al tempo stesso una responsabilità e un segnale inquietante: non c’è stata alternativa politica di qualità ma soprattutto non c’è stata alcuna forma di pensiero in grado di sostenere quella richiesta di rinnovamento tanto auspicata a parole quanto inattesa e probabilmente non voluta nei fatti. Per fare le rivoluzioni bisogna sporcarsi le mani e in Italia una vera rivoluzione non c’è mai stata. Nel 2005 non c’erano premesse culturali, non c’era niente. Tante università, tanti indirizzi, tante facoltà ma nessuna capacità di dare spessore alla protesta, di darle una forma e una direzione che potesse poi produrre qualcosa anche sul piano pratico. C’è poco da incolpare la politica di questo visto che il Potere di ogni tempo non fa che difendere disperatamente se stesso. 


In morte di Diego Armando Maradona


La prima immagine che mi viene in mente è quella della fine: Diego che urla demoniaco verso una telecamera a bordo campo dopo un goal difficile e magnifico contro la Grecia, in un torrido pomeriggio americano, durante l’improbabile mondiale di Usa 94. Canto del cigno, cuore messo a nudo: in quell’azione martellante dell’Argentina forse più forte (e perdente) di sempre c’è tutta la parabola finale di Diego. Ubriacatura di tocchi di prima a squadernare la difesa ellenica e poi il suo sinistro: curvo appena il necessario, essenziale come la geometria euclidea. Un goal perfetto, semplicemente perfetto. Altro che doping. In quella necessità balistica c’è l’addio a un mondo, a un modo folle di intendere il calcio. Dopo saranno ritorni fugaci, in un triste entrare e uscire di scena ora obeso ora tatuato, ora allenatore di squadre strampalate ora uomo politico improvvisato amico di Fidel e Chavez. Senza mai trovare uno scopo e soprattutto senza mai trovare pace. Ma a che serve essere altro quando sei Maradona? Lui il calcio lo aveva come scienza infusa. Lui che era mancino e basta, che si allenava poco e male, che fu sempre invischiato con il doping, quando la cocaina si sa che serve solo a diventare più stupidi, non certo a migliorare le prestazioni sportive. Diego è un’emozione non inferiore a quella dei grandi artisti. Non lo giudico, perché forse non lo capisco neanche: gli voglio bene e basta. Diego non si può comprendere misurandolo con il metro del sarto. Quello che il genio calcistico argentino ha rappresentato e rappresenta non è calcolabile in una statistica, né tantomeno nei biasimi moralistici di qualche bacchettone che viene a insegnarci che una vita non si spreca così. Allora forse è vero che solo gli altri artisti e gli analfabeti sanno capire un artista, senza bisogno di farci la solita pappardella sul bene e il male. Un artista al massimo sa fare del male a se stesso e anche in questo Maradona è stato un maestro indiscusso. Pretendere di ingabbiarlo in una statistica significa non aver capito niente del calcio e forse della vita.

Lui è stato l’allegria del popolo e non ha mai chiesto di essere un dio. Il calcio è uno sport semplice, che fa felice la gente, ed è giusto e sacrosanto che il calcio sia così amato. Un calcio in crisi è segno di una società sofferente, di uno sport sofferente, visto che è grazie al calcio e alla sua popolarità che altri sport meno seguiti possono sopravvivere; non sarebbe male ricordarlo. 

E Diego di questo romanzo popolare è stato il massimo interprete. Nessuno con il suo carisma, nessuno con la sua genialità. 

Con Diego finisce l’era dei miti. La sua generazione era anche la generazione degli Ayrton Senna, dei McEnroe e dei Borg: personaggi omerici su cui era possibile scrivere un romanzo. Oggi non è che cronaca. Trafiletti di gossip, tatuaggi, scemenze su Instagram. Le starlette sportive di oggi non sono niente rispetto a questi titani tutto istinto e sangue. 

E allora la solita, retorica domanda: come è possibile scindere il demone del genio da quello della distruzione? Domanda retorica, ma di una retorica meno spregevole di quella dei sepolcri imbiancati che pretendono di vivere con il bilancino del farmacista. 

E allora mi viene in mente un’altra immagine. Diego su un campetto di fango e sterpaglia di Acerra, nel 1985. Gioca con dei ragazzini. Senza guardie del corpo, senza cordoni di sicurezza, senza sponsor, senza soldi. Diego è scarmigliato, infangato e bellissimo. Non ha bisogno dell’estetista né di un ufficio stampa: nella società ingorda ed evirata di oggi non vedrete mai nessuno sportivo, nemmeno di infimo livello, fare qualcosa del genere. Diego sì. 

Non c’è altro da dire. 



A proposito di sicurezza


Vexata quaestio quella della sicurezza. La parola nasce da una locuzione latina relativamente remota, sine cura, filtrata dal più tardo securus per uno dei soliti fenomeni di assimilazione. Oggi è tutta una ricerca di sicurezza: dalla malattia, dai pericoli, dal diverso, dal tempo che passa. Un bisogno spasmodico di aggrapparsi a qualcosa che è uno dei tratti più evidenti e vividi di quest'epoca di mezzo. Un tratto umano troppo umano che accompagna la nostra storia da sempre si può dire, fino a diventare uno degli aspetti dominanti del dibattito pubblico dell'epoca Covid. Ecco che “in sicurezza” diventa la formula magica che ci consente di ripartire. Qualche mascherina, un po' di distanziamento, un po' di gel da spargere come unguento magico. Il rapporto che ormai si è creato con le parole, in epoca di tecnica e scientismo morboso, è appunto di tipo magico, cioè miracoloso e irrazionale. “In sicurezza!” E Sesamo si apre. “Scienza!” e la verità si palesa. E' sorprendente come ormai pretendiamo di risolvere tutto attraverso le parole e come la comunicazione abbia assunto un ruolo decisivo di riscrittura della realtà, o se si preferisce di riordinamento in chiave sociologica di tutta la massa di riferimenti e dati empirici prodotti da una nuova etnologia di massa che avrebbe fatto impallidire il povero Durkheim.
Non esiste politico che non parli attraverso slogan. Non esiste azienda che non si fondi su parole d'ordine. Chiamiamoli pure hashtag o come ci pare, sempre parole sono. Tendenze che a volte durano lo spazio di poche ore o poche settimane: comunque grumi di suono che riassumono una paura collettiva e la esorcizzano. “Andrà tutto bene”: fa niente se poi è andato tutto male, il rito apotropaico della verbalizzazione ha svolto il suo compito. La sicurezza è solo l'ultima delle preghiere atee del nostro tempo. Giaculatorie prive di un dio riconosciuto, ma destinate al vasto pantheon contemporaneo dove alligna di tutto e tutto trova il suo altare, un po' come nel tardo Impero, quando Roma faceva del sincretismo uno stile di vita al punto da offrire ai Cristiani la possibilità di includere quella loro strana divinità nel novero di tutte le altre. Una opzione tutto sommato di ampie vedute da parte dei loro futuri persecutori.
Diversi secoli dopo, ci ritroviamo in un territorio non del tutto dissimile. La strana ideologia che sta prendendo il posto del Cristianesimo reclama un certo numero di preghiere e parole chiave: e in questo senso “sicurezza” ha tutte le carte in regola per avere un posto d'onore. Sine cura. La chiave che rivela il senso attuale del termine è esattamente nel suo doppio, nel rovescio della medaglia occulta di un'epoca che fa dell'esaltazione della cura individuale uno dei suoi assiomi portanti. Il culto del singolo, la ragione del singolo, l'affermazione del singolo. Non è solo la conclusione ovvia di un processo iniziato con il postmoderno – preconizzato da un famoso ciclo di lezioni di Michel Foucault al Collège de France – ma l'inevitabile conseguenza della liquefazione delle società occidentale, che non può più permettersi salvazioni collettive e allora ripiega sull'iper responsabilizzazione del singolo e al tempo stesso sulla sua esaltazione come unico riferimento normativo. Cos'è questa sicurezza che cerchiamo? La risposta sarà per forza di cose individuale, come ormai tutto il resto. Le aspettative del singolo, le priorità del singolo e in mezzo una vasta battaglia per accaparrarsele, a discapito di chiunque altro. Resta da vedere come questa idea abbastanza inedita nella storia dell'uomo del “volersi bene” (o con l'attenuazione del “volersi un po' più bene” come se non ce ne volessimo già anche troppo) andrà ad armonizzarsi con la sicurezza collettiva. Finora ci stiamo barcamenando con l'idea che tante sicurezze individuali alla fine costituiranno una qualche sicurezza generale (un po' come la formula ipocrita del “se non sono felice io non posso fare felici nemmeno gli altri”), ma non è detto che alla lunga questa ennesima narrazione funzioni. Perché dire “in sicurezza” in fondo non significa niente. Ognuno ti dirà la sua versione. Ognuno ha il suo modo di essere sicuro e di rendere sicuri gli altri, non ultimo quello di berci sopra. Come qualcuno mi disse un giorno: “I can't have someone else's need and expectations but mine”.

Cultura da podcast


Lo stanco rito della maturità quest'anno si ripropone rivitalizzato dalla salsa Covid, altra narrazione gentilmente cucinata dai media con l'avallo solenne delle sacre Istituzioni. Retorica vuota di parole, notti prima degli esami, video diari, consigli del linguista, consigli del fisico, consigli dell'immancabile psicologo da rubrica del cuore. Nella società degli hashtag, dei flashmob, delle fiaccolate, anche la maturità reclama il suo posto nel Pantheon dell'Ovvio come categoria antropologica dei nostri tempi. Non più quella sessantottina, non più quella settantasettina, nemmeno più quella degli anni 90 e Duemila. In quest'epoca senza nome (come si chiama questo decennio? E quello scorso?), i simulacri di Istituzione che ancora si agitano nella caverna di Er, lanciano twit e iniziative, rielaborano formule di valutazione negli alambicchi del politichese e fanno presenzialismo sui media, annunciando rinascite e rilanci. In realtà, le solite soluzioni a costo zero (valutare in decimi, sessantesimi, centesimi in fondo è gratis), con l'aggiunta del termoscanner e del plexiglas (con una esse sembra sia il modo giusto di scriverlo con buona pace del Ministro o Ministra, non ho ancora capito come si dice). Qualche slide, un po' di paternalismo sul futuro che incombe e sulla società del domani e via andare. Poco importa se da questo sistema scolastico usciranno tanti cittadini incapaci di senso critico, che conoscono poco e male l'italiano, che non hanno la minima idea di che cosa sia parlare una seconda o una terza lingua. Tutto rientra nello specchio dell'Italia di oggi. Confusa, vacua, in crisi perenne. Dominata da innominabili lotte di potere interne, da media idioti, da un senso della cultura ridotto a prêt à porter delle terrazze romane e milanesi. Senza questa retorica tenuta in piedi dai media, il fantasma della maturità non esisterebbe nemmeno più, al pari di tanti altri fantasmi letteralmente inventati dalla stampa. 
La condivisione del sapere forse non avviene neanche più a scuola. Di sicuro non avviene entro i meccanismi novecenteschi tramite cui il sistema scolastico italiano ancora si articola. La struttura è fatiscente, come tutte le istituzioni italiane, per quanto mesmerizzate da chiacchiere e nuove terminologie, perlopiù adattate in modo ridicolo dall'inglese che la maggior parte degli italiani, inclusi quelli al potere e di presunta cultura, non sa parlare. Serviranno interventi molto più seri di revisione dei saperi in questo Paese, che certamente non hanno niente a che vedere con l'uso scanzonato della didattica online o con i consigli della nonna di qualche guru dell'informazione. La trama che ci aspetta è in realtà molto più complicata e riguarda la necessità di tramandare l'immenso sapere che l'Italia rappresenta come corpo vivente (a prescindere dai meriti inesistenti degli attuali attori sociali) in accordo con le possibilità di veicolazione contemporanea, cioè la rete, sicuramente, ma anche la capacità di organizzare i contenuti culturali in modo virtuoso e selezionare la classe degli insegnanti in modo radicale, sia in termini di conoscenza che di capacità comunicativa della conoscenza. In concreto: far sopravvivere il patrimonio scientifico/culturale italiano in modo attivo, non museale, ma allo stesso tempo rigoroso, lontano dalla specie di ciarla da salotto dove discutibili maestri discettano in podcast sul senso della vita. E per fare questo serve la capacità di usare le tecnologie senza diventarne schiavi. Tra le tante possibili definizioni di cultura, la società dei media attuale ha scelto quella dei divini maestri che esprimono la loro opinione, che per l'appunto è al massimo la loro opinione. Mentre servono le basi, serve anche la capacità di dare un senso alla noia della grammatica e di inscriverla in uno scenario di senso: perché serve, perché pensare serve, perché non possiamo pensare di gestire il Paese e l'Europa a colpi di twit e di slide. E in questa confusione, la miseria dell'esame di maturità. Un esame che di fatto non certifica più niente, ma che viene fatto risorgere dai media tanto per parlare di qualcosa e soprattutto far parlare i politici di turno, con le loro frasi fatte e i convenevoli imbarazzanti. 

La retorica della task force


Non credo che l'Italia verrà salvata dalle task force o da qualunque altro organismo denominato in inglese aziendale. Non credo nemmeno che l'Italia verrà salvata dalle banalità elencate dall'ultimo in ordine di tempo di tali organismi, questa specie di congrega di saggi (l'ennesima) capitanata dai soliti bocconiani. Integrazione, inclusione, cultura, imprenditoria, sono le solite parole vuote che vengono agitate come scongiuri pagani tutte le volte che il mostruoso sinolo di politica e finanza alla guida reale del Paese cerca di soffiare un po' di fumo negli occhi all'estenuata cittadinanza italiana. I problemi italiani sono sotto gli occhi di tutti: istituzioni obsolete, catena di comando inadeguata e frammentata, corruzione dilagante, sprechi su sprechi che mantengono un apparato di potere parassitario e inefficiente. I punti chiave di questo disfacimento sistemico sono tutti contenuti nell'antica – e sempre orrendamente inglesizzata – spending review di qualche anno fa: un'enciclopedia di enti inutili da tagliare, di pleonasmi, di retoriche amministrative che servono solo ad alimentare se stesse e clientele di potere varie. Non è più tempo di progetti e di laboratori, ma di azioni semplici e mirate, come ridurre la pressione fiscale, decapitare le rendite di potere dei vari parlamentini sparsi per la penisola e investire nelle uniche cose che sono necessarie e che sono sempre state massacrate in decenni di mala amministrazione: sanità, istruzione, opere pubbliche. Non serve nessuna task force, ma solo una classe politica che sappia lavorare e abbia chiare le priorità. I problemi che ammazzano lo sviluppo italiano sono gli stessi da sempre e nessuno ha fatto niente per risolverli, perché sono parte integrante del sistema di potere italiano, e tutti gli italiani sanno quali sono, dalla questione meridionale, a quella settentrionale. Questioni che per decenni abbiamo preteso di risolvere istituendo compiaciute cattedre universitarie anziché lavorare su un processi di identità nazionale, con il risultato, fatto emergere da questa ennesima crisi, di trovarci in un paese spaccato su tutto, dove ci odiamo a vicenda. La retorica degli hashtag, dell'andrà tutto bene e delle stanche supercazzole delle istituzioni non bastano più a camuffare un tessuto sociale disgregato, debole, mai del tutto coeso, reso ancora più fragile da decenni di precarietà economica. Decenni in cui il mantra delle “riforme” è stato solo l'ipocrita eufemismo per dire tagli ai servizi essenziali in modo da continuare a finanziare lo spreco sistemico. E così ci ritroviamo non solo con un paese geograficamente e culturalmente diviso su tutto, ma anche con una delle tassazioni più alte d'Europa al netto di uno dei servizi pubblici peggiori. Un paese in cui la Regione più ricca d'Europa – dati alla mano, piaccia o no, la Lombardia – dispone di un numero irrisorio di terapie intensive e ha smantellato il sistema sanitario territoriale in nome di una strana ideologia del risparmio (chiamiamolo così), che include la fallimentare compartecipazione di pubblico e privato, non si capisce bene per quale ragione (se non, appunto, per ragioni ideologiche). E i soldi dove sono andati a finire? Dove sono i soldi? Perché i soldi in questo paese ricco e produttivo spariscono? Non servono task force, non servono progetti, non servono laboratori, non servono forse più nemmeno partiti e partitini: serve capire dove vada a finire questa enorme massa di denaro. Se non lo capiremo, il debito pubblico continuerà a salire, i servizi saranno sempre peggio, e nonostante l'Italia sia il 20% del PIL dell'Eurozona saremo sempre dipendenti dalle arroganze di paesi piccoli e improduttivi, fondati su prodotti finanziari di dubbia moralità, assolutamente inutili in termini di progresso ma molto remunerativi in termini di interessi bancari. 
Una volta recuperati i nostri soldi, faremo quello che ci pare. Discetteremo di cultura e bellezza, ci vanteremo del nostro patrimonio artistico, affolleremo di nuovo le piazze con le nostre fiaccolate, canteremo sui balconi, ci premieremo a vicenda per dirci quanto siamo bravi. Potremo anche inorgoglirci per le nostre eccellenze, come ci piace tanto chiamarle. Ma fino a quando non faremo riemergere i soldi del nostro lavoro e non cominceremo a usarli in modo sensato, tutti questi discorsi saranno invariabilmente inutili. Il tentativo di risolvere i problemi attraverso narrazioni non può funzionare per sempre. 

Lettera aperta ai trentenni




In altri tempi la generazione dei trentenni sarebbe stata la punta di diamante delle forze in campo, specialmente in un momento di crisi come questo; in una società civile avanzata, in grado cioè di attivare virtuosamente delle connessioni interne tra tutte le componenti del tessuto sociale, i trentenni dovrebbero incarnare la parte del leone. Abbastanza giovani da avere idee nuove ma già abbastanza scafati da non cadere nelle trappole del giovanilismo. E' sempre stato così, in tutte le guerre e rivoluzioni e relative ricostruzioni, da Giulio Cesare al boom economico. Qualcosa invece non ha funzionato con i nati in Italia negli anni Ottanta del Novecento. Sono gli ex vilipesi bamboccioni, quelli che un decennio abbondante fa venivano tacciati di essere pigri e mammoni. Sono i nati per ubbidire, inquadrati in un sistema familiare, scolastico, istituzionale che ne ha sempre preteso la fiducia incondizionata salvo poi abbandonarli e addirittura deriderli nel momento del passaggio del testimone. Testimone che di questo passo non avranno mai. Sono stati, siamo stati oggetto di un moralismo a volte intollerabile, ma anche le prime vittime di un debito pubblico abnorme lasciato in eredità da anni molto più spensierati di quelli che abbiamo vissuto noi.
I trentenni italiani di oggi sono mediamente la generazione che ha studiato più di tutte quelle precedenti, che sa più lingue, che ha viaggiato di più, che si è confrontata con un mercato del lavoro liquefatto e con una società sempre più sfarinata e priva di puntelli protettivi. Sono i primi soggetti sociali che hanno dovuto gestire i le conseguenze della strategia della gradualità individuata da Chomsky, per cui, un diritto alla volta, ci è stato tolto tutto o quasi l'essenziale. Certo abbiamo avuto la possibilità di studiare (più o meno, visti i tagli insensati e criminali a istruzione e cultura che si sono perpetrati nei decenni come una violenza silente e ampiamente tollerata dalle suddette Istituzioni), salvo poi renderci conto che eravamo imbrigliati in un labirinto di carte, controcarte, certificati, permessi, idoneità che hanno reso la vita di tanti un percorso kafkiano, disperso tra concorsi, esami infiniti e ripetuti, tesi, tesine e permessi che ci hanno resi eterni alunni di scuola primaria in attesa della campanella. Ma nel frattempo siamo invecchiati. E ancora adesso, in piena crisi Covid, i trentenni non hanno voce. Non ce l'abbiamo perché non abbiamo un ruolo forte nella società. Non ce lo siamo preso questo ruolo, si potrà obiettare. Ma a meno di una rivoluzione di quelle cattive, nessuno lascia niente agli altri. E così ci troviamo ancora una volta marginali se non addirittura inesistenti. Non esiste un'avanguardia artistica espressa dai trentenni. Non esiste un concetto di generazione, non abbiamo una intellighenzia. Tutta la scuola nozionistica e ministeriale che abbiamo fatto non si è risolta in una proposta culturale, non si è risolta cioè nella capacità di trasformare la parola scritta in un libro in un gesto di trasformazione della realtà. E questo dovrebbe dirla lunga sulla validità del percorso paternalistico e frustrante che abbiamo fatto finora. Il problema è che queste risorse latenti ora non sono disponibili se non in forma rarefatta, frammentata, come rarefatta e frammentata è la nostra consapevolezza come entità collettiva e operante all'interno del corpo sociale. Siamo rimasti a metà strada tra i nostri genitori, figli del '68 e del '77, e i Nativi digitali. Il nostro momento non è mai arrivato. Stavamo preparando l'ennesimo esame o eravamo in coda in un centro per l'impiego, contenti di accedere alla dimensione demansionata del nostro essere adulti, mentre la vita ci scorreva di fianco. Paganti in tutti i sensi, ma senza rappresentanza. Un equivoco, ma anche un danno per la comunità, ammesso che ne esista ancora una.
La vicenda Covid sta ponendo sul tavolo molte questioni irrisolte, nodi al pettine che ora reclamano una soluzione, ma da questo epocale redde rationem viene ancora una volta meno la componente dei trentenni, che sono in panchina, quando invece dovrebbe essere l'opposto. Non vedo altra soluzione se non quella di assumere una rappresentanza prima di tutto culturale che sappia liberare tutte le altre energie latenti di questa porzione di società: classe imprenditoriale, artigianale, professionale. Ma sono gli intellettuali i primi a doversi mettere in gioco, e non più solo per raccogliere le briciole di una piccola e relativa gloria personale, ma per attivare un discorso molto più ampio, di condivisione ed energica proposta, in tutti i campi, in tutti i settori. Di tempo ne è passato a sufficienza: il nostro apprendistato finisce qui. Non vale più la truffa istituzionalizzata del long life learning, è tempo di agire e di ritrovarsi in un'ottica di radicale affermazione di questo tempo come del nostro tempo. Reclamare una posizione culturale, creare un'avanguardia e civilmente imporla è diventato un atto necessario e doveroso. La ricaduta a pioggia sarebbe virtuosa in tutti i campi del sapere e del lavoro, della società e delle professioni. Dalle ceneri di questa tragedia è tempo che nasca una classe dirigente di trentenni.

gestire l'estinzione


I dati Istat del 2016 segnano un nuovo punto basso delle nascite in Italia. Il dato, ovviamente, è inquietante, e non si tratta solo di un problema di retorica familiare: il problema è che la parte giovane e attiva della popolazione non ha la possibilità materiale di avere figli e creare una famiglia (qualsiasi tipo di famiglia). Il dato è perfettamente coerente con quelli, altrettanto tragici, della distribuzione della ricchezza e della disoccupazione: sono i dati di un paese che sopravvive a se stesso. Erodendo il piccolo patrimonio di nonni e genitori (casa unica di poprietà, pensioni, risparmi di una vita, perché questo è il "patrimonio" dei non privilegiati) e gli ultimi relitti di stato di diritto ancora parzialmente attivi dopo il progressivo smantellamento del concetto di società. Stato sociale, vale la pena di dirlo, largamente convogliato, nella sua forma residuale, verso gli immigrati. 

Esiste una fascia grigia e variamente composta di cui non si occupa più nessuno. Sono i lavoratori stipendiati, gli operai, i giovani e meno giovani che si sono trovati nel mezzo di una crisi economica spaventosa e ormai ultra decennale, le persone massacrate dalle legge Fornero: la vecchia classe media che nel giro di dieci anni si è trovata declassata a neo proletariato, ma senza tutele e senza case popolari, con un potere di acquisto ridotto del trenta percento e contratti lavorativi ai limiti della sopravvivenza. Non c'è nessun mistero nell'ormai cronico declino italiano. Inettitudine della classe dirigente, corruzione e familismo interni, asservimento agli altri stati europei, anche quando l'Italia aveva un'economia di gran lunga superione alla Gran Bretagna e paragonabile alla Francia. Gli errori storici si pagano. Il punto ora è salvare quello che resta di questo paese. Farlo non tanto per noi, perché ormai c'è poco da fare, ma per chi verrà. Perché nonostante tutto l'Italia rappresenta ancora un argine alla barbarie. La cultura millenaria, i valori morali, la conoscenza. 

Non è retorica: è il senso del cammino della civiltà occidentale che qui, per tante ragioni storiche più qualcosa di imponderabile, ha trovato la sua collocazione privilegiata. Contro la falsa cultura dell'opportunismo e della tecnica sganciata da qualsiasi contenuto etico e umano. Il destino culturale e filosofico dell'Occidente si gioca soprattutto dove esiste la testimonianza dell'identità europea: molto più in una tela di Caravaggio o nell'opera di un artigiano esperto che non nello strapagato design al truciolo di qualche azienda nordica. L'Italia incarna ora come non mai questa diga: è tutto qui quello che può restituire dignità alle persone e rendere il futuro più ricco e meno banale. Più carico di significato e meno dipendente dai soliti soldi. Un'utopia che rappresenta l'unico, vero obiettivo ancora alla portata di questo paese sfibrato: una sfida simbolica giocata sul terreno che è ci è più congeniale. Senza copiare malamente gli altri, per una volta.

la negazione della libertà nella società del privilegio crescente



Questi dieci anni di crisi hanno determinato un fatto, come documentato dal rapporto Oxfam: un ulteriore spostamento delle risorse economiche verso chi già deteneva un tenore di vita superiore alla media. Un dato che non è solo tecnico, ma politico. Lo squilibrio tra chi ha e chi non ha, con l'arricchimento dei primi e l'estinzione della classe media, configura uno scenario in cui i rapporti di forza sono completamente cambiati: se negli anni Sessanta un grande manager percepiva in media cinque, sei volte un operaio, oggi il banco è saltato, e la differenza appartiene ormai al dominio dell'incalcolabile.
Come si arriva a questo? La grande massa economica sulla quale non si vuole incidere è di carattere sostanzialmente ereditario: nella società liquida c'è ancora un elemento di grande solidità: l'ereditarietà delle risorse economiche. I beni, le professioni, le così dette “opportunità” sono un ente che passa, in un numero sorprendente di casi, di padre in figlio. Parliamo di lobbies, circoli chiusi, gruppi di potere. It's given potremmo dire. E' la vita, è sempre stato così.
Curioso come vada di moda parlare di diritti ma sia scomparso dal dibattito pubblico il grande scandalo dell'ineguaglianza crescente. Nascere a pochi metri di distanza (prendiamo un quartiere bene di Milano con un quartiere male della stessa città, come esempio comodo) determina in modo ineluttabile (e sempre più ineluttabile) il percorso della vita intera: ambiente culturale, scuole di prestigio o no, attività extracurriculari, sport praticati, possibilità di accedere a università migliori. Non è tollerabile il maltrattamento di un animale (giustamente) ma lo è la deprivazione di occasioni sociali di un essere umano. Sulla base di un solo dato: i soldi.
Il crollo del welfare comporta anche questi inconvenienti. E non stiamo parlando di un rabberciato marxismo fuori tempo massimo, ma del suo esatto contrario: di un'applicazione cosciente ed equa dello stato di diritto laddove fattori indipendenti dalla volontà del singolo determinino situazioni di evidente diseguaglianza.
Scrive Isaiah Berlin, nell'introduzione al capitale Cinque saggi sulla libertà:

Il senso in cui io uso il termine libertà non comporta soltanto l'assenza di frustrazione (che si può ottenere sopprimendo i desideri), ma l'assenza di ostacoli alle scelte e alle attività possibili, l'assenza di ostacoli lungo le strade che una persona può decidere di percorrere.

Per fare un esempio concreto: io considero desiderabile l'introduzione di un sistema uniforme di istruzione generale primaria e secondaria in ogni paese, se non altro per farla finita con le distinzioni di status sociale che attualmente sono create o promosse dall'esistenza di una gerarchia sociale delle scuole in alcuni paesi occidentali, e in particolare nel mio. Se mi si domandasse perché la penso così dovrei addurre quel tipo di ragioni di cui parla Spitz, per esempio le esigenze intrinseche dell'eguaglianza sociale: i danni che derivano dalle differenze di status create da un sistema di istruzione determinato più dalle risorse economiche o dalla posizione sociale dei genitori che non dalle capacità e dai bisogni dei figli; l'ideale di solidarietà sociale; la necessità di garantire al maggiori numero possibile di ragazzi la possibilità di una libera scelta, possibilità che l'eguaglianza di istruzione, probabilmente, rende più agevole.

Isaiah Berlin: un liberale.

La negazione di questa libertà, riprendendo il Kant della Critica della ragion pratica, mina alla base la possibilità di un'etica. Senza libertà di scelta vera non esiste società morale. Se l'era della tecnocrazia è incapace di formulare valutazioni di merito che non contemplino la presenza di una quantità oggettiva e misurabile, forse si dovrebbe tenere presente un fatto: l'oligarchia economica eletta a sistema porta all'estinzione, come in natura. Combinare in continuazione gli stessi elementi genetici porta a disfunzioni; su scala sociale, ad un istupidimento progressivo della classe dominante (in quanto fondata in larga parte sul censo e sull'ereditarietà delle risorse) e all'annientamento di tutto ciò che è via via più subordinato in termini economici. E' un massacro sociale portato avanti scientemente dalla classe economica attuale: è una società del privilegio ereditario. Un fatto sempre più evidente nella differente qualità di scuole e università e nella relativa possibilità di accesso al lavoro. Perché vengono citate sempre le eccezioni ma mai la sostanza numerica dei fatti: si parla dell'uno su mille che ce l'ha fatta partendo da zero, ma non dei cento, duecento, cinquecento che nonostante le buone doti sono andati persi per strada. E questo è un danno oggettivo, per niente irrazionale. O razionale solo nella scala di valori autoriferita che l'oligarchia economica impone a proprio vantaggio: una partita a dadi truccati
Più che una forma di classismo, è una forma di miopia economica. Una delle tante di una società che sotto le apparenze della modernità e della libertà si rivela invece essere il cadavere decomposto di un'idea medievale di uomo e di rapporti di potere e il cui limite pratico sta nel rappresentare un modello estremamente auto protettivo e auto riferito, impermeabile ai mutamenti esterni e tutto teso a dispiegare i propri mezzi con il solo intento di mantenere lo status quo.
Gli anni della crisi per qualcuno sono stati un affare: non bisogna dimenticarlo mai. Più che bruciarsi, i soldi si sono spostati, hanno cambiato concentrazione. E tanto più questa concentrazione è cambiata, tanto più i servizi dello Stato (quelli mantenuti con tasse altissime) sono peggiorati. La direzione? La soppressione del pubblico come concetto. La soppressione della scuola di alta qualità per tutti come diritto. La soppressione della sanità di alta qualità per tutti. E' un movimento ormai ad uno stato molto avanzato e che potrebbe essere ridimensionato solo da un gesto: dal rompere questa catena. Dal prendere coscienze della catena invece che ornarla di fiori.
Ma la tecnocrazia non ha morale, dunque non dispone nemmeno dei mezzi necessari per operare una valutazione in concreto delle questioni sul tavolo: ragionando sul cosa ma non sul come, sulla quantità invece che sulla qualità si finisce per escludere dal sistema di riferimento una sostanziale fetta di realtà, che prima o poi tornerà per forza a reclamare spazio. Uno spazio che dovrà prima o poi essere ripreso.

la difficoltà di combattere e il nuovo niente





Vorrei provare a ragionare su un fatto: la tendenza progressiva della società europea ad accentrare le risorse economiche nelle mani di pochi e ad istituire, di fatto, una società stratificata: gli ottimati garantiti che detengono il potere economico e una gerarchia di classi subalterne, che non hanno quasi diritto di parola, se non per mezzo di sfibrati e sempre più logori sistemi democratici di rappresentanza.

Su che cosa si fonda la società occidentale contemporanea? Bauman parlava di società liquida, quindi inindividuabile, in continuo mutamento, senza una forma. Un'altra tentazione potrebbe essere quella di considerare, nietschianamente, l'occidente come il luogo di un nichilismo compiuto, prodotto da anni di tecnicizzazione senza regole e alla fine autoprodotto dalla tecnica stessa: luogo dell'indifferenziato e del tutto uguale dove quindi qualsiasi istanza etica si invera nel suo esatto contrario. Con il risultato di fondarsi sul niente: perfetto nichilismo.
Ma la deduzione non è così semplice. Perché l'occidente non ha perso il gusto della narrazione: è questo l'elemento che fa la differenza. Esiste cioè una realtà oggettiva che è determinata dal dissolvimento dell'etica in favore di un metro di giudizio che – se per motivi di opportunità e apparenza politica non può essere direttamente il denaro – è la capacità performativa: fare cose che portino ad un guadagno. La tecnocrazia è una dimensione totalmente autoriferita, che non necessità di altri punti di paragone. I soldi si spiegano da sé potremmo dire.
Ed esiste poi la narrazione-Europa: né più né meno che un racconto dove si spiega come l'unione commerciale e finanziaria di tanti paese abbia portato solo a vantaggi, per il bene di tutti e nel nome di una solida democrazia. Il punto, come in tanti hanno scritto tante volte, sta nel fatto che questa fusione si sia svolta ignorando completamente l'identità culturale europea, considerando solamente la mera funzione di scambio di prodotti e circolazione di merci come paradigma principe della nazione europea. In un orizzonte umano e comunitario (l'Europa, bontà sua, si definisce comunità) può funzionare un contratto tra popoli operato da banche, molte delle quali off-shore?

Il nichilismo della tecnocrazia ha l'astuzia di raccontare se stesso come una grande opportunità: ma a conti fatti questa opportunità si è rivelata per pochi. Rimando alle statistiche di cui sopra: l'Europa presenta ampie e insospettabili sacche di povertà. La ragione? La ricchezza è distribuita male. In pochi hanno troppo, in tanti lavorano nella terra di nessuno della subalternità e per finire una fascia considerevole di persone appartenenti alla ricca Europa è sotto la soglia di povertà, che in un continente ricco rappresenta un livello di guadagno (si parla sempre e solo di soldi) sotto cui è relativamente facile finire.

In senso pratico questo divario produce un fatto molto concreto: la condanna di una grossa fascia di popolazione e rimanere in una forma larvata e politicamente corretta di schiavitù. Contratti deboli, precariato, disoccupazione: il costo sociale dello sbando economico di questi anni ricade sui figli delle famiglie con meno risorse economiche di partenza. Meno beni ereditati significa minore possibilità di accedere a scuole e università di prestigio, con la conseguente minore probabilità di trovare una buona collocazione nel mondo del lavoro (e alimentando il circolo perverso del precariato e della povertà vera e propria), ma anche minore accesso a qualsiasi forma culturale in senso lato: dai corsi di lingue alle attività sportive, dalle settimane bianche ai viaggi di istruzione, accumulando un discrimine a mano a mano sempre più incolmabile tra chi ha e chi non ha. Il discorso potrebbe essere esteso alle cure mediche, con tutta una serie di conseguenze facilmente intuibili. O in ambito legale, dove chi ha di meno potrà permettersi collegi difensivi di minore spessore rispetto a chi ha di più. E così via. E' una spirale a discendere. Una nuova forma di modello feudale o, se si vuole, di colonialismo interno.
L'obiezione per cui è giusto che le famiglie che hanno accumulato più sostanze nel tempo godano di condizioni di vita tanto migliori rispetto agli altri è abbastanza inconsistente e addirittura contraddittoria nel momento in cui si volesse usare come argomento il libero arbitrio: la libertà o è tale o non è libertà. Non esistono gradazioni di libertà. O pensiamo che una comunità matura debba essere in grado di dare le stesse occasioni di istruzione, cure mediche e aspettativa di vita al neonato di Scampia e a quello nato in via Solferino, a quello nato ad Atene e a Berlino, o il modello europeo ha fallito.
Nessun esproprio, nessuna azione contro la proprietà privata, niente comunismo. Stiamo parlando di redistribuire le ricchezze in modo più bilanciato. Perché se dati alla mano una stretta minoranza di persone ha accumulato una percentuale rilevante di risorse a discapito di una grossa maggioranza per di più in tempi di crisi significa che il modello democratico europeo è una chimera.
La narrazione, però, aiuta anche in questo: la narrazione parla spesso di diritti, bambini, infanzia, pari opportunità. Sono parole-maschera, parole come pervertimento programmatico della realtà.
Viviamo in una società che considera intollerabile dare uno schiaffo ad un bambino, ma alla domanda: è giusto che questo bambino nato in una famiglia povera abbia enormi possibilità in più di un bambino nato in una famiglia ricca di non migliorare la sua condizione socio-economica? Risponde: così è la vita.
E' il grande equivoco della società morale sostituita dalla società economica. La società performativa non può costitutivamente dare risposte di ordine morale: entra in crisi, non ha argomenti o se ce li ha sono stereotipi, nella migliore delle ipotesi contraddizioni come quella appena citata.
Il comunismo e il terzomondismo non hanno niente a che fare con tutto questo. Sono false piste. Primo perché il comunismo ha storicamente fallito, e in modo tremendo, e il problema della redistribuzione del reddito non è un fatto ideologico, ma una questione molto concreta sulla quale si giocherà il destino d'Europa in termini di difesa dell'identità e di successo/fallimento del processo di unificazione; secondo perché non stiamo parlando del terzo mondo, ma del nucleo del ricco occidente. 

Il limite della tecnocrazia sta nella scarsa flessibilità dei suoi modelli: sembra un paradosso visto che la flessibilità è uno dei mantra della tecnocrazia. La tecnica al potere predica flessibilità agli altri, ma in sé la tollera molto poco: non è capace cioè di includere modelli che non le appartengano.
Il risultato è, altro paradosso, un continente molto debole. Un continente fiacco, privo di energie e molto vecchio. Un continente senza sangue: perché continua a perpetuarsi nella stessa identica sequenza di concetti chiave: terzomondismo, politicamente corretto, difesa a oltranza del profitto immotivato, assenza totale di un vero orizzonte etico (i soldi come equivalente generale dell'etica non soddisfano quei bisogno latenti che non possono essere comprati).
Questa confusione trova un surrogato nel combattimento in slogan, training aziendali, corsi automotivazionali, mentre è il fronte interno che cede, sia per esempio nell'incapacità di gestire in modo razionale la questione immigrazione, sia nel lasciare che i membri della comunità che costituiscono l'Europa non abbiano i mezzi necessari per formarsi e accedere ai migliori strumenti formativi e intellettuali.
L'espressività guerresca e un po' cialtrona che è entrata nel linguaggio comune segnala come la questione del combattere – che è un concetto chiave della storia europea – sia diventata materia da training aziendale e slogan sui post dei social network. E allora tutto diventa “lotta”, “battaglia”, “competizione”, “guerra”, “nemico”, “vittoria”, “ottimismo”, “non mollare mai”.

Peccato che questa narrazione – filosoficamente inesistente e moralmente equivoca – generi vittime proprio tra coloro che più la sostengono: quella che una volta era la classe medio bassa. Piccola borghesia, lavoro salariato, piccoli commercianti. Che per limiti culturali, conformismo e consumismo eletti a metro della vita pubblica (un modello inconscio introiettato con tanta forza da essere diventato ormai un archetipo inamovibile) gioca la sua vita sul filo di un lessico violento e individualistico, erodendo le fondamenta di quella coesione che per un breve lasso di tempo è stata (fu) la sua forza.
I rapporti di forza di una società della larvata ma largamente accettata diseguaglianza determinano un ritorno ad una fase aristocratica e arcaica della società europea: un modello feudale, basato essenzialmente sul privilegio e sul mantenimento del privilegio da parte di tale gruppo di potere. Un potere spesso ereditato e corporativo, che passa di padre in figlio intatto o ampliato, dove il confine tra risorsa pubblica e privata sfuma nell'intreccio perverso tra interesse appunto pubblico e privato. In poche parole: se con i miei soldi posso esercitare una forma più o meno lecita di pressione su soggetti pubblici o privati per generare altri soldi dove finiscono i miei soldi e dove cominciano quelli della comunità che paga le tasse?

Scrive Herbert Marcuse nel dimenticato Eros e Civiltà: Il dominio è ben diverso dall'esercizio razionale dell'autorità. Quest'ultimo, che è inerente a ogni divisione del lavoro in ogni società, proviene dalla consapevolezza ed è limitato all'amministrazione di funzioni e di ordinamenti necessari al progresso dell'insieme. Invece il dominio viene esercitato da un gruppo particolare o da un individuo particolare allo scopo di mantenersi e rafforzarsi in una posizione privilegiata.

La struttura sociale di oggi ha in qualche modo digerito questo assunto, dandolo ormai per scontato. La partita si gioca su un tavolo diverso e in ambiti molto più sottili. Liquefatti i diritti e posto un confuso senso di individualità al primo posto (del tutto irrilevante, visto che il singolo non può fare niente su un piano collettivo) ne consegue un passaggio, cruciale: la lotta tra poveri.
La rimanente e marginale parte delle risorse economiche va suddivisa tra un numero crescente di persone: gli scarti per gli scarti. Messa in questi termini la situazione suona cruda ed è per questo che la narrazione politica interviene ancora una volta, donando una terminologia appropriata anche a questo: iper-responsabilizzazione individuale e lessico da guerra da autobus. Piccoli guerrieri uno contro l'altro, in una lotta darwiniana per la sopravvivenza, a colpi di rinuncia (di diritti, di soldi, di accesso alla cultura, di possibilità sociali in genere).
Siamo capaci di indignarci per i diritti degli amici animali, ma non per il fatto che nascere in un posto o l'altro dell'Unione Europea (spesso differenze di poche centinaia di metri, di quartieri) determini un gap di possibilità economiche insostenibile e tendenzialmente sempre maggiore, esteso, come si è già detto, a tutto: istruzione, salute e lavoro.

Libero arbitrio? Il tema è abnorme. Certo che, come già rilevava Foucault, è difficile parlare di libertà nel momento in cui il Potere (oggi quasi esclusivamente economico) agisce in ogni ambito della società, attraverso molteplici forme di micropotere e altrettanti accorgimenti di inquadramento operati tramite mass media e scolarizzazione di base. Se una volta l'aristocrazia era fondata anche su valori – ovviamente relativi all'epoca – come virtù militare, conoscenza, prestigio personale, oggi tutto questo è stato surrogato nell'infinito equivalente generale del denaro, che assolve a funzione di prezzo e valore in un colpo solo, emendando l'intelletto dallo sforzo della differenziazione.
Dove la libertà allora? Se ne parla in continuazione, ma in fondo in modo sterile. Se, come diceva Baudrillard, Dio non esiste e quindi è dappertutto, allo stesso modo potremmo azzardarci a dire che la libertà è costantemente negata e quindi esaltata in modalità permanente. Sei libero di fare tutto, ma non hai i mezzi materiali per fare niente: la libertà è il fantasma di una scelta. Uno dei tanti valori fantasma proposti da una società che non solo non crede più – letteralmente – a niente se non al denaro come valore in sé e alla performance come suo profeta, ma che non ha più nemmeno i mezzi intellettuali per pensarsi in modo critico. Perché ogni critica parte da un presupposto etico, cioè da un'analisi dei dati materiali sullo sfondo di una conoscenza che tenga conto anche della qualità delle scelte e non solo della quantità.

Il brivido del niente sta anche nello smarrimento di uno scenario di senso. Se tutto è intercambiabile e in fondo non esistono differenze degne di essere apprezzate se non in termini economici, ne consegue che anche i rapporti umani soggiacciono alle regole di mercato. Spesso è stato così nella Storia, ma non è sempre e solo stato così. Il punto è che oggi questo nichilismo dell'ottimismo è diventato il fondamento stesso dell'Occidente. Nel tentativo di fissare le dinamiche dei rapporti in un algoritmo dei consumi, si è di fatto istituita una nuova ideologia, che non ha niente da invidiare alle religioni: è un Moloch indiscusso e venerato, perché posto al di fuori di razionalità e critica: è la tecnocrazia.
E uno dei deliri di questa religione sta proprio nel voler fare ammettere come razionale e logico il fatto che una percentuale numericamente irrilevante di popolazione determini, attraverso un potere economico, chiuso e sostanzialmente ereditario, le scelte e la libertà di tutti gli altri.


parole per niente


Mi è stato ripetuto molte volte, nel corso del 2016 e anche prima, un semplice concetto. E' una frase ripetuta molto spesso dalla gente e in qualche modo amata dall'uomo della strada. "La tua generazione deve fare la rivoluzione, voi non fate niente e quelli si approfittano". Detta così suona quasi romantica: un invito alla ribellione, un invito al coraggio. Parole vuote, che non significano niente. Prima di tutto "loro" chi? Chi sono questi loro? I vecchi a cui paghiamo la pensione? I nostri genitori? Lo Stato? Le Istituzioni? L'Europa? Chi? 

Punto secondo: cosa significa fare la rivoluzione? Lotta armata? Sedizione? Ci si inquadra, ci si organizza in forme paramilitari e parastatali, cosa? Questo paese ha già conosciuto tentativi più o meno manovrati e di lotta armata, e con quali risultati? Questo paese ha conosciuto intere stagioni di lotta politica estrema e dilaniante, dove è stato versato sangue vero, non simbolico. E con quali risultati? Cosa si intende esattamente per rivoluzione? Ne esiste una civile, contemplata dalle leggi? 
Naturalmente no. Ma l'uomo della strada che incita alla lotta queste cose non le sa. Di solito non ha mai dovuto compilare un cv e non ha mai letto un libro in vita sua. Parla tanto per parlare, senza tenere conto delle conseguenze pratiche di queste frasi da autobus.

Parlo per me, ma penso che la mia esperienza personale possa essere estesa anche ad altri: siamo una generazione educata ad obbedire. Alla famiglia, alle Istituzioni (Scuola, Stato...), addirittura alla Chiesa, alla Religione. Il messaggio era chiaro: ubbidisci e andrà tutto bene. Passa tante e tante ore a scuola. Rispetta lo Stato, rispetta il Professore. Il problema è che non è andato bene niente. E passati i trent'anni ci ritroviamo con i cocci in mano e un simulacro di democrazia che non lascia presagire niente di buono: ancora sacrifici, ancora tagli, condizioni di lavoro sempre più disperate, scarsa rete sociale. In altre parole è possibile, ovviamente, una salvezza individuale, ma è da escludere qualsiasi salvezza collettiva, come accadeva una volta: con contratti di categoria, protezione sindacale, stato sociale, redistribuzione della ricchezza e mille altre tutele che oggi non esistono più. 

Addirittura è resa complicata anche la possibilità di generare ricchezza, visto l'ammasso di tasse, leggi, impedimenti burocratici che strozzano sul nascere l'iniziativa di chi dal niente decide di creare qualcosa. 

E in pagamento ci sono le offese della politica, che ha oltraggiato in mille modi milioni di italiani con la tipica arroganza del Potere autoriferito. 

Quale rivoluzione allora? E fatta come? L'abitudine all'obbedienza ha dato luogo a pesanti equivoci, questo è certo. Ma ancora non posso fare a meno di interrogarmi sui limiti morali del rispettare la morale: cosa è giusto fare? E sono chiaramente domande che un rivoluzionario non dovrebbe mai porsi. 

Ma nondimeno, posto che sia questa la ricetta risolutiva, che cosa significa "rivoluzione"? Temo che non lo sappia nessuno o che ognuno ne abbia un'idea diversa. Con intenti diversi, progetti diversi, quasi sempre incentrati sull'interesse personale. Altra conseguenza della società liquida e della riduzione di ogni istanza etica all'equivalente generale del guadagno economico individuale.

per una nuova definizione di intellettuale


E' un grande peccato che la figura dell'intellettuale sia stata inglobata in quella - penosa - del privilegiato da salotto che spara sentenze dai cuscini di cashmere, lontano dalla realtà delle cose e stipendiato da non si sa chi. E' una delle tante colpe attribuibili a una brutta versione della sinistra dei privilegi (quel liberal insulso che ha offerto su un piatto d'argento vittoria e consensi ai Trump di tutto il mondo, fregandosene di lavoratori e giovani) e un grosso danno alla coscienza collettiva, bisognosa come non mai, oggi, di essere nutrita e aiutata dal filtro culturale di un pensiero, in mezzo al marasma di proposte e sparate che puntano agli intestini della società piuttosto che alla sua parte critica. 
La rapida evoluzione del contesto socio economico sta determinando anche la necessità di ripensare in modo incisivo la figura dell'intellettuale nella società occidentale. Sempre più ai margini del discorso, rinchiuso in una dimensione a metà strada tra l'anacronistico e il ridicolo, l'intellettuale ha finito per essere assimilato al predicatore da salotto, al giornalista tuttologo, al cattedratico di professione: insomma, al miracolato. La mutazione che stiamo vivendo in questi anni (in queste ore) sta mettendo sul piatto qualcosa di diverso, la possibilità cioè di ridefinire il ruolo dell'uomo di cultura secondo nuovi parametri. Primo fra tutti: l'intellettuale che voglia presentarsi in modo credibile deve lavorare. E per lavoro non intendo la redazione di un giornale di lusso o l'assenteismo retribuito da cattedra, a zero pubblicazioni ma a molte chiacchiere. Intendo un lavoro: uno stipendio, una professionalità vera, un qualche livello di produttività che non si risolva nella formula ridicola del "creare". Siamo un po' fuori tempo massimo per questo. Elzeviri, critiche, recensioni, rubriche, film, lectures, seminari, congressi, tutto quello che si vuole: però poi a lavorare. Mantenersi senza la sovvenzione pubblica e senza il patronato di un qualche ricco signore che finanzia il tempo libero di troppi pennivendoli dediti alla piaggeria come ad una droga pesante. I risultati di questo scollamento dalla realtà sono sotto gli occhi di tutti: assoluta incapacità di interpretazione dei fenomeni e molta arroganza. Servissero a qualcosa questi intellettuali del niente: non un libro serio, non un riferimento colto. Chiacchierano, si indignano, firmano petizioni che non servono a niente, scrivono libri che fanno schifo. E poi un infinito conformismo à la page, sempre molto alla moda in fatto di temi caldi e opinioni di tendenza ma di una povertà sconfinata quando si tratta di prendere posizioni originali e critiche. Una codardia programmatica che è lo specchio di questa classe intellettuale ormai a brandelli, che vive solo dei premi che ancora riesce a darsi addosso. Mi ricordo del libro di un famosissimo giornalista, stipendiato da un grosso quotidiano, il quale, nella quarta di copertina, si vantava "di non aver fatto altro per guadagnarsi da vivere che scrivere". Molto male. Ecco, io spero sul serio che quei tempi siano finiti. E che questi personaggi debbano prima o poi confrontarsi con contratti capestro, disoccupazione, conti da far quadrare, bollette, pasti raffazzonati e rinunce. Magari lorsignori riuscirebbero in questo modo ad azzeccare qualche previsione in più. Forse non imparerebbero a scrivere, filmare, pensare meglio, ma di certo perderebbero quel sorrisetto di sufficienza con cui hanno deriso e stanno deridendo l'inizio di un cambiamento che potrebbe (uso ancora il condizionale perché non si sa mai) costringerli per la prima volta a compilare un curriculum e a mettersi in fila come tutti gli altri.